«Le nostre imprese non si possono spegnere dall’oggi al domani, come se fossero automobili»

Unione Commercianti e Fipe contestano il balletto di decisioni prese del Governo: «Ci sfibra l'incertezza e ci demotiva l'instabilità. Se si sceglie la chiusura totale come in Germania, lì il ristoro è del 75% dei fatturati»

«Da ottobre siamo sottoposti ad uno stillicidio di provvedimenti nazionali, regionali che non riusciamo più a seguire. Prima chiusura alle 24, anzi no alle 23, ancora no alle 22 e poi alle 18 e infine chiusura totale, ma solo nelle zone rosse e arancioni, dove opera tuttavia 80% delle nostre imprese con circa 900 mila addetti. Adesso basta». Così Cristian Lertora, presidente della Fipe di Piacenza.

«Come se non bastasse – prosegue Lertora – ora arrivano le indiscrezioni sulle chiusure nei giorni di Natale e di Santo Stefano. Una misura che fatichiamo a non definire illogica. Per noi la salute pubblica è al primo posto ma siamo pronti a fare di più, garantendo un chiappa lertora-2maggiore distanziamento tavoli e concedendo a Natale e nel periodo festivo l’accesso ai ristoranti solo su prenotazione, dando così una mano sulla raccolta dei dati e rendendo più semplice ed efficace il tracciamento. In cambio chiediamo al Governo di lasciarci lavorare, le nostre imprese non si possono spegnere dall’oggi al domani, come se fossero automobili: molti locali hanno già iniziato ad acquistare le merci per le feste e organizzato il personale. Chi li risarcirà in caso di chiusura?».

«La politica in questi nove mesi ha sempre sostenuto, ad ogni livello, che fosse necessario il massimo dell'equilibrio tra la tutela della salute e la salvaguardia dell'economia. A dispetto di questo principio, il settore della ristorazione, che occupa oltre un milione e trecentomila persone, è stato il primo ad essere chiuso e l'ultimo ad essere aperto durante il primo lockdown di marzo.

Settantotto giorni di chiusura in cui le nostre imprese hanno tenuto giù le serrande, impedite a servire anche un solo cliente. Un fatto che ha messo a terra tutte le nostre aziende. Con senso di responsabilità, ci siamo preparati a riaprire adottando i rigorosi adempimenti previsti dai Protocolli Sanitari messi a punto dal Cts (Comitato Tecnico Scientifico) e dall'Inail: distanzia mento dei tavoli, registrazione delle prenotazioni, mascherine, gel igienizzanti, menu digitali, plastificati o monouso, cartelli informativi in ogni angolo dei locali, prodotti monodose. Abbiamo anche investito sui dehors esterni, consapevoli del fatto che all'aria aperta i clienti si sentivano più sicuri e tranquilli. Per quattro mesi abbiamo lavorato in sicurezza. Lo testimoniano i dati dell'Istituto superiore di Sanità sull'andamento dei contagi e quelli del Ministero dell'Interno sui controlli, secondo cui dall'inizio della pandemia, su oltre 6,5 milioni di controlli effettuati nel complesso delle attività commerciali, ristorazione compresa, solo lo 0,18 ha subito una sanzione. Dopo tutto questo, a quasi otto mesi dal primo lockdown, arriva un nuovo fermo».

«Ci sfibra l'incertezza e ci demotiva l'instabilità, in un'insensata gara all'untore, e allora vogliamo dire con forza che noi non siamo il problema. Lo diciamo con il dispiacere che va agli amici e colleghi che hanno chiuso definitivamente e a quelli che si sono tolti addirittura la vita o hanno perso la voglia di viverla. Fa rabbia la pretestuosa distinzione tra attività economiche essenziali e non essenziali: tutte le attività economiche sono essenziali quando producono ricchezza, occupazione, servizi. E tutte le attività sono sicure se garantiscono le giuste regole e attuano i protocolli sanitari loro assegnati. Noi crediamo nel confronto e nel dialogo con le Istituzioni. Ma non vogliamo, ne possiamo assistere inermi a scelte che sono incomprensibili nei riguardi di un settore letteralmente al collasso. Vogliamo trasferire il disagio, la preoccupazione, l'amarezza, spesso anche la disperazione che gli operatori di questo settore stanno vivendo, perché vedono a rischio il futuro loro, delle loro aziende, delle loro famiglie, del loro progetto di vita, che spesso coincide con il loro ristorante, bar, pub, pizzeria, pasticceria, gelateria, azienda di catering, locale di intrattenimento. Siamo imprese anche noi, con i nostri bilanci e i conti da far tornare e nessuno con queste perdite può stare in piedi».

«Stare chiusi a dicembre – interviene il presidente dell’Unione Commercianti Raffaele Chiappa – costa al settore ulteriori 6 miliardi di euro, che si aggiungono ai 27 miliardi già persi. I ristori erogati sono purtroppo inadeguati e insufficienti a compensare danni così rilevanti ed è, quindi, urgente e vitale intervenire rafforzandoli, se si vuole evitare la chiusura di oltre 60.000 imprese e la perdita di 300.000 posti di lavoro, oltre che la dispersione di professionalità, fondamentali per due filiere strategiche per il Paese: Agroalimentare e Turismo».

«Noi vogliamo lavorare – conclude Lertora – ma se il governo dovesse decidere di seguire il modello tedesco, si prepari a farlo al 100%. Per il mondo della ristorazione il mese di dicembre vale 7,9 miliardi di euro, mentre i soli pranzi di natale e capodanno valgono 720 milioni. Per ammortizzare queste perdite, occorrono misure come quelle adottate in Germania: ristoro al 75% dei fatturati calcolato sui mesi di novembre e dicembre, riduzione dell’iva al 5% e tutela dagli sfratti».

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