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Mais contaminato, Gasparini: «La rintracciabilità in allevamento mette al sicuro»

Il presidente della sezione lattiero-casearia e vicepresidente di Confagricoltura Piacenza Filippo Gasparini: «La Zootecnia è un punto nevralgico per la salute delle persone, ne venga riconosciuto il valore»

Lo scorso 12 giugno un carico di mais ad uso zootecnico di provenienza ucraina è stato messo sotto sequestro presso il porto di Ravenna perché contaminato da diossine. L’allerta è scattata, ma una partita era già stata commercializzata. Il Ministero della Salute ha emesso più note riguardanti le azioni e le misure per la gestione degli alimenti nelle quali ha determinato le procedure da riferirsi agli animali e agli alimenti provenienti da animali che hanno consumato il mais contaminato oggetto di allerta.  Nell’ultima nota diramata, giovedì 25, si indicano le procedure di campionamento per i controlli che gli operatori del settore alimentare possono chiedere a proprie spese, all’Autorità competente su carni, uova e latte oggetto di blocco. Qualora l’esito delle analisi sia favorevole l’Autorità potrà procedere allo sblocco del capannone o dell’allevamento in cui è stato somministrato il mangime. Mediante l’autocontrollo è facoltà dei singoli segmenti della filiera di procedere ad un’autocertificazione per contribuire alla soluzione del problema e sbloccare prodotti non contaminati.  «Il sistema ha retto – commenta Filippo Gasparini, presidente della sezione lattiero-casearia e vicepresidente di Confagricoltura Piacenza -, il rintraccio dimostra di funzionare pur essendo completamente scollegato dal concetto d’italianità perché regge come sistema globale. È un errore accostare l’italianità alla rintracciabilità perché l’Europa si è dotata già dal 2002, con regolamento 178, di un sistema di rintracciabilità che prevede il richiamo del prodotto non conforme lungo tutto la filiera e la cronaca degli ultimi fatti dimostra che questo presidio continentale funziona così come ha espresso tutta la sua efficacia il piano nazionale residui che ha il compito di individuare, mediante i controlli, questo tipo di inquinamento».  Questa volta è successo al mais, ma i problemi possono essere riscontrati su qualsiasi derrata, del resto il rischio zero non esiste. «Il mondo è globalizzato – prosegue Gasparini - senza questo tipo di commercio mondiale si ferma tutto perché l’autarchia non esiste più.  Al contempo è vero che per noi aumenta sempre la dipendenza da mais e soia perché la terra, devastata dalle costruzioni, non è più sufficiente. Sconsiderate politiche ambientaliste ci negano, poi, in termini di quantità ed efficienza produttiva di mais, la disponibilità di acqua e di tecnologie. Il nostro Paese, infatti, ha da sempre una repulsione ideologica contro la coltivazione degli Ogm, che comunque importiamo e che diamo agli animali. Al dubbio sulla bontà degli Ogm l’Italia sembrerebbe preferire la certezza della cancerosità delle diossine e delle micotossine.  Del resto, da dieci anni chiediamo un “piano mais” nazionale che risolva queste problematiche e certifichi la centralità della coltura nel sistema alimentare».  Con il regolamento 178/2002 gli allevatori stanno facendo un grande lavoro per dimostrare quali animali hanno ingerito un determinato lotto: per ciascuna fornitura viene registrata data di acquisto, stoccaggio e gruppo di animali ai quali è stata somministrata, affinché sia possibile segregare la parte di mandria che ha consumato uno specifico lotto. Uno sforzo enorme che storicamente non ha portato ad alcun riconoscimento alla zootecnia né in termini di valore aggiunto lungo la filiera né in termini di prezzo riconosciuto dal consumatore. «L’allevamento – sottolinea Gasparini -  è però il punto nevralgico per la salute delle persone.  Il sistema allevatoriale sta dando al consumatore ed al sistema Paese molto di più di ciò che introita. Davvero non si comprende il livore talvolta dimostrato dalla società nei confronti della zootecnia, messa troppo spesso e a torto sul banco degli imputati. Il sistema mangimistico e quello allevatoriale, come il più delle volte, anche in questa vicenda, non sono i carnefici ma le vittime dell’ambente e della società che non ne riconosce il valore. Il latte non ha visto incrementi di prezzo significativi in questi ultimi vent’anni. Parlo come presidente della sezione di prodotto lattiero-casearia – conclude Gasparini - ma la situazione non è diversa nel comparto suinicolo che registra il costante calo del numero di allevamenti.  Grazie agli allevatori il sistema di rintracciabilità funziona e tutela la sicurezza alimentare del consumatore. Polemicamente, forse sarebbe meglio pensare ad un’ispezione in meno  in stalla e alcune in più sulle navi in porto».

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