“Una stella per la scuola”, vince Francesco Dallatorre

Al concorso “Una stella per la scuola” sul gradino più alto è salito Francesco Dallatorre (Marconi-Da Vinci). Il suo tema “Freelancer & nomadi digitali” è stato premiato perché ben argomentato e con ottima esposizione formale e correttezza sintattica

Francesco Dallatorre, premiato da Roberto Scotti, amministratore delegato di Bolzoni Spa

Il recente concorso “Una stella per la scuola” promosso dal Consolato M.d.L. di Piacenza, sul quale abbiamo ampiamente riferito nei giorni scorsi, ha registrato la partecipazione di nove gli Istituti tecnici e professionali di città e provincia, coinvolti circa 2mila studenti e  114 classi. Al primo posto si è classificato Francesco Dallatorre (Isii Marconi) il cui elaborato è stato premiato perché ben argomentato e con ottima esposizione formale e correttezza sintattica.

“Freelancer & nomadi digitali” di Francesco Dallatorre, classe VG Informatica  istituto tecnico Marconi-Da Vinci, 2018

Viviamo in un mondo sempre più connesso, rapido, ed è proprio su quest’ultima parola che mi vorrei soffermare per un istante. Mai come oggi, l’uomo ha avuto accesso a così tante risorse, in così poco tempo. L’enorme mole di dati a nostra disposizione deriva d’altronde dalle nuove possibilità offerte dalla rete, una mastodontica infrastruttura che copre quasi l’intera superficie del globo, composta da cavi di rame, fibra ottica, satelliti e ripetitori radio. Tramite essa, oggi un qualsiasi cittadino di uno stato libero può accedere in pochi secondi a qualsiasi informazione egli richieda mediante un dispositivo elettronico connesso ed un motore di ricerca. Questo ha radicalmente modificato il nostro approccio al mondo del media, del sapere e non solo. 

Il web venne inizialmente concepito come un mezzo di comunicazione decentralizzato, strutturato in modo tale che un’interruzione di linea dovuta a cause esterne, ad esempio un bombardamento in sede di guerra, non potesse influenzare in alcun modo la capacità di inviare e ricevere messaggi tra militari americani. Nessuno avrebbe potuto immaginare i mille volti con la quale questa (relativamente) nuova tecnologia si sarebbe riproposta in ogni ambito lavorativo. Le e-mail hanno rivoluzionato i tempi di comunicazione aziendali, sia interni che esterni, le videochiamate hanno introdotto un nuovo modo di presidiare ad incontri, senza la necessità di essere fisicamente presenti in una sala riunioni ed infine i sistemi informativi connessi hanno completamente rivoluzionato le catene di produzione e la capacità di monitoraggio delle singole macchine, tagliando di fatto, almeno in un primo tempo, molti più posti di lavoro di quanti ne abbia introdotti.

D’altro canto, questa serie di comodissime novità ha fatto si che sempre più servizi venissero messi a disposizione dei singoli utenti, e non più solo relegati ad un ambito aziendale, generando un’affluenza di dati in rete maggiore a ogni aspettativa. Ci si è dunque cominciati a chiedere che cosa se ne sarebbe dovuto fare di tutti questi dati, dal volume in continua espansione e che oggi vengono indicati con il termine inglese BIG DATA.

Risulta evidente quindi la necessità di formare nuove figure professionali, che sappiano trattare dovutamente i dati che gli utenti forniscono tramite l’utilizzo di servizi, senza violare la privacy di alcun individuo (onde evitare la scia dei recenti scandali Facebook) ma allo stesso tempo ricavandone un rapporto leggibile che possa essere concesso alle aziende che lo richiedono. Già da quest’anno, afferma Francesca Barbieri nel Sole 24 Ore, l’industria italiana andrà alla ricerca di profili lavorativi quali specialista in Protezione Dati, e Project Manager dell’industria 4.0, ai quali verranno richieste, in primis, conoscenze sugli algoritmi predittivi e capacità di analisi dei big data. Su questo filone, il Politecnico di Milano ha annunciato per l’anno 2019 l’inaugurazione del suo primo percorso di laurea magistrale sulla CYBER SECURITY, sicurezza dei dati e non solo, il quale si va ad aggiungere all’ampia gamma di corsi già disponibili su Big Data, Blockchain, Manufacturing e altri, segno di un mondo scolastico universitario che sta cercando in tutti i modi di rispondere alle nuove esigenze di mercato.

Tuttavia la rete non genera solo quantità enormi di dati da analizzare e preservare, ma anche numerose ed entusiasmanti opportunità di lavoro, con un 2017 che ha visto l’affermarsi tra i giovani di una nuova categoria di business, ovvero quella del lavoro Freelancer. Ma che cosa sta ad indicare questo termine? Un Freelancer è sotto molti punti di vista equiparabile ad un nostro libero professionista, il quale apre una partita IVA per poter processare la propria attività su richiesta del cliente, solitamente offrendo un prodotto, oppure una prestazione lavorativa su domanda. Un Freelancer unisce tutto questo, ma manca di fatto di un ufficio fisico/negozio, luogo che viene virtualizzato e spostato sulla rete. È un concetto piuttosto innovativo, ma questa nuova categoria di lavoratori offre una propria vetrina di servizi mediante una pagina su di un sito web, la quale può essere ospitata da società terze, tra le più famose citiamo Fiverr e UpWork, oppure su di una propria. A questo punto il Freelancer, proprio come qualsiasi altro libero professionista, è chiamato a diventare imprenditore di sé stesso, a pubblicizzare i propri servizi e a raggiungere i suoi potenziali clienti, ovviamente il tutto sfruttando le nuove potenzialità di marketing che i Social Network e la rete offrono. Tutte le relazioni tra venditore e acquirente avvengono online, e il servizio richiesto può spaziare dalla traduzione di un articolo di un sito web, alla creazione di un logo per un’azienda, alla programmazione di un’applicazione mobile e chi più ne ha più ne metta.

Diventa subito evidente come questa tipologia di lavoro abbatta qualsiasi barriera di tipo spaziale, il Freelancer è libero di lavorare da qualsiasi parte del mondo, per acquirenti di tutto il globo, gli unici requisiti sono un computer portatile ed una connessione ad internet, e preferibilmente una buona padronanza della lingua inglese. Io stesso ho deciso di cimentarmi in questa tipologia di attività nel mio tempo extracurricolare, mettendo a disposizione la mia passione per l’inglese e le mie conoscenze informatiche, apprese qui in istituto, per offrire un servizio di traduzione di testi tecnici dall’italiano all’inglese e viceversa, completando più di 80 ordini in pochi mesi.

Questo dal mio punto di vista apre ai giovani di oggi un sacco di nuove possibilità, perché dove uno studente fatica a trovare un lavoro part-time, sia questo dovuto a una mancanza di conoscenze pratiche, oppure a problemi di trasporto, ora può mettersi in gioco fin da subito, impiegare tutte le sue capacità sociali e la sua fantasia ed offrire un servizio in base alle proprie abilità “virtuali”, siano esse grafiche, di scrittura, di programmazione, di registrazione video o quant’altro.  Se il lavoro è fatto bene e con passione, si può star tranquilli che da qualche parte del mondo qualcuno avrà bisogno del nostro servizio. 

Ma perché le persone dovrebbero aver bisogno di ingaggiare un Freelancer, quando potrebbero benissimo trovare un libero professionista? Le motivazioni sono diverse, e a volte ben distanti da quanto si vede oggi sul mercato italiano. La pagina informativa di un Freelancer è spesso provvista di una sezione per le recensioni dei clienti, questo sistema è molto simile a quello che vediamo succedere nel negozio online di Amazon, il lavoratore viene di fatto valutato dal compratore stesso alla consegna di ogni ordine, con tutti i pro e contro che ne conseguono. Questo meccanismo porta però all’instaurazione di un forte meccanismo di meritocrazia, e soprattutto di competizione tra Freelancers, ne consegue quindi che una valutazione alta rappresenterà, per un futuro acquirente, un indicatore più che sufficiente di qualità del servizio. In aggiunta a ciò, non sempre un cliente necessita di ordini di massima importanza, magari ha bisogno di un piccolo lavoretto, che venga svolto con prezzi e tempistiche ben definite. Grazie a un sito come UpWork, il compratore è in grado di sfogliare, letteralmente, un catalogo di lavoratori subito disponibili a collaborare con lui, con un listino prezzi ben in mostra, e di concordare tramite un semplice messaggio una data di consegna del lavoro svolto. Sarà il sito stesso a processare il pagamento.

Grazie alla possibilità di mobilità offerta da questo tipo di lavoro, è sempre meno raro oggi imbattersi in persone che si definiscono “Nomadi Digitali”, ovvero giovani che per un periodo variabile da qualche mese a qualche anno decidono di “staccare” dalla propria vita, mettersi in viaggio e al contempo guadagnare un proprio stipendio, necessario per poter viaggiare, proprio dall’attività di Freelancer e perché no, lavorare sotto il sole in una bella spiaggia, oppure in uno spazio/bar di coworking (co-lavoro) in centro a una metropoli di qualche stato da visitare una volta effettuata l’ultima consegna, in base a come si decide di gestire la propria giornata.

Le possibilità offerte da Internet stanno quindi crescendo inesorabilmente in questi ultimi anni, dando vita a vere e proprie nuove idee di business. In tutto ciò, noi giovani di oggi ci troviamo in grande vantaggio, perché tutto ciò sta avvenendo su di una realtà che a noi non è affatto sconosciuta, ma che anzi, in quanto a Millennials fa parte del nostro essere sin dalla nascita. Tutto ciò non vuol dire che le forme di lavoro “canoniche” andranno via via scomparendo, tutt’altro, ma sicuramente da qui al 2020 assisteremo ad una vertiginosa impennata nell’utilizzo di qualsivoglia mezzo tecnologico, aspetto della nostra vita che richiederà un veloce adattamento da parte di tutti i settori aziendali, ed ancor prima del mondo scolastico, con uno stravolgimento dei percorsi di studio che dovranno essere aggiornati alle più recenti tendenze del mercato, percorsi che siano in grado sempre più di reinventarsi e di seguire la dinamicità del mondo in cui viviamo, esattamente come stanno già facendo gli studenti di oggi, motivo per cui mi sento di dire che i giovani dei giorni nostri sono assolutamente pronti ad accettare la sfida che questa “Era digitale” propone loro.

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