Spazio Rosso Tiziano, "Non ora. Più tardi" di Emilio Sgorbati

In programma sabato 5 marzo alle ore 18 presso la Galleria Spazio Rosso Tiziano la inaugurazione della mostra personale di Emilio Sgorbati dal titolo "Non ora. Più tardi"

INVITO MOSTRA NON ORA. PIU TARDI-2

IL CONTESTO LOCALE

La pittura piacentina, nel cui grembo Sgorbati si è formato non disdegnando però la grande pittura italiana, ha spesso reso la figura umana in modo restrittivo. Da un lato persisteva, pervicacemente, l'impostazione ottocentesca cioè realistica ed accademica, tanto ricca di particolari esteriori quanto infine povera di sussulti emotivi. Nei primi del Novecento poi non ci furono grandi interpreti ma finissimi esecutori, insuperabili disegnatori, che pure lasciarono un segno. Il Ventennio ha, purtroppo, raffreddato molti animi e impedito la maturazione di una generazione che, sull’onda delle Avanguardie, avrebbe potuto dare molto. Nel secondo dopoguerra Piacenza invece - miracolosamente per certi aspetti, comunque in aperta controtendenza - riuscì ad esprimere un'originale figuratività. Subordinata però ad istanze via via mitiche, surreali e mitologiche, rompendo cioè con la tradizione, ma al contempo inaugurando una felicissima stagione artistica. Capace anche di ritagliarsi a livello nazionale non una nicchia ma un ben definito spazio artistico e culturale perché sempre più denso di citazioni dotte. Durata fino a tutto il Novecento, ha mostrato come anche una sonnacchiosa città di provincia, spesso esclusa dal dibattito ufficiale, potesse raggiungere un proprio empireo.

La pittura di Sgorbati parte o - secondo i punti di vista - riparte da questo fertilissimo humus, da queste bizzarrie creative, dal desiderio di ridefinire la figura umana. E' chiaro che in Sgorbati sono scomparse dimensioni extra-pittoriche, non c'è più il richiamo alla Storia, manca la componente magica e puramente fantasiosa. Certi drammi esistenziali poi non hanno più per riferimento uno sfondo paesaggistico, non sono più ambientati in una natura benigna o matrigna.

IL CONTESTO GENERALE

Sgorbati ha quasi ribaltato il contesto artistico piacentino, ha in parte rivoluzionato la pittura locale, introdotto varianti a Piacenza finora scarsamente considerate. E cioè il profilo umano, il lato antropologico, un'identità corporea, in definitiva l'essenza dell'uomo contemporaneo, forse l'anima. Proprio in un periodo storico - l'inizio del terzo Millennio - ed in una società in cui è sempre più diffuso il desiderio di isolarsi e crearsi un alter-ego, un avatar, una "second life".

In questi anni l'essere umano non è più sovrumano o super-umano ma, più semplicemente, post-umano (post-human). L'uomo di questi anni deve scendere a patti con la Tecnica, da demone buono diventata un misto di razionalità e follia a lui imprescindibile. Sgorbati ha avvertito ed avverte più che mai come il contesto sia mutato, anzi stravolto nel giro di pochi decenni secondo quanto aveva profeticamente preannunciato Marshall McLuhan. Lo spazio-tempo newtoniano è ormai scomparso per sempre, il modello einsteiniano impera nel trionfo delle reti rizomatiche. Questo mutamento cosa ha indotto? Cosa ha procurato al sempre più incerto uomo del XXI secolo? Secondo taluni una "vergogna prometeica" cioè senso di paura, di fallimento esistenziale ed isolamento interiore per l'incapacità di affrontare e dominare la Tecnica. L'uomo, secondo Sgorbati, vive allora in un ambiente sempre più ambiguo, fluttuante, in definitiva superficiale perché sempre più artificiale. Nell’attuale e preponderante universo "high tech" l'uomo ha trovato non la realizzazione delle sue esigenze innanzitutto e poi dei suoi ideali. Ma ha purtroppo scoperto la propria controfigura, il proprio fantasma, ha scovato un "io" segreto sempre più incerto e tentennante. 

LA PITTURA FIGURATIVA OGGI

Non facile il compito di Sgorbati in questo variegato ed assai movimentato contesto pittorico a livello sia locale che nazionale. Riproporre oggi la figura significa inserirsi in un dibattito per certi aspetti secolare poiché, dall'antropocentrismo rinascimentale a tutto l'Ottocento, la sembianza umana ha monopolizzato la pittura. Di recente, cioè nella seconda metà del Novecento, dapprima il "Realismo esistenziale" ha tentato una ridefinizione dell'agire umano in ambito sociale. Poco dopo la "Nouvelle figuration" francese prima e poi la "Nuova figurazione" italiana poi hanno ridato spessore all'uomo, ancora degno soggetto delle tele. La "Pop Art" ha ulteriormente stilizzato la figura mentre la "Transavanguardia" l'ha fortemente idealizzata, senza nessun seguito significativo però. Di recente "Neo-espressionismo" mitteleuropeo e "Neue Wilden" (Nuovi selvaggi) hanno tentato di riequilibrare le divagazioni post-concettuali. Sgorbati però non riecheggia nessuno di questi movimenti, non recupera istanze perorate da questi sperimentatori, delinea un proprio e coraggioso percorso. Nelle sue vaghe figure Sgorbati ci dice che in questo delicato frangente è più facile rappresentare l'uomo in generale che non un uomo ben strutturato. Definisce un soggetto limitato per natura che ha però desideri infiniti ma è costretto a convivere con altri simili da cui è, reciprocamente, limitato.

LA MANCANZA DI IDENTITA'

L'approccio pittorico di Sgorbati ci sembra attualissimo, al passo dei tempi. Cioè del destino e della condizione dell'uomo di inizio terzo millennio, collocato in una società fluida e per taluni "surmoderna". Sgorbati ci ricorda che viviamo - tendiamo talora a vivere - in "non luoghi" cioè frequentiamo regolarmente spazi di passaggio che diventano spazi di anonimato. L'uomo che esce dalle tele di Sgorbati sottolinea, una volta di più, non solo la solitudine di questo nostro tempo ma l'incapacità di creare e quindi condividere emozioni. I suoi personaggi vivono un'identità non loro ma condivisa, sono sempre più unità indefinite, fruitori di un tutto che potrebbe essere ancor più indifferenziato perché affidato a password, carte magnetiche cioè strumenti tecnologici alla lunga snaturanti. I contesti delle tele di Sgorbati potrebbero essere, teatralmente, degli "iperluoghi" dove certe funzioni vengono simulate. Il suo uomo tipico sembra sempre più un net-dipendente, un protagonista di erranze esistenziali, di una condizione ibrida e quasi sopra-vivenziale.

Le creature di Sgorbati si muovono sempre più in un universo virtuale, immaginario, quasi avessero un nick-name e quasi dovessero entrare in un forum o in una chat-line.  Il pittore mette in scena una nuova rappresentazione della realtà in cui i protagonisti sono - potrebbero essere - dei fantasmi. Sgorbati tanto più accompagna il visitatore lontano dalla realtà tradizionale, tanto più lo avvicina ad un nuovo orizzonte artificiale. Così arricchisce il nostro immaginario, tra le righe ci dice che questo potrebbe essere il nostro destino soverchiati come siamo dall'invadente tecnologia.

NON ORA. PIU' TARDI

Il titolo di questa personale è assai allusivo: c'è un elemento temporale che viene però subito contraddetto, quasi uno slittamento semantico verso ... Non lo sappiamo con certezza, forse è meglio così perché l'arte evoca e sempre contiene e poi mantiene un lato misterioso.

Tutte le opere qui selezionate sono fragrante spaccato delle contraddizioni ma anche di nuove urgenze sociali. Di seguito proponiamo una breve analisi di alcune per suggerire possibili chiavi di lettura.

"Arlecchini sempre" descrive la condizione dell'"homo technologicus" che sempre più regredisce verso la tragica ironia di uno stringente quotidiano.

"Inconsapevole felicità" rimarca come l'uomo sia sempre più attante o attore legato a fili sottili, invisibili quasi, che però ci lasciano gradi di libertà.

"Inutili problemi" è forse una disincantata riflessione sui difficili rapporti uomo-donna, sulla necessità ma anche sul desiderio di stabilire dialoghi costruttivi. L'uomo è allineato, ha sguardo fisso, è quasi impietrito di fronte alla donna, sensuale sempre e comunque, ma che ricorda la mitologica "Medusa".

Non può mancare un accenno alla religione, al cristianesimo che tanto ha condizionato l'arte occidentale. "In croce" nega la simbologia tradizionale, disarticola il prototipo uomo-croce non più al centro dell'opera, sempre però davanti ad un pubblico supplice e orante. Il modello viene ribaltato: l'uomo in croce è visto di spalle, sembra cadere in avanti, una parte della folla lo guarda dal basso verso l'alto. Ma alcuni di questi volti si confondono in figure che sembrano allontanarsi dalla scena di un grande crimine, di un'empietà contro il genere umano. La religione, non più dogma ispiratore, spinge il pittore lontano dai canoni consueti verso un orizzonte addirittura rosso-nero, una razionalità portata ad estremi visivi e psicologici.

Per Sgorbati dunque l'uomo è un dio caduto, un semidio atterrato sulla terra, un potenziale grand'uomo .... O, più realisticamente, un fanciullo inerme continuamente ingannato dalla vita?  

Fabio Bianchi

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