"Siamo molto popolari", il libro del Presidente Corrado Sforza Fogliani a Palazzo Galli

FOTO DI ALESSANDRO BERSANI

Sala dei depositanti, gremita oltre il numero consentito di posti. Partecipazione viva da parte della cittadinanza, per tributare il giusto riconoscimento al Presidente, avv. Corrado Sforza Fogliani per il libro da lui scritto dal titolo: Siamo molto popolari. Libro già da me recensito alcuni mesi fa a Milano presso l’Associazione Banche popolari (ABI), dove anche allora fu analogo il concorso di pubblico ed il successo. Ma veniamo a ieri. Se la platea, come detto, accalcava la sala, il parterre dei relatori oltre che numeroso, presentava calibri di prima grandezza. Ore 18 puntuali, si comincia. Introduce Robert Gionelli, sempre chiaro e puntuale nelle sue osservazioni come da abitudine. Il libro, egli dice, era necessario per difendere le banche popolari, che costituiscono il 27% del sistema bancario nazionale, dalla perniciosa riforma Renzi del 2015. La quale riforma, impone la trasformazione in Spa delle banche popolari, almeno di quelle che non possono andare oltre il surrettizio limite di otto miliardi di attivo. Ma non è tutto. L’intento è quello di procedere con la demolizione del voto capitario, onde mettere in difficoltà la banche popolari, ponendo di fatto un tetto al loro sviluppo. Ricorda poi la figura di Luigi Luzzatti, economista, giurista e banchiere, cui si deve il merito nell’ottocento di far nascere le banche popolari in Italia ( la popolare Agricola di Lodi nasce nel 1864). Infine come attestato di stima e coerenza nei confronti dell’autore del libro, cita una sua opera del 2007, dal titolo: Il diritto, la proprietà, la banca, che con sconvolgente preveggenza, anticipava quello che sarebbe successo nel decennio successivo. Per cui è prevedibile, sostiene sempre Gionelli, che anche il libro attuale, rappresenterà per analogia una preveggente anticipazione di quanto avverrà nel prossimo decennio. Ed ora la parola ai relatori. Dapprima un assente, anzi due assenti giustificati. Il primo, Paolo Cirino Pomicino, il secondo Daniele Capezzone, entrami bloccati per la neve. Del primo, Gionelli legge una lunga relazione inviata per e-mail che contiene due elogi per la Banca di Piacenza che non ha mai venduto un derivato e in linea più generale per tutte le banche locali, le quali hanno provveduto e provvedono anche in tempo di crisi economica a sostenere il tessuto delle piccole e medie industrie che costituiscono oltre il 90% di tutto il sistema operativo e finanziario nazionale. Ai due elogi segue però anche una condanna nei confronti del vituperato Bail -in bancario, da considerarsi una ridicola normativa per gettare discredito sugli stessi azionisti e correntizi. Quindi su tutto il sistema delle banche italiane , buone o cattive che siano. La parola passa al primo dei presenti, il giornalista Gabriele Canè già direttore della Nazione. Da giornalista elogia il giornalista Sforza che fin dai tempi della sua frequentazione con Einaudi, ha sempre rivelato la sua passione sia politica che per il bello scrivere ed il suo libro attuale ne è la prova . Ma dimostra anche il suo acume nei confronti del sistema bancario , che oggi per i casi successi dopo il default del Banco dei Paschi di Siena e delle banche venete, ha raggiunto un alto grado di impopolarità fra la gente. Ebbene Sforza ha capito, sostiene Canè, fin dal primo libro scritto nel 2007, quanto avrebbe potuto essere pernicioso il sistema, come è puntualmente avvenuto, delle fusioni, per costruire delle super banche il cui unico obiettivo era costituito dal prodotto economico ,senza alcun investimento nel sociale. A differenza di quanto avviene e avveniva per le banche popolari. Per questo, continua, come cittadino e correntista sono grato al Presidente, Sforza Fogliani per le sue giuste preoccupazioni di ieri, di oggi e sicuramente di domani. Perché sono sicuro che un terzo libro sarà presto da lui scritto e presentato al pubblico. Segue Roberto Caporale economista, manager ed autore del libro: Exeunt, la Brexit e la fine dell’Europa( Ed. Rubettino). Ogni fatto economico. egli dice, è un fatto politico ed ogni decisione politica comporta un impatto economico. Il suo discorso è serio e serioso nello stesso tempo, perché ha in sé aspetti critici ed un misto di elementi reazionari e innovativi. Usa infatti il termine giacobino per segnalare l’impostazione europea contro tutte le forme intermedie che possano ostacolare tale disegno egemone. Il quale è ostacolato dalle banche popolari, invise almeno in Italia, perché rappresentano un baluardo contro la standardizzazione, ponendosi in una via di mezzo fra la sovranità europea e quella che resta della sovranità nazionale. Prosegue poi dando sfogo al sentimento. Vede Piacenza bellissima ed operosa ed anche se non vuole celebrare la persona di Sforza Fogliani, perché-lui dice- non ne ha bisogno, non può trattenersi dal considerare il libro di cui si parla, molto bello, chiaro, nitido, preciso e perfino puntuto (questo il termine usato) nelle sue considerazioni. Un libro quindi che trascende la dimensione locale, per contribuire attraverso il sostegno delle banche popolari alla crescita, stabilità e sovranità del nostro sistema economico. Per questo con tono, per la verità, un po’ contraddittorio, sostiene, come il libro esprima ottimismo nonostante ci sia poco da sperare nel sistema Italia, caratterizzato da instabilità politica e da una sovranità limitata. Infine sempre sul filo di una coerenza discrezionale, si chiede: cos’è una banca? Ecco la risposta. Un capitale che dà rendita come la batteria di un alternatore( sic). Finisce con un affondo: solo le banche popolari possono intralciare il disegno egemone. Quale? E qui si ferma. E’ ora la vota di Gianfranco Fabi, economista, scrittore e direttore di radio 24. Calvizie e barba banca che incornicia il volto gli conferisce i tratti di un filosofo greco. Anzi se il naso fosse schiacciato, gli zigomi più sporgenti e tutto l’insieme più abbruttito, sembrerebbe Socrate in persona. Inizia col criticare il decreto sulla riforma delle banche popolari per almeno 5 motivi che vengono elencati: incostituzionalità, illogicità, illiberalità, mancanza di giustificazione ed infine improprietà. Segue una considerazione di tipo umanistico contro il pensiero unico che privilegia il tecnicismo e l’algoritmo. Come pure contro la logica delle (grandi) banche che mettono il grande e il bello utile, al posto dell’individuo. Del libro di Sforza, si compiace come si muova nella direzione opposta al “bancamente” corretto, che è quello di privilegiare il valore del territorio e delle persone. Infatti, continua, la banca che tiene a questi valori non è una intermediazione astratta, ma un mezzo importante per sostenere esigenze sociali culturali e artistiche, come dimostra l’attività che si svolge qui a Palazzo Galli. Infine un encomio incondizionato nei confronti dell’autore del libro. Il motivo? Sforza, scrive molto bene e dice quello che pensa, cosa normalmente in controtendenza rispetto a quanto scrivono gli altri. Insomma, conclude, Sforza è un grande banchiere e un grande uomo. E qui si ferma. Senza interruzione, subentra l’ingegnere nucleare Luciano Gobbi che tutti conoscono per essere stato il Presidente della banca di Piacenza, mentre ora è impegnato come manager nella terra d’Albione, cui non nasconde la sua simpatia. Parla col sorriso sulle labbra dimostrando piena sintonia con i precedenti relatori e accattivandosi, per il modo non affettato, le simpatie del pubblico. Il suo non è un gergo tecnico, che potrebbe annoiare, ma fantasioso, quasi analogico. R icorre infatti alla metafora paesaggistica per essere ancora più in comunicazione diretta con il pubblico. Cita a sostegno delle sue idee, come era il paesaggio nel 2007 al tempo del primo libro, già citato, del Presidente Sforza, che in piena frenesia bancaria (parlo del paesaggio) si presentava senza nuvole. Ora come nocchiero in gran tempesta il paesaggio, è cambiato ed un sarcofago evoca un nuovo nello stesso tempo vecchio modo di intendere le cose, richiamando alla memoria il famoso detto: et in arcadia ego. Paragona poi la situazione inglese a quella italiana evidenziando inconciliabili differenze. In Inghilterra infatti le decisioni economiche ed i centri decisionali si tengono in gran rispetto. Da noi al contrario, viviamo una situazione opposta, per questo stiamo diventando una colonia in cui i centri decisionali dipendono da altri. Parlando poi del libro che ritiene molto interessante perché pieno di citazioni e di fine ironia, ne elogia il contenuto. Perché va contro il gigantismo bancario, in quanto una banca troppo grande mal si concilia con la buona gestione nell’interesse dell’azionista e del correntista. Auspica infine che l’amico Sforza vorrà e saprà scrivere un nuovo libro in grado di discriminare il mondo reale basato sui valori umani da quello standardizzato legato solo al profitto. Detto questo da un bancario che si esprime contro le autorità sovranazionali, l’impressione è che la speranza di un mondo migliore( e dal tratto umano) non sia ancora persa. Poiché si gioca in casa è la volta del direttore della banca di Piacenza Giuseppe Nenna. Relazione la sua chiara e tutta improntata alla logica del sostegno delle banche popolari, come dimostrano i dei due libri scritti dall’avv. Sforza che rivelano la coerenza di principi di un autore che ha la schiena diritta, a riprova di una peculiarità rara, difficile da riscontrare soprattutto fra coloro che hanno incarichi di prestigio. Passa poi ad elogiare il libro attuale che difende con orgoglio le banche popolari in particolare la nostra e che richiama la preveggenza del primo libro quello del 2007 che già allora denunciava il pericolo della fusione delle banche e nello stesso tempo dichiarava come la buona banca fosse quella che si basa sulla correttezza dei propri amministratori e sulla capacità di mantenere il centro decisionale. Questo per questi motivi: stare vicino alla gente ed evitare in questo modo i licenziamenti. Infine una stoccata contro la riforma delle banche popolari. Perché? Per almeno due cause: l’indipendenza di queste banche dal potere politico e l’opposizione contro il voto capitario da intendersi come vera democrazia societaria. Chiude con un ossimoro: la nostra, egli dice, è una piccola, grande banca, senza tralasciare una nota di speranza: io sono ottimista perché anche nei momenti di crisi la nostra come tante altre banche popolari hanno continuato ad aiutare le imprese e a sostenere la gente del territorio. Arriviamo alla fine. Chiude infatti gli interventi Giulio Sapelli, famoso storico ed economista, insegnante universitario più all’estero, come lui dice, che non in Italia. Personaggio di grande stazza fisica, ma soprattutto intellettuale, nel suo discorso, che suscita l’ammirazione dei presenti, tutto si tiene. Dalle radici storiche di Cavour, lui torinese che si schermisce dicendo che non tutto nell’uomo è perfetto, alla geopolitica che definisce nel mondo un nuovo equilibrio di potenza il cui disegno è quello di togliere il potere alle singole nazioni, senza che queste se ne accorgano. Massime per l’Italia. Una prova? Basta vedere quel che è successo a Cipro dove una nave italiana dell’ENI è stata sequestrata dai turchi, cosa che non è successa con altre compagnie petrolifere come Total o Esso-Mobil. Siamo in un paese in difficoltà quindi causa il deterioramento della classe dirigente, la povertà dell’insegnamento universitario che corrisponde denari agli insegnanti in base al numero dei laureati e non in base al merito. Infine causa la carenza del concetto di patria che a differenza di quanto succede in Germania o in Francia nazioni che pensano in termini imperiali, non ci consente di far funzionare l’economia. Continuando su questi concetti oggi poco di moda, avanza la convinzione che l’economia si basi sulla cultura e che l’algoritmo non è tutto se mancano ideali morali e civici. Che dire. Ossigeno puro per le nostre “antiquate” orecchie ripiene di idee umanistiche. Ma non è ancora tutto. L’accanimento contro le banche popolari, continua il relatore, non è semplicemente un complotto, ma un processo storico che sta attecchendo nel nostro paese con l’esito nefasto di creare una fase stagnate di desertificazione e nello stesso tempo di mortificazione. Sintesi finale, da incorniciare: conservare la nostra identità, rappresenta, per lui, il presupposto per sopravvivere e per conservare assieme all’economia boccheggiante, la libertà e la democrazia. Sono ormai le venti e due ore sono passate senza quasi accorgersene. Ma non si poteva chiudere il convegno, senza l’intervento del festeggiato, l’autore del libro, chiamato dai relatori con il consenso del pubblico, al tavolo degli illustri ospiti. Il suo discorso è un procedere calmo quasi commosso, non tanto e solo per gli elogi ricevuti, ma per il sostegno da parte di tutti i relatori nei confronti della sua campagna a difesa delle banche popolari. Lo dice ringraziano in modo esplicito e pieno di riconoscenza per le generose parole a lui riservate. Poi entra nel merito. Il mio libro, egli dice, rappresenta un atto di orgoglio secondo la più nobile tradizione di libertà e di indipendenza che le banche popolari hanno sempre dimostrato, da quando l’Italia da paese agricolo si è trasformata in paese industriale. Ma, sempre parlando del libro, il mio è anche un atto di denuncia nei confronti del mondo d’oggi dove bisogna conoscere, oltre all’inglese, perfino il norvegese, onde sostenere la lotta delle banche popolari contro l’egemonia dei fondi speculativi europei. Il mondo, il nostro, è infatti dominato dalla cieca volontà di potere, che porta gli uomini ad abusare della propria autorità. Il che significa in pratica il trionfo dell’egoismo e della protervia, ben conosciuta dai filosofi greci con la definizione di hybris. I quali se non sapevano nulla di banche conoscevano però a fondo la natura dell’uomo. Per questo le banche popolari svolgono ancora la loro funzione di sostegno verso le esigenze umane di ogni individuo ed il suo habitat. In pratica esse sono come la salute che si apprezza, solo quando è ormai troppo tardi. Ebbene a dimostrazione che la nostra banca è la nostra stessa vita, sabato prossimo inaugureremo la salita alla cupola di Santa Maria di Campagna per ammirare gli affreschi del Pordenone e questo senza chiedere un euro alla cosa pubblica. Poi a distanza di una settimana, verrà presentato il nostro bilancio che nonostante un anno terribile, porterà un aumento del dividendo a tutti gli azionisti. Scroscio di applausi. Sono le 20 e 15. Rimane solo il tempo delle felicitazioni e strette di mano con il festeggiato, autore di uno scritto, quasi profetico e per questo molto elogiato. La folla intanto numerosa si assiepa all’uscita per ricevere il libro in omaggio. Osservo e apprezzo fra la gente sorrisi e commenti molto soddisfatti che annoto. E’ proprio vero allora, questa la mia conclusione, che il tempo è una espressione dello stato d’animo. Gratificato quest’ultimo, il tempo scorre senza accorgersene. Detto questo, non mi resta che aggiungere la parola fine

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