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Lega Nord: «Effetti nefasti dell'Unione europea sull'agroalimentare padano»

dipartimento Agricoltura - Ambiente Lega Nord Piacenza: «Non passa giorno che il settore subisca un attacco da parte dei burocrati di Bruxelles. Un'Europa fatta di burocrati a busta paga di banchieri e poteri forti ha tra i suoi dogmi, oltre a quelli del pensiero unico e della moneta unica, anche quello del cibo unico»

Da tempo la Lega Nord denuncia gli effetti nefasti dell'Unione europea sull'agroalimentare padano. «L'areale che costeggia il Po è universalmente riconosciuto da sempre come una delle zone a maggiore vocazione agricola di tutto il pianeta: nessuno infatti mette in dubbio l'indiscutibile superiorità di una filiera agroalimentare inimitabile, frutto del lavoro di generazioni di imprenditori capaci, attenti a soddisfare non solo il gusto del consumatore ma anche alla sicurezza alimentare dello stesso. Gli innumerevoli tentativi di imitazione delle nostre eccellenze lo dimostrano. Il Made in Italy, quando si parla di cibo, è un valore aggiunto notevole».

«Eppure - spiega il dipartimento Agricoltura - Ambiente Lega Nord Piacenza - non passa giorno che il settore subisca un attacco da parte dei burocrati di Bruxelles. Una costante, continua, reiterata opera di ostruzionismo con un fine ben preciso. Un'Europa fatta di burocrati a busta paga di banchieri e poteri forti ha tra i suoi dogmi, oltre a quelli del pensiero unico e della moneta unica, anche quello del cibo unico. Un'Europa che odia le libertà e le differenze, persegue con feroce determinazione la malsana idea di alimentarci tutto allo stesso modo. Naturalmente dopo aver appiattito il gusto dei consumatori. In accordo con le multinazionali del cosiddetto "food", vogliono alimentarci tutti realizzando un mega stabilimento, magari in Inghilterra, con cibo clonato proveniente non si sa da dove, senza controllo, senza sapore e spacciato come la panacea di tutti i mali». 

«Come spiegare - continua la Lega - in modo diverso la regolamentazione del deflusso minimo vitale dei fiumi? Perché impedire ai consorzi irrigui della Valnure e della Valtrebbia di prelevare acqua durante il periodo irriguo quando da sempre d’estate l’acqua non arriva a Ponte dell'Olio o a Sant'Antonio? Semplice. Mettere in crisi gli agricoltori di queste vallate vuol dire lasciare più spazio a concentrato, cubettato o passata prodotti con pomodoro proveniente dalla Cina, il cui commercio è saldamente in mano alle multinazionali del settore, molto attente al loro business ma molto meno alla salute del consumatore. L’Europa vieta l'utilizzo di qualsiasi riferimento di tipo territoriale nei simboli di qualità pubblici dei prodotti di origine animale e vegetale. Lo scopo? Evitare che il consumatore possa individuare chiaramente la zona di provenienza di ciò con cui si alimenta. Sull'etichetta indicante valori nutrizionali, contenuti di microelementi ecc. non potrà essere riportato, ad esempio, come marchio asparago di Muradello, aglio di Monticelli, cipolla di Caorso o scalogno di Castelvetro».

«L’Europa - sottolinea la nota - vieta l'utilizzo del marchio Dop di coppa, pancetta e salame a quei salumifici ubicati ad oltre 900 metri di altezza. Quindi salumifici posti ad esempio a Morfasso o a Prato Barbieri non possono fregiarsi del marchio dei consorzi di denominazione di origine protetta. E poi si parla della fondamentale opera di prevenzione a livello ambientale per prevenire esondazioni, frane e disastri ambientali. Qualcuno dovrebbe ricordarsi che in collina e in montagna l’ambiente è sicuramente più salubre e di conseguenza anche la produzione di alimenti avviene in condizioni ottimali. Nel 2000, scoppiato il caso della mucca pazza, l’Europa introdusse attraverso il regolamento 1760 l’etichettatura obbligatoria per le carni bovine e suine al fine di ridare un minimo di garanzia e di fiducia al consumatore. Ebbene nel 2010, sotto la spinta dei paesi dell’Europa centro-settentrionale, la Commissione europea ha fatto marcia indietro abolendo l’etichettatura obbligatoria. Lo Scopo? Mettere in difficoltà l’allevatore di Nibbiano, di Pianello o di Vernasca, che alleva gli animali in condizioni di benessere ottimali e che di conseguenza ha determinati costi di produzione. Tutto ciò va a vantaggio dell’allevatore tedesco, olandese o belga. Costoro, come ampiamente dimostrato nel 2008, per abbassare i costi di produzione utilizzano nell’alimentazione animale mangimi grassati con oli minerali esausti che determinano la presenza di diossina nelle carni. Il giorno dopo l’uscita dei dati dell’Oms riguardanti la pericolosità delle carni rosse e dei salumi, la Commissione europea ha autorizzato l’utilizzo di vermi, insetti, scarafaggi nella preparazione di alimenti. Tempistica perfetta. Preparata forse con il supporto di qualche multinazionale del settore? Scopo? Spingere all’utilizzo di certi alimenti esercitando una forte pressione mediatica, facendo passare l’equazione carni rosse e salumi uguale a cancro. Tutto ciò a scapito di coppa, salame e pancetta prodotti a Castell’Arquato, Ponte dell'Olio o Sarmato, o degli allevatori di bovini e suini che con i loro spacci aziendali riforniscono direttamente il consumatore a Castel San Giovanni o a Vernasca?».

«E dove non è arrivata l'Europa - conclude la Lega - ci ha pensato qualche genio della politica italiana: nessuno infatti si è opposto all’acquisizione della Parmalat da parte della Lactalis. Peccato che ci si fosse dimenticati che il gruppo francese aveva già nel suo portafoglio Galbani, Invernizzi, Locatelli e Cademartori. Il risultato è che oggi la multinazionale impone unilateralmente anche agli allevatori piacentini le proprie condizioni. Condizioni che sono sempre più al ribasso. Quanto riconosciuto all'allevatore piacentino, ovvero 34 centesimi per litro di latte, è ben di sotto al di sotto dei costi di produzione stimati, pari a un valore medio di 40 centesimi come riportato da uno studio ufficiale fatto in riferimento alle leggi di settore che imporrebbero - il condizionale è d’ obbligo - che il prezzo del latte alla stalla debba commisurarsi ai costi medi di produzione. L’effetto di tale stortura di mercato è che l’allevatore di vacche da latte di Cortemaggiore, di Borgonovo o di Villanova debba chiudere la propria attività con pesanti ripercussioni su tutto l'indotto. Giunti a questo punto è doveroso porsi una domanda, lo dobbiamo alle generazioni future. Se l'Europa, sempre più dei burocrati e dei banchieri e sempre meno dei popoli, è questa non è meglio uscirne molto velocemente?». 

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