Domenica, 24 Ottobre 2021
Cultura

«Grande Guerra, quando Cesare Battisti venne a Piacenza per sensibilizzare l’intervento dell’Italia»

Gli scenari, le politiche e le tattiche militari della Grande Guerra spiegati dal generale Giuseppe Oddo

Il comitato piacentino della Dante Alighieri ha raccontato in più occasioni  con esimi conoscitori dello scenario del tragico evento la “Grande guerra” ( Dossena, Musajo Somma, Fiorentini). Il ciclo di conferenze è stato ulteriormente approfondito sul piano più strettamente strategico-militare, all’Auditorium della Fondazione dal generale Giuseppe Oddo la cui vita professionale si è svolta in una molteplicità di funzioni tecnico-ingegneristiche presso l'Arsenale Militare di Piacenza, per poi, dopo un periodo di dimora Ispettorato logistico dell'Esercito Italiano in Roma, è ritornato a Piacenza assumendo la Direzione-comando del "Laboratorio pontieri" di Piacenza.

L’oratore ha suddiviso la complessità dell’argomento, iniziando con un richiamo allo straordinario progresso industriale che nei primi anni del Novecento aveva caratterizzato l’Europa e che sembrava promettere un periodo di distensivi  rapporti tra le nazioni. Ma il fuoco  covava sotto la cenere. Quando il 28 giugno 1914 uno studente bosniaco  uccise in un attentato l'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo, erede al trono d'Austria e sua moglie Sofia, le autorità austriache ritennero responsabile il governo serbo e il 28 luglio l'Austria dichiarò guerra alla Serbia. Scattò il sistema delle alleanze, che portò la mondializzazione del conflitto.

Inizialmente il governo italiano preferì restare neutrale, anche perché sfruttando la neutralità vedeva la possibilità di chiedere all'Austria importanti concessioni territoriali. Tutte le terre irredente  e  vari movimenti spinsero però sul governo perché entrasse nel conflitto, evento che si verificherà il 24 maggio 1915, quando iniziarono le operazioni dell'esercito italiano lungo il confine con un conflitto che dopo poche settimane di combattimenti, si trasformò in una guerra di posizione logorante, immobile, con scavi di trincee e fronti difficili da spostare.

Il generale Oddo unendo competenza professionale al bagaglio di nozioni acquisite in anni di studi tematici, ha spiegato per oltre due ore, con oratoria  avvincente e priva di enfasi, le cause immediate di lungo periodo della guerra,  gli schieramenti e la prima fase del conflitto, il dibattito fra neutralisti e interventisti, con Cesare Battisti che venne anche a Piacenza per sensibilizzare l’intervento dell’Italia.  Con approfondito e convincente excursus storico, il relatore ha evidenziato le varie fasi del conflitto  tra il 1915 e il 1917, la scoppiata rivoluzione russa e, indi, l'intervento finale degli Stati Uniti nella fase conclusiva della guerra, con la sconfitta degli imperi centrali, fino a pervenire al trattato di pace. Da tale excursus, si sono  ben rilevati, dal gen. Oddo, il clima politico, nonché le tattiche e le strategie militari, di un evento particolarmente complesso sia per la sua estensione, e sia per aver rappresentato una sorta di  novità storica rinnovante totalmente e drammaticamente l'idea di "guerra"  rispetto a soli pochi decenni prima. Il  tutto è stato dettagliatamente evidenziato visivamente anche attraverso la  valida proiezione di una pluralità di immagini d'epoca, di cartine e mappe militari che hanno consentito di ripercorrere sul piano militare i diversi momenti del conflitto mondiale sul territorio del tri-veneto.

La Grande Guerra,  ha concluso il gen. Oddo, terminata vittoriosamente per l’Italia il 4 novembre 1918, aveva visto soldati e ufficiali del nostro Esercito realizzare un’impresa ritenuta impossibile. Per la prima volta, dopo quindici secoli di storia, un esercito tutto italiano aveva sconfitto in una grande battaglia un esercito particolarmente disciplinato, agguerrito come quello austroungarico, provocando la dissoluzione di un impero. Queste le  parole che ricordano il soldato italiano sulla tomba del Milite Ignoto a Roma “ degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruenti battaglie e cadde combattendo, senza premio sperare che la grandezza della Patria”.

Nel contesto della coinvolgente drammatica narrazione anche una curiosità che riguarda il Cavallino rampante della Ferrari. Il logo famoso in tutto il mondo si deve a Francesco Baracca (1888 - 1918). Il  principale asso dell'aviazione italiana e medaglia d'oro al valor militare nella prima guerra mondiale, scelse  di adottare, apportando delle varianti, lo stesso stemma del “Piemonte Cavalleria”, quale emblema per rivendicare le personali origini militari e l'amore per i cavalli.  Il cavallino appare dal 1917, quando viene costituita la 91^ Squadriglia Aeroplani, sul lato destro della fusoliera di questi velivoli dove i piloti usarono applicare le loro insegne personali. Baracca adottò  come proprio questo cavallino rampante mutandolo da argenteo in nero per farlo spiccare maggiormente rispetto al colore della fusoliera. A Ravenna  Enzo Ferrari, il 16 giugno 1923, incontrò la contessa Paolina Biancoli  Baracca, madre di Francesco che come lo stesso Ferrari scrive il 3 luglio 1985 allo storico lughese Giovanni Manzoni, gli disse “Ferrari, metta sulle sue macchine il cavallino rampante del mio figliolo. Le porterà fortuna...” Il cavallino era ed è rimasto nero; Ferrari aggiunse il fondo giallo canarino che è il colore di Modena. 

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