«Così cominciò la Resistenza a Piacenza». Il nuovo libro di Ermanno Mariani

L’avvincente rievocazione del “nostro 8 settembre” (cioè la data dell’armistizio) scorre tra le pagine di “Stuka su Piacenza” (edizioni Ponte Gobbo, 136 pp. 12 €) l’ultima opera di Ermanno Mariani, giornalista e storico che ha presentato il libro alla biblioteca Passerini Landi

(Foto Gis Image)

Così cominciò la Resistenza a Piacenza. Lo scontro armato tra i soldati italiani e la 90ª divisione tedesca, avvenuto il 9 settembre, fu l’inizio dell’insurrezione armata nella nostra città. Per l’autore, però, la genesi della lotta al fascismo va fatta risalire agli Anni tra il 1919 e il 1922, quando i primi oppositori a quello che divenne il regime mussoliniano furono arrestati o inviati al confino. Vent’anni dopo, alcune di quelle persone divennero partigiani.

L’avvincente rievocazione del “nostro 8 settembre” (cioè la data dell’armistizio) scorre tra le pagine di “Stuka su Piacenza” (edizioni Ponte Gobbo, 136 pp. 12 €) l’ultima opera di Ermanno Mariani, giornalista e storico che ha presentato il libro alla biblioteca Passerini Landi.

Mariani non lo ha fatto da solo, ma ha voluto con sé uno degli ultimi combattenti Agostino Covati, 90 anni, commissario politico della Divisione Piacenza (attuale presidente dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia). A moderare la giornata, Romano Repetti, presidente dell’Anpi.

Repetti ha detto di aver trovato alcune informazioni nuove nel testo come i nomi dei piacentini che hanno combattuto in quei giorni del settembre ’43, i reparti tedeschi schierati e i nomi dei militari, i reparti fascisti e i nomi degli appartenenti.

Mariani - uno tra i più prolifici autori che si sono occupati della storia della Resistenza piacentina - aveva scritto questo libro 15 anni fa quando avrebbe voluto dare una versione unitaria del suo celebre “Piacenza liberata”, ma poi fu costretto a desistere a causa di alcuni impedimenti che gli fecero perdere parte del materiale raccolto. Lo ha portato, invece, alla luce ora sottolineando l’importante ruolo che ebbe l’allora Regio Esercito. E nel suo racconto non è mancato un accenno al generale Cigala Fulgosi che lanciò le proprie medaglie al plotone di esecuzione tedesco. Germi di una resistenza che sono sbocciati sino all’estremo sacrificio. Ma la forza del soldato italiano si ritrova anche nel gesto del capitano di artiglieria, Dante Coperchini. Avuto ordine, il 9 settembre, di tenere la città - insieme con altri reparti - comandò il caposaldo posto tra piazzale Genova e il Corso. I tedeschi arrivarono in forze, appoggiati anche da alcuni carri armati Tigre. Due assalti fallirono. Da San Damiano decollò allora uno Stuka in appoggio alle truppe tedesche. Il cacciabombardiere Ju-87 mitragliò i militari italiani. Un soldato ferito negli scontri venne soccorso dal capitano Coperchini in prima persona. Ma lo Stuka ritornò per un secondo passaggio e vomitò piombo sugli italiani, colpendo Coperchini e uccidendolo. «Un comandante che ogni soldato avrebbe voluto avere» ha affermato Mariani. E proprio i primi gruppi organizzati si modellarono intorno ai soldati e ai carabinieri che avevano combattuto, soppiantando ben presto le prime bande partigiane, composte in modo eterogeneo da chi non aveva mai combattuto, da sbandati, da appassionati e, in seguito dai renitenti alla leva indetta nel ’44 dalla Gnr (Guardia nazionale repubblicana, forza armata della Repubblica di Salò).

Covati ha detto di aver ritrovato i nomi di chi aveva combattuto con lui. Tempi in cui già era chiaro che l’Italia sarebbe stata liberata, dove la spinta a cacciare i nazisti e i fascisti era più forte delle armi del nemico. «Molti di noi - ha raccontato Covati - dopo la guerra ripresero il loro lavoro, senza ottenere alcun riconoscimento.  Quando combattevamo, ci dicevamo che non lo si faceva per occupare posti di comodo in futuro, ma per dare un esempio ai cittadini. Il mio ruolo di commissario politico era quello di affiancare il comandante. Non c’era, almeno nella Divisione Piacenza, una posizione ideologica da far rispettare. Io ero per lo più di supporto amministrativo alla Divisione. L’idea tra i partigiani era quella che tutti si dovesse dare un contributo positivo nella lotta contro gli oppressori».

Al termine, le domande del pubblico. Da una di queste - riguardante una possibile versione condivisa di quei fatti - è nato un acceso dibattito sull’interpretazione storica degli avvenimenti che ancora oggi scatenato passioni contrastanti.

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