Piacenza paladina mondiale della vitis vinifera può essere un baluardo della biodiversità viticola

Piacenza dal 1987 è citta mondiale della vite e del vino. Il premio Gutturnium a grandi personaggi era un biglietto da visita importante. Il Gutturnio a Milano era il vino più acquistato e consumato fra tutti. Perché tutto questo si è perso?

La vendemmia 2019 è passata e già assaggiamo qualche vino bianco fresco, vivace, profumato dei colli. Apprezzato in provincie limitrofe e qualche paese lontano. Piccole cantine (una volta) crescono, anzi c’è stata una mirabile concentrazione, ma anche la nascita di tanti gioielli famigliari, nuove generazioni proiettate verso il futuro. Bravi a tutti. Peccato l’assenza di una lungimirante strategia, con 50 cantine oramai note, molte premiate, di eccessive battaglie commerciali al centesimo. Occorre far realizzare di più al viticoltore e consentire all’imbottigliatore una selezione aziendale e territoriale.

Piacenza nel 1986 impostò il territorio collinare piacentino per una viticoltura tendente al quasi 100% di Doc. Per partire e rispondere a una storia di vini frizzanti (l’allargamento delle zone Gutturnio e Trebbianino in Val Luretta andava in tal senso) ma anche verso vini fermi per arrivare su nuovi mercati, allargare il consumo.

Piacenza dal 1987 è citta mondiale della vite e del vino. Il premio Gutturnium a grandi personaggi era un biglietto da visita importante. Il Gutturnio a Milano era il vino più acquistato e consumato fra tutti. Perché tutto questo si è perso? Perché non si fa sistema, no squadretta! Non servono a nulla gli elenchi telefonici con i nomi di cantine o atlanti geografici tipologici perché nessuno legge. Quante ricette, di vino e di cibo, hanno il DNA originario di Piacenza ma oggi sono “griffate” Tortona, Parma,  Cremona. Lasciamo che la Coppa Parma sia sui banchi mondiali di Eataly, con scritto in retro-etichetta “fatta (al modo di) a Piacenza”? Piacenza deve reagire non con eventi di quartiere, comparsate in piazza, certo anche con buoni contratti all’estero, ma deve puntare a un obiettivo alto, unico, di pregio: capitale vera della cultura del cibo, dell’ecoconsapevole e biodiverso consumo, della “conservazione” degli alimenti come tante refettori ci insegnano.

Quanti scalchi sono stati a Piacenza nei 300 anni di leadership della cucina italiana nel mondo fino all’Illuminismo francese: che continuità abbiamo dato? Il city-brand, il marchio di valorizzazione della città sta in tutta questa storia, ma dove è? Se la vite e il vino è millenario a Piacenza, perché non farsi carico di difendere la vita della Vitis Vinifera? Certo questione scientifica, ma abbiamo a Piacenza una Facoltà di Agraria che nel 1975 era considerata la terza in Europa per valore del titolo di studio e per ricerca. Certo difficile da capire, ma è un pilastro di difesa della naturalità fra pianta selvatica e pianta domestica, un esempio di storia, un legame che Piacenza possiede. Vogliamo che anche Piacenza, la nostra Malvasia, sia coltivata con piante ibride asiatiche o australi? Vogliamo difendere il gusto-sapore antico del nostro Gutturnio rispetto ad un Gutturnio da piante ibride, asettiche, neutre? Certo i portainnesti americani salvarono la viticoltura europea, ma la pianta madre era di Malvasia di Candia. Oggi l’utilizzo di queste piante di vite ibride è ancora vietato in Europa (ci sarà un motivo) ad eccezione dell’Austria. Ma soprattutto una Vitis Ibrida invece di una Vitis Vinifera che cambiamento comporta nel contenuto di alcol metilico, di aromi, sapori e profumi del nostro Gutturnio, Ortrugo, Trebbianino? E’ giusto?

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Piacenza può essere un baluardo per questa biodiversità viticola che sicuramente complica la vita al viticoltore chiamato a curare molto bene il vigneto e il grappolo, ma il vino ottenuto è meno standard, meno razionale e meno meccanico? Recuperiamo le vigne dismesse, diventiamo paladini al mondo del salvataggio della Vitis Vinifera per le Doc, chiedendone il riconoscimento come patrimonio dell’umanità.  

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