«Rischio insetti sulle nostre tavole, la tradizione culinaria italiana rischia la colonizzazione»

Il Consorzio La Carne che Piace "non si oppone al novel food, ma invita i consumatori a informarsi bene, perché la tradizione italiana ed europea rischia di venire colonizzata da cibi che fanno parte né della nostra tradizione, né dell’identità"

"E così tra due anni accanto ai cibi della tanto esaltata “dieta mediterranea” potrebbero comparire i “novel food”, tra cui gli insetti. Il Parlamento Europeo, nel 2015 aveva dato parere favorevole votando l’accordo sul novel food. Il regolamento della Ue è atteso per il 2018 e i Paesi asiatici si stanno già muovendo. Con la nuova legge, chi vorrà immettere sul mercato europeo un prodotto di questo tipo - Insetti, alghe, nanomateriali, cibi costruiti in laboratorio, nuovi coloranti - dovrà chiedere un'autorizzazione alla Commissione europea invece che ad ogni singolo Paese, a cui spetteranno comunque i controlli sulla sicurezza alimentare. Lanciati con grande evidenza a Expo 2015, gli insetti, secondo alcuni, potranno essere una delle chiavi di volta per garantire il cibo ai 9 miliardi di persone previste nel 2050. Attualmente, sono circa 112 i Paesi in Asia, Europa, Africa, America e Oceania dove alcuni milioni di persone si nutrono con circa 1.500 specie diverse di insetti". Si legge in una nota del Consorzio La Carne che Piace. 

Il Consorzio La Carne che Piace non si oppone al novel food, "ma invita i consumatori a informarsi bene, perché la tradizione italiana ed europea rischia di venire colonizzata da cibi che fanno parte né della nostra tradizione, né dell’identità. Oltre ai tanti rischi di perdita della sovranità alimentare - vedi multinazionali, norme Ue che con leggerezza consentono modifiche alle materie prime in nome del profitto senza regole - ora si aggiunge anche questo. La modernità attirerà soprattutto i giovani, perché il novel food viene rappresentato come progresso, come democrazia (ci sarà da mangiare per tutti) e come salute: gli insetti, ad esempio, sono ricchi di proteine, vitamine e minerali. Ora, non crediamo che ci sia qualche popolo al mondo che possa vantare una ricchezza in cucina come l’area del Mediterraneo. Italia e Francia, poi, sono sul podio mondiale per il buon mangiare e il buon bere".

"La biodiversità del nostro Paese è tale che ora anche i birrifici artigianali stanno proponendo, con successo, le birre italiane aromatizzate con i prodotti che ogni italiano può trovare nel proprio orto.Non parliamo poi del pomodoro, dei latticini, dei vegetali e della frutta, delle carni. I controlli su questi cibi sono maniacali (così come la burocrazia, italiana ed europea, che fa schizzare i costi di aziende e Consorzi) e sono considerati migliori al mondo, nonostante i tanti tracotanti dentro e fuori l’Italia.  Ma ciò che sta dietro a una mozzarella, a una passata di pomodoro o a una costata di manzo di qualità, una salamella o un salume Dop, gli altri Paesi non ce l’hanno. Tradizioni millenarie, capacità, know how che risale ai padri dei nostri padri. Agricoltori capaci di produrre prima e trasformare poi i frutti della terra. Artigiani della cucina impareggiabili. E poi gli artisti, gli chef, che cucinano, reinventato e creano utilizzando quei prodotti. Tutti attori che accanto ai cibi oggi mettono le parole sostenibilità, biologico, benessere animale, riduzione di farmaci e fertilizzanti, attenzione all’ambiente".

"E quando si è passati alla produzione industriale, la musica è stata sempre la stessa. L’Italia ha toccato, nel 2016, i 36 miliardi di export agroalimentare e l’obiettivo è quello di toccare i 50 miliardi nel 2020. Insomma, se si producesse cibo spazzatura non riteniamo ci sarebbe tutto questo successo. Non ci servono i cibi in laboratorio - l’Italia ha già detto no agli Ogm - ma occorre che le nostre prelibatezze vengano promosse in modo adeguato e si possano acquistare a prezzi moderati. Le mode alimentari, purtroppo, oltre a far perdere fette di mercato a produttori e industria spesso si fondano su menzogne o metodi terroristici. Da qualche tempo, per diffondere la cultura vegan, in città sono comparsi manifesti che mostrano animali morti o sul punto di morire. Non male, per chi dichiara di volere un mondo di pace. “Vegetale buono, carne cattiva”. Una semplificazione che non rende giustizia né alla democrazia alimentare, né alla libertà di scelta degli esseri umani".

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