«Credo in un teatro che dia, a spettatori e attori, gli strumenti per affrontare la propria vita»

Intervista all'attrice Amanda Sandrelli, in scena domenica 8 novembre alle 21 a La Fabbrica 54, a Larzano di Rivergaro, con “Oscar e la Dama in Rosa”

Amanda Sandrelli, attrice italiana di successo, che sarà in scena domenica 8 novembre alle 21 a La Fabbrica 54, a Larzano di Rivergaro, si concede in un’intervista sul suo ultimo lavoro teatrale: “Oscar e la Dama in Rosa”, testo tratto dall’omonimo libro di Eric-Emmanuel Schmitt, e con la regia di Lorenzo Gioielli.

Amanda, “Oscar e la Dama in Rosa” parla, attraverso il tragico destino di un bimbo malato di cancro, della vita, della morte, del tempo e di tanto altro, temi abbastanza complicati da affrontare e da portare in teatro. Da dove nasce quest’idea?

E’ nata dalla voglia di raccontare e mettere in scena qualcosa che ritenevamo utile, quando abbiamo letto quel libro abbiamo pensato che fosse una storia necessaria, a tutti. Credo che il senso del teatro sia questo, voglio dire che non credo al teatro concepito come puro intrattenimento, puro divertimento o pura tragedia, non voglio nemmeno dire che ci sia qualcosa di male nell’intrattenimento, ma penso che il teatro non sia questo, non solo almeno. Il senso che do io al teatro è cercare di dare, a chi guarda e a chi crea, gli strumenti per affrontare la propria vita.

Viviamo in un momento dove il mondo viene raccontato in maniera prevalentemente positiva, dalla televisione, dalle pubblicità, dove i modelli di vita sono sempre sani, belli e capaci, senza difficoltà. Ma non è così, almeno non sempre. Il teatro è l’unico mezzo che ci rimane per poter mostrare tutto senza compromessi e senza mediazioni perché stando sul palco, o guardando dalla platea, si sente che il teatro è un’esperienza fisica, con una sua energia tangibile, ed è meraviglioso.

Questa comunione con il pubblico è il momento più unico del teatro, che lo rende insostituibile. Oscar ti racconta una storia,  che ci siamo imposti di raccontare tenendoci lontani dal virtuosismo tecnico, mantenendo un linguaggio semplice per permettere al messaggio che veicola di arrivare dove vogliamo: al pubblico.

Oscar è un bambino che non perde la speranza anche se non l’ha mai avuta e credo che questa sia stata una lezione importante per me, che l’ho interpretato, e per chi è venuto a vederlo.

Gli attori, a teatro, cercano di portare la propria esperienza personale, e la propria vita, nel personaggio che interpretano, e viceversa, com’è stato entrare nei panni di Oscar, della sua malattia e della sua breve, ma intensa, esistenza? E com’è stato far entrare lui nella tua?

Non sono mai riuscita a definire cosa accade tra me e i personaggi che ho interpretato, anche quando ho interpretato personaggi reali, succedono cose difficili da spiegare su due piedi.

E’ un po’ come farsi delle domande con un linguaggio e rispondere in una maniera differente, quello che so è che ogni uomo ha, dentro di sé, tutte le informazioni necessarie, l’unica cosa è riuscire a tirarle fori. Si è un po’ come uno strumento musicale, si comincia con le cose più naturali, un giro di Do per esempio, e poi pian piano si scoprono anche tutte le altre note che lo strumento può fare e con un personaggio è lo stesso: inizi dalle cose che si hanno in comune con lui e pian piano inizi a capire tutte le cose che sono e non sono nel personaggio. Ho viaggiato nella mia infanzia, nelle gravidanze dei miei figli, un po’ dappertutto insomma fino a farlo passare dalla testa al corpo, dall’idea al movimento, ed è nato. E’ la magia del teatro, ed è assolutamente imprevedibile, puoi prepararti la parte alla perfezione ma nessuno sa con esattezza come sarà il personaggio che verrà fuori, l’importante è mantenersi elastici e prepararsi a percorrere una strada anche completamente diversa da quella che ci si era prefissati in partenza e non aver paura di sbagliare, Beckett diceva: “Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio.” Nello spettacolo io passo da Oscar a Nonna Rosa, il suo unico rapporto umano nella vicenda, e mi sono resa conto che il mio corpo reagisce diversamente alle due persone, inconsapevolmente faccio cose diverse e ho atteggiamenti diversi, il che può sembrare scontato, ma credimi, non lo è. L’unica cosa che sono sicura è che quando finisco una replica mi sento nelle vene un’energia spaventosa.

Secondo te il teatro italiano di che cos’ha bisogno, a parte i finanziamenti, per tornare ad essere di interesse culturale rilevante?

Io credo che il peggior nemico sia l’auto-referenzialità. Il narcisismo a volte ci fa scordare il motivo del perché ci si trovi lì. L’obiettivo non è il fare una cosa straordinariamente bella esteticamente ma fare qualcosa che abbia un valore umano sia per chi recita e sia per chi ci guarda.

La scarsa partecipazione di un pubblico giovane nei teatri, specialmente quelli blasonati, credo sia un retaggio borghese del passato, però posso dire di essere stata in tanti teatri considerabili come “Off” dove mi sono esibita davanti a un pubblico prevalentemente giovane, il punto focale è che sia stato fatto, e si faccia ancora, molto teatro in maniera vecchia e noiosa. Non dobbiamo mai mancare di rispetto al pubblico proponendo linguaggi troppo astratti o complicati perché  la noia uccide il teatro. Abbiamo vissuto anni di avanguardia teatrale, che ho vissuto in prima persona, che era di una noia mortale, il gioco sta nel raccontare quello che si vuole rimanendo interessanti e per farlo, la prima regola che mi impongo, è di trovare qualcosa che mi piaccia fare, perché più piace a me fare una cosa e più interesse riesco a suscitare nel pubblico. Non smetterò mai di dirlo, il teatro è un lavoro di artigianato.

In Evidenza

Potrebbe interessarti

I più letti della settimana

  • Ripescata nel Po un'auto con a bordo un cadavere, è Daniele Premi

  • Nuovo decreto e spostamenti tra Regioni e Comuni: cosa si può fare (e cosa no) dal 16 gennaio

  • Frontale tra due auto a Fiorenzuola: tre feriti, uno è gravissimo

  • Brugnello, Rivalta, Vigoleno: Valtrebbia e Valdarda grandi protagoniste a "Linea Verde"

  • L'Emilia-Romagna resta arancione, firmato il nuovo Dpcm

  • «Disobbedire e aprire i locali? Non ha senso. La vera protesta sarebbe chiuderli: stop a delivery e asporto»

Torna su
IlPiacenza è in caricamento