Un’Europa diversa ed unita per affrontare le sfide della globalizzazione

Questi alcuni dei temi emersi nell’incontro svoltosi in Confindustria Piacenza, cui hanno preso parte l’editorialista e vice direttore del Corriere della Sera Federico Fubini, autore del libro “Per amor proprio”dedicato al rapporto tra italiani ed Europa e la vice presidente di Confindustria Lisa Ferrarini

Un momento dell'incontro

E’ un’Europa diversa quella che si sta delineando, con la “locomotiva” tedesca alla fine di un ciclo politico ed economico, un paese “introverso” che considera la Ue come uno scudo protettivo per entrare in un nuovo ciclo di trasformazione. In questo contesto, tra globalizzazione, dazi, conflitti, emigrazione, l’Italia, anzi tutto il popolo italiano, deve rendersi conto che di questa dimensione europea è parte integrante ed in questo scenario deve vivere, lavorare e produrre, facendo difendere con accordi chiari ed univoci il proprio made in Italy, soprattutto il settore agro-alimentare, perché noi siamo prima di tutto dei trasformatori e più aumentano i dazi, più cresce l’italian sounding.

Questi alcuni dei temi emersi nell’incontro svoltosi in Confindustria Piacenza, cui hanno preso parte l’editorialista e vice direttore del Corriere della Sera Federico Fubini, autore del libro “Per amor proprio”dedicato al rapporto tra italiani ed Europa, la vice presidente di Confindustria Lisa Ferrarini. Coordinava il professor Francesco Timpano, docente di Politica economica alla Cattolica di Piacenza.

Dopo il saluto del presidente di Confindustria Piacenza Alberto Rota (costruiamo insieme o rischiamo di diventare terra di conquista), Timpano ha introdotto gli interventi sottolineando come lo sviluppo economico tenda a concentrarsi creando disparità cui la politica reagisce spendendo parte dei bilanci per sanare le differenze; «ma il bilancio Ue è scarso, solo poco superiore all’1% del Pil; ma se si aumenta, si cede in sovranità. La Ue inoltre non si occupa di welfare. Ci sono inoltre nuove politiche legate alla sostenibilità, Per avere più coesione, servono gli strumenti».

«Nei numeri, nei dati- ha detto Fubini- c’è la verità; noi abbiamo avuto per decenni una condivisione di sviluppo, di storia e con prospettive molto simili(nel ceto medio);  poi ad un certo punto le vie si separano, con differenze tra ceti medi abbastanza evidenti ed un “sentiment” verso l’Europa completamente diverso; il suo è sovente percepito come un progetto di élite, una realtà chiamata a mettere in ordine (prima di tutto i conti) quello che non funziona. Questo può essere comprensibile considerando il trattato di Maastricht nell’aiutare l’Italia a raddrizzare la sua finanza pubblica. Questo ruolo di vincolo esterno, di ancoraggio, è stato importante. Si è arrivati però a un punto in cui, in una democrazia complessa come quella italiana, l’idea di un vincolo esterno non basta più; deve esserci un passaggio in cui si comprenda che bisogna essere europei e non vivere la Ue solo come una limitazione».

«La politica nel nostro Paese- ha sostenuto il vicedirettore del Corsera- è piena di odio e colpi bassi, ma tutti riconosciamo nell'Italia la nostra identità comune. Dobbiamo accettare che lo stesso valga per l'Europa, perché è la nostra realtà del ventunesimo secolo. Rendere tabù qualunque dubbio sulle scelte di Bruxelles¸ come fanno gli europeisti a ogni costo secondo i quali noi italiani abbiamo sempre torto e gli altri sempre ragione, non ha fatto che regalare il monopolio della critica a chi l'Europa vuole distruggerla. E rendere tabù l'amor proprio nazionale ne ha lasciato l'esclusiva a chi lo usa come una clava. Per l'Italia, invece, la scelta non è fra Bruxelles e la via sovranista, ma fra l'integrazione con gli europei e la sottomissione all'impero degli altri: russi, cinesi, americani o i colossi del Big Tech. Per gli italiani è arrivato il momento di capire che se vogliono davvero fare i propri interessi devono imparare a rivendicarli con forza e determinazione, senza che questo significhi in alcun modo indebolire o distruggere il sistema europeo. Per farlo occorre però prima di tutto togliere l'Europa ai sovranisti e agli europeisti di professione, per restituirla ai nostri figli, e a noi stessi. Senza arroganza, né complessi di inferiorità. Questo quadro europeo è il nostro quadro politico. Europa non è una cosa diversa da noi, ne facciamo parte. Non è un rapporto basato su un complesso di inferiorità, altrimenti non potrà esserci un europeismo maturo».

«La “battaglia Cina” - ha ricordato Lisa Ferrarini- l’abbiamo fatta in solitaria; adesso che anche la Germania comincia a scricchiolare, cominciano a muoversi anche gli altri. La Cina è sussidiarietà, l’impianto dei diritti civili è ben diverso dal nostro; noi abbiamo altri obiettivi. In Europa ci sono 500 milioni di consumatori e oltre 23 milioni di imprese, l’UE ha il mercato unico più grande del mondo. È veramente difficile pensare di poterne fare a meno. Bisogna però lavorare insieme».

«Sono- ha detto- moderatamente ottimista; noi proponiamo un patto di crescita e stabilità; un grande piano infrastrutturale a livello europeo, con un investimento molto importante da oltre mille miliardi, che in realtà rappresenta 10 per cento del Pil europeo, in grado di essere ammortizzato in 50 – 70 anni. Dobbiamo far fronte a quella che può essere una situazione anti- ciclica che si sta avverando nel mondo e può essere per noi un grande problema. Ma in momenti di grande crisi l’Europa ha sempre dimostrato di essere in grado di ripartire a livello di politica economico e industriale; questo è il momento di farlo. Non abbiamo materie prime, siamo uno straordinario paese di trasformatori che deve difendere dai dazi e dalle imitazioni le proprie prerogative, ma la difesa deve essere univocamente europea».

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