Migliorare l'accesso al pensiero per una scuola senza più luoghi comuni

Philippe Meirieu

E’ contro il sapere immediato e utilitaristico, è per un approccio fenomenologico dell’educazione, per riconquistare il piacere dell’accesso alle opere d’ingegno. Philippe Meirieu pedagogista francese molto noto anche fuori dal suo paese la cui pedagogia è basata sul concetto cardine che tutti sono educabili, nessuno escluso, è intervenuto per una lezione organizzata dalla Facoltà di Scienze della formazione della Cattolica di Piacenza, per parlare soprattutto dell’educazione alla libertà, uno dei temi del suo libro appena pubblicato in Italia, ovvero "Pedagogia. Dai luoghi comuni ai concetti chiave".

Dopo il saluto di Carla Ghizzoni coordinatrice della Facoltà e di Daniele Bruzzone, docente di Pedagogia generale e sociale, ha preso la parola Meireu che ha ribadito, come già sostenne don Milani, il diritto delle persone più svantaggiate ad essere educate. La missione della scuola insomma non deve ridursi all’acquisizione di una somma di competenze, per quanto necessarie, ma aprire l’accesso al pensiero. "Le discussioni sui problemi dell’educazione e dell’insegnamento - ha detto - hanno spesso per oggetto dei “luoghi comuni”. Oggi questi sono raramente indagati in modo approfondito. Dietro un’unanimità di facciata con cui si esaltano i metodi attivi e la libertà del ragazzo, si nascondono spesso teorie e pratiche contraddittorie il cui scopo principale è il marketing di nuovi "prodotti" pedagogici.   Ma la pedagogia deve essere legata all’impegno etico e politico e quindi dobbiamo diffidare dei luoghi comuni, come per esempio l’autonomia. Ma chi di noi vi è contrario?». Philippe Meirieu parte da lì per riprendere  in modo efficace i temi di fondo della pedagogia e della didattica più innovative: il significato dei metodi attivi, la motivazione, l’individualizzazione, il rispetto dell’educando, l’educazione alla libertà. Questi principi educativi si sono affermati nella stagione "dell’educazione nuova e dei metodi attivi".

I principi sono spesso diventati luoghi comuni anche tra gli innovatori allo scopo di alimentare quel focolaio mitologico che li ha aiutati a perseverare nei momenti difficili. Oggi non bisogna lasciare che le pedagogie innovative che si ispirano all’aducazione nuova e ai metodi attivi navighino a vista, dimenticando che spesso compensano le loro insufficienze teoriche con il carisma dei loro promotori e l’abnegazione dei loro sostenitori. Dietro l'angolo c'è il rischio di  oscurare i concetti chiave a vantaggio di pure operazioni commerciali, oggi ben più pervasive degli slogan originari.  Il pedagogista ha trattato della nuova educazione e delle contrapposizioni tra Freinet e la Montessori "ovvero tra chi vuole tutto e subito e chi vuole una scuola pubblica che progredisce con lentezza ma darà beneficio a tutti".

E’ necessario secondo Meireu aiutare l’educatore e l’insegnante a comprendere le sfide che stanno dietro i “luoghi comuni”, offrir loro le armi del mestiere e i “concetti chiave” per poter condurre nel modo migliore l’attività pedagogica e didattica. Il problema più complesso è come guidare il processo di apprendimento senza eliminare la libertà e la soggettività dell'alunno. Meirieu mostra che il mestiere dell'insegnante è stato e rimane un mestiere estremamente difficile e complesso e difende la specificità dello sguardo pedagogico, che a differenza dello sguardo clinico, che tende a diffondersi nel mondo dell'insegnamento, non è giudicante, ma valorizzante e orientato a scoprire le potenzialità dell'alunno come soggetto del proprio percorso di apprendimento. 

La formazione alla libertà, secondo Meirieu, è un lavoro complesso di cui deve farsi carico l’educatore per aiutare il ragazzo a sentirsi responsabile delle proprie azioni. La tentazione della rinuncia è dietro l’angolo, soprattutto in tempi di crisi del principio di autorità. Passare dall’autorità dogmatica all’ “autorità che autorizza”: ecco la sfida che Meirieu lancia agli educatori di oggi. Una sfida difficile, ma a cui non ci si può sottrarre, in nome dei doveri che abbiamo nei confronti delle future generazioni. La scuola non ha altri mezzi d’azione se non l’autorità: l’uso della forza è escluso e nessuna costrizione istituzionale potrà mai obbligare qualcuno ad imparare. La capacità di persuasione dell’insegnante in classe riposa sulla fiducia che gli viene concessa. In pratica a parre del pedagogista francese, l’autorità è in crisi perché è individualizzata e non più sostenuta da un promessa sociale condivisa. E’ per questo che la scuola va re-istituzionalizzata. E’ necessario un approccio fenomenologico dell’educazione che rispetti la natura ipotetica del bambino e di qui procedere. Questo consente infatti di garantire quel rigore scientifico necessario per superare l’estemporaneità di molti, troppi interventi educativi, senza però cadere in un esasperato scientismo o dogmatismo intellettuale.

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