“Malvasia”, nome magico per un bianco dal grande passato. Piacenza e Parma devono rilanciare

La ricerca scientifica in viti-enologia degli ultimi anni sta dando grandi risultati in termini di introduzione di nuovi modelli in funzione delle diversità ambientali e culturali in atto, e non solo, come spiega il più recente libro del prof. Mario Fregoni su “Le viti native americane e asiatiche”

Sotto, il prof. Fregoni

La ricerca scientifica in viti-enologia degli ultimi anni sta dando grandi risultati in termini di introduzione di nuovi modelli in funzione delle diversità ambientali e culturali in atto, e non solo, come spiega il più recente libro del prof. Mario Fregoni su “Le viti native americane e asiatiche”, edito da le Città del Vino, in cui si descrive come e perché esistono ibridi, portainnesti e ibridi varietali e come tali se sono utili o on utili con l’attuale sistema climatico. Un testo che mi ha fatto riflettere con il prof. Fregoni su un vitigno strano, particolare, indecifrabile, con storie e leggende annesse, come tanti vitigni.  Le Malvasie – dice il prof. Mario Fregoni – sono una invenzione  della Serenissima di Venezia, dove ancora esistono le calle e le malvasie, sinonimo di osterie. Il nome deriva dal porto greco di Monenvasia, base commerciale della flotta veneziana utilizzata sin dai primi del 1200 per stivare i "vini", per lo più dolci, ottenuti da un mix di molte varietà, per essere commercializzati in tutto il Mediterraneo. Le varietà di Malvasia non esistevano e ancora oggi, secondo il Prof Logothetis di Atene, in Grecia è nota una sola Malvasia a Santorini.  Il porto della città di Monenvasia divenne piccolo per cui la flotta veneziana prese possesso dell'isola di Candia, sinonimo antico di Creta, dove non sono coltivate varietà di Malvasie. Il fiorente commercio dei vini – prosegue Fregoni – indusse il Doge a sopprimere la differenza fra le Malvasias di Monenvasia e i vini bianchi, aromatici e dolci, detti "cretici", prodotti oramai nell'isola di Creta. Per i veneziani la produzione di “malvasia”, come vino e non come vitigno-uva, era indispensabile per mantenere il fiorente mercato e il monopolio del vino bianco dolce-aromatico in quei secoli. Sicuramente, all’epoca, la famose frase  “una ombra de vin” vedeva la “malvasia” protagonista sotto la torre di piazza San Marco.

Persa l’isola di Creta occupata dai turchi, nel 1669 i veneziani furono costretti a cercare vini di “malvasie” nei Paesi cristiani. Allora vi fu una corsa a impiantare viti di cosiddetta “malvasia” che non esisteva come vite, ma come vino, inteso che era originario di un porto greco, dove effettivamente non si è mai prodotta la uva Malvasia come lo intendiamo oggi. In Italia, Spagna, Portogallo, Francia vennero battezzate – continua Fregoni – oltre 50 varietà di Malvasia di colore bianco e nero, aromatiche e neutre e questo andò avanti dalla fine del 1670 fino ai primi anni del 1800, quando finalmente fu stilata una prima descrizione dei vitigni di Malvasia. Oggi in Italia esistono 17 Malvasie, spesso con nessuna parentela evidente, tra le quali la Malvasia di Candia del Lazio, non imparentata con la Malvasia di Candia aromatica di Parma e Piacenza. La più piccola come estensione é la Malvasia rosa, frutto di una retro-mutazione del 1967 della Malvasia di Candia aromatica in un vigneto piacentino della val Nure che venne segnalata – dice il prof Fregoni – da mio padre Giuseppe Comolli, allora direttore dei Mulini degli Orti di Piacenza.

Dopo trent’anni di selezione da parte del prof Fregoni in una azienda vitivinicola in val Trebbia, la Malvasia Rosa di Candia Aromatica venne stabilizzata e divenne una varietà nata a Piacenza, l'unica a buccia rosa esistente in Italia, da cui, recentemente, il prof. Fregoni ha ottenuto una sorella “Malvasia grigia” facente parte della sua collezione. A Piacenza (e Parma) si coltiva una Malvasia, la più aromatica fra tutte, ma il termine Candia non fa riferimento all’origine geografica della varietà. Quindi né Grecia né Creta sono i luoghi di origine geografica. Secondo la più recente analisi del DNA, che getta una visione scientifica sull'origine delle nostre Malvasie, il progenitore più antico delle Malvasie di Parma e Piacenza é il Moscato di Alessandria d’Egitto, denominato Zibibbo a Pantelleria, perché giunto da Cap Zibib del nord Africa, che avrebbe dato origine al Moscato bianco, genitore  della  Malvasia “odorosissima”, dalla quale sarebbe derivata la Malvasia di Candia aromatica.

In Italia nel 2000 i vigneti di Malvasia erano estesi per quasi 30.000 ettari, come scriveva da Montpellier il prof Galet. Nel 2015 le Malvasie figurano coltivate su 9017 ettari, ma successivamente le statistiche italiane collocano le Malvasie fra le varietà locali statisticamente irrilevanti. Assistiamo – evidenzia il prof Fregoni – a un declino originato dalla preferenza verso pochi vitigni nazionali o internazionali, che ha portato ad una forte concentrazione varietale e la conseguente perdita della biodiversitá.  Come ha detto in una recente conferenza dal prof Fregoni (valutazione che io stesso condivido e appoggio), il vecchio Ducato di Parma e Piacenza, battezzato "Ducato aromatico" da Fregoni, è uno dei “genius loci” italiani della produzione della Malvasia di Candia aromatica, con circa 1000 ettari, dove può avere un ruolo, come in altri territori vocati, per vini fermi, vini passiti, vini frizzanti e spumanti. Oggi la produzione è strettamente connessa al consumo e alla identità originaria per cui una scelta tipologica e una “credibilità” identificata può essere un grande motore di rilancio. Va rilevato che diverse Malvasie vengono spumantizzate in purezza o piú  frequentemente in uvaggio con altri vitigni, di norma a sapore neutro, tipo l'Ortrugo. Controcorrente e giustamente accattivante la chiosa di Fregoni: “Il Ducato puó distinguersi a livello mondiale proprio per le Malvasie aromatiche, eventualmente distinto da un'unica DOC della Malvasia del Ducato Aromatico di Parma e Piacenza”.

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