Dopo le polemiche Morgan incanta il pubblico al Fillmore Summer Festival

Il cantautore e interprete ha raccolto tanti applausi a Cortemaggiore. Il racconto della sua performance alla kermesse magiostrina

Morgan a Cortemaggiore

Sanremo, lo sfratto, le chiacchiere, i reality. E poi c’è la musica, Madre musica. E il palco. Quello del Fillmore Summer Festival, giunto alla terza edizione e organizzato dai Ladri di Fragole, con in prima linea il presidente Gaia Dodi e il direttore artistico, Gianmarco Aimi, colui che è riuscito nella non semplice impresa di portare Morgan a Cortemaggiore. L’istrione, il visionario manipolatore; che quando ormai ti sei convinto che una galassia o poco meno lo separi dal minimalismo, asciuga “Ordinary World” dei Duran Duran rendendola una confessione intima per le ore piccole.

Morgan se n’è andato da Cortemaggiore tra gli applausi, e con in mano un premio, pesante come un’enciclopedia, consegnatogli proprio dai ladruncoli di fragole di cui sopra. Se n’è andato, sudato, non prima di aver rovesciato l’anima sul pianoforte, mandando in estasi e suscitando sguardi interrogativi in egual misura. Morgan aggredisce il canzoniere italiano e internazionale trasfigurandolo e sfregiandolo, e i suscettibili, che altrimenti non sarebbero tali, ci metton poco a mugugnare. All’interno di un rettangolo verdeggiante che profuma di Morgan-2sacro, il chiostro dei Frati di Cortemaggiore, reinterpreta De André in chiave drammatica. “Un Ottico” diventa quasi atonale, decisamente grave. Più rigoroso quando maneggia la sua materia (“L’Assenzio” e “Storiamedievale” dei Bluvertigo), Morgan si lancia quindi in una versione vorace, urgente, di “Guarda Che Luna” di Fred Buscaglione. Smonta e rimonta. Aggiunge enfasi, toglie gli orpelli. Il piano e la chitarra sono veri; li suona lui, teatrale. Laddove i due strumenti non bastano, ogni tanto si fa aiutare da qualche base preregistrata, e al sottoscritto salta subito in mente Go-Kart Mozart, ma quella è un’altra geniale storia con un’altra geniale idea di fondo. La gente applaude. Vuole bene a Morgan, e non solo perché va in tivù col piglio dell’indomito spadaccino. “Bravo maestro!”, gli urlano, come incitandolo a non arretrare davanti al pericolo (del conformismo?). Quando poi l’atmosfera sembra essersi fatta lugubre e ricercata – da Fillmore autoriale, pensiamo – ecco che Morgan gira la testa del concerto di centottanta gradi ed entra nel pop straniero tra cabaret, invenzione e karaoke. Abbozza “Crazy Little Thing Called Love” dei Queen; poi ci ripensa, ma resta in zona, virando su “Under Pressure”. Resta fedele a Bowie, di cui interpreta “Space Oddity” a mezzo Morgan-2secolo dalla pubblicazione, poi snocciola i Depeche Mode (“Personal Jesus”), torna nel Belpaese con Bruno Martino (“Estate”), e riparte con il sing-along floydiano che non t’aspetti (“Another Brick In The Wall”) e i Duran Duran più essenziali al mondo. Il bello e il brutto non abitano più qui, ormai. Peraltro, c’è da stare attenti con le metafore abitative, in questo periodo, parlando di Morgan. Lui che scrisse le canzoni DELL’appartamento, non DA appartamento. Lui che quando sale su un palco, una seconda casa (fuor di cliché), propone musica e nel frattempo rivolge al pubblico una cinquantina di domande implicite: "vi piaccio così? Siete pronti a far pallottole di carta degli schemi? Mi perdonate una stecca? Capite che la musica per me è un sangue bollente che mi scorre dentro a duecento all’ora?".

Mago e illusionista. Non tutti i numeri gli riescono allo stesso modo. Soverchiato dal genio e dal talento di chi lo ha preceduto, si diverte a sfidare geni e talenti senza chiedere scusa o permesso, anzi trovando nella sfida la strada maestra per esprimere se stesso. Ora, però: nuova casa e nuove canzoni, che “Altrove” non è per forza un brutto luogo, anzi.

Conquista il camerino in fretta, Morgan. Strizzato come un limone e protetto da una turba di fedelissimi. Camminano tutti insieme, allo stesso passo. Lui è al centro, col capo chino dei pugili sfiniti. La sensazione, guardandolo, è di aver assistito a qualcosa di strano, impavido e perturbante. Tre aggettivi che mal s’accompagnano a tanta musica pop contemporanea che, semplicemente, ha paura di tutto. Della storia, dell’ignoto, della sua ombra sin troppo rassicurante, e quindi realmente minacciosa.

Il Fillmore Summer Festival non si ferma, si chiuderà domani, domenica, con l’esibizione di Tedua. Tutt’altro campo da gioco; quello è il rap game.

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