In visita al museo di storia dell’agricoltura a Sant'Angelo Lodigiano

Maledetta Italia…perché non siamo la Francia…?.Quante volte lo abbiamo pensato mentre attraversiamo la nostra bella Italia, una nazione straordinaria, incredibile perché ad ogni più sospinto, in ogni paesino, frazione, città minore, ci riserva straordinarie sorprese culturali. Ma ce ne imbattiamo sovente per caso, magari per una sosta. E, appunto, se ci trovassimo in Francia, al contrario,ci sarebbero cartelli che ce le segnalano già 30 km prima. Sarà che tutta l’Italia è uno scrigno prezioso di arte e cultura, sarà che quasi non ci facciamo più caso, sta di fatto che ancora oggi non sappiamo valorizzare questo sorprendente patrimonio, opportunamente messo a profitto, farebbe schizzare il nostro PIL alle stelle. Una riflessione doverosa questa, per sottolineare la sorpresa di trovare, su segnalazione di comuni amici, un gioiello monumentale che è il castello di Sant’Angelo Lodigiano, a mezz’ora da Piacenza e che, al suo interno, propone ai visitatori, un museo che espone gli arredi tradizionali del castello dal '700 al '900.  Vi viene raccontata la storia del feudo e dei suoi abitanti, compresa la passione dei conti per il collezionismo. Sono 24 saloni organizzati secondo la natura della casa- museo. Degne di attenzione sono la biblioteca (2000 volumi) e l’armeria (500 pezzi). C’è poi un Museo dedicato al pane, cinque sale monotematiche: la prima espone vari tipi di cereali, la seconda presenta la procedura per creare il pane partendo dalla coltivazione del grano; la terza riunisce forme di pani dalle regioni italiane e da alcuni paesi esteri; la quarta sala raccoglie i macchinari necessari per produrre il pane e la quinta illustra la parte burocratica, cioè tasse, regolamenti e disposizioni governative. Tutto qui: no, perché non abbiamo ancora citato il Museo lombardo di Storia dell'Agricoltura. Ma procediamo con  ordine. Il Castello di Sant'Angelo, sorto nel XIII secolo, sulle sponde del fiume Lambro in posizione strategicamente favorevole per il controllo del traffico fluviale verso Milano, è stato realizzato secondo l’architettura militare lombarda, a pianta quadrilatera e torri angolari. Da struttura militare della Signoria di Milano, fu trasformato in dimora estiva da Regina della Scala, moglie di Bernabò Visconti, la quale, nel 1383 fece costruire la torre Mastra e aprire le belle finestre a bifora, con una spesa di 100.000 fiorini d’oro, come documentato dalle cronache del tempo. Nel 1452, con il passaggio del potere del ducato di Milano dai Visconti agli Sforza, il feudo e il Castello furono donati, da Francesco Sforza, a Michele Matteo Bolognini, che ricevette in quell’occasione il titolo di Conte. Negli anni successivi il Castello visse il susseguirsi delle vicende politiche e militari che hanno interessato la Regione Lombardia. La proprietà rimase comunque della famiglia Bolognini sino all’ultimo discendente, il conte Gian Giacomo Morando Bolognini, il quale, all’inizio del 1900, realizzò importanti opere di restauro. Nel 1933, la contessa Lydia Caprara Morando Bolognini, vedova del Conte Gian Giacomo Morando Bolognini, creò a nome e ricordo del marito, la Fondazione Morando Bolognini con finalità di ricerca e divulgazione in agricoltura e destinò il Castello a Museo. Quello dell’Agricoltura venne costituito in occasione del centenario (1971) della Facoltà di Agraria di Milano ed è sede dell'AMA (associazione dei musei agro-etnografici).
Obiettivo del Museo lombardo di Storia dell'Agricoltura è quello di rendere consapevoli i visitatori, del significato profondo dell'agricoltura come evoluzione millenaria della simbiosi dell'uomo con l'ambiente.  Impostato secondo principi etno-storico-archeologici, ha spiegato il vicepresidente prof. Luigi Mariani che ha fatto da guida ad un gruppo di tecnici ed imprenditori piacentini- le molteplici sezioni sono scandite secondo la periodizzazione basata sulla sequenza delle rivoluzioni tecnologico-agrarie che hanno caratterizzato la storia dell'agricoltura, focalizzando il contributo delle civiltà extra-europee alla nostra agricoltura. Viene così innanzitutto illustrata la nascita dell'agricoltura nel Vicino Oriente, dopo l'ultima glaciazione (10.000 circa a.C.), attraverso la prima rivoluzione tecnologica, quella del fuoco: l'incendio controllato della foresta e della boscaglia che, sviluppando la giovane vegetazione, incrementa anche la selvaggina. Segue una successione di documentazioni tratte dalle incisioni rupestri preistoriche della Valcamonica (Brescia), lungo un arco di almeno quaranta secoli, con riferimenti alla seconda rivoluzione, l'orticoltura, e alla terza rivoluzione, quella dell'introduzione dell'aratro e del carro, e della loro evoluzione preistorica in Valcamonica.  Una successiva sezione è dedicata all'agricoltura presso gli Etruschi e i Romani. E' agli Etruschi che si deve la diffusione della quarta rivoluzione, quella del ferro, il cui impiego potenziò l'efficacia degli strumenti già in uso e permise l'introduzione delle falci per la foraggicoltura. La quinta rivoluzione, quella del perfezionamento dell'aratro mediante la sua trasformazione da simmetrico ad asimmetrico, e della sua dotazione di un carrello (o di un trampolo a ruota) e di un coltro, è evidenziata nella sezione dedicata all'evoluzione dell'aratro. Segue il rifiorire dell'agricoltura durante il Medioevo, illustrata con la riproduzione delle splendide miniature quattrocentesche del De Predis che descrivono le attività agricole nelle loro scadenze mensili, il Rinascimento e la catastazione di Maria Teresa in età moderna. Un particolare rilievo è dato anche alla sesta rivoluzione, quella conseguente all'introduzione delle piante dal Nuovo Mondo (patate, mais, ecc.). L'ultima sezione è dedicata alle grandi opere di bonifica ed alle strutture irrigue lodigiane.  Inoltre, nel padiglione "Emilio Morandi" e nel cortile, si possono vedere macchine agricole della prima industrializzazione dell'agricoltura (settima rivoluzione tecnologica): trattori, trebbiatrici (con alcune delle quali si sono svolte manifestazioni di trebbiatura autentica), e numerose altre. Un settore che andrebbe però meglio valorizzato. Ma i fondi per la cultura in Italia…… Nel settore del museo dedicato all'agricoltura tradizionale, un ampio rilievo è dato alle grandi cascine della Bassa Padana, illustrando i cicli della praticoltura e dei cereali (frumento, mais, riso), descrivendo le strutture della stalla, del caseificio, nonché le botteghe del falegname-carraio, del fabbro-maniscalco e del sellaio. In due stanze sono ricostruiti i poveri ambienti domestici dei salariati agricoli: la cucina e la camera da letto. 

Devi disattivare ad-block per riprodurre il video.
Play
Replay
Play Replay Pausa
Disattiva audio Disattiva audio Disattiva audio Attiva audio
Indietro di 10 secondi
Avanti di 10 secondi
Spot
Attiva schermo intero Disattiva schermo intero
Skip
Il video non può essere riprodotto: riprova più tardi.
Attendi solo un istante...
Forse potrebbe interessarti...

In Evidenza

Potrebbe interessarti

I più letti della settimana

  • Scontro tra due camion in autostrada, muore 56enne piacentino

  • Si schianta in moto contro un'auto che fa inversione, giovane all'ospedale

  • Norme anti covid, multati due locali aperti dopo mezzanotte. Nei guai anche un cliente senza mascherina

  • Sbanda con l'auto e si ribalta, è grave

  • Ladri sfondano l'ingresso e portano via le bici da corsa, fallisce il colpo da Raschiani

  • Ennesimo tragico infortunio sul lavoro, agricoltore muore schiacciato dal trattore

Torna su
Devi disattivare ad-block per riprodurre il video.
Play
Replay
Play Replay Pausa
Disattiva audio Disattiva audio Disattiva audio Attiva audio
Indietro di 10 secondi
Avanti di 10 secondi
Spot
Attiva schermo intero Disattiva schermo intero
Skip
Il video non può essere riprodotto: riprova più tardi.
Attendi solo un istante...
Forse potrebbe interessarti...
IlPiacenza è in caricamento