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Venerdì, 20 Maggio 2022
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Galleria Alberoni, visita guidata speciale domenica 26 marzo

Consisterà in una visita guidata speciale il quinto evento collaterale della mostra "Religo. Giancarlo Bargoni a confronto con i capolavori del Collegio Alberoni". L'iniziativa è in programma domenica 26 marzo dalle ore 16

Domenica 26 marzo il quinto evento collaterale alla mostra RELIGO, che tra i suoi obiettivi ha anche quello di legare insieme, rilegare appunto, l’arte antica e quella contemporanea, prevede una visita guidata speciale che, oltre al consueto itinerario alla scoperta della storia, del patrimonio artistico del Collegio Alberoni e della mostra Religo, propone un’introduzione approfondita dedicata all’Ecce Homo di Antonello da Messina, vera perla della collezione artistica costituita dal Cardinale Alberoni e capolavoro assoluto dell’arte antica, con il quale l’artista messinese ha rivoluzionato l’iconografia sacra e il sentire religioso del suo tempo

Alle ore 16, nella Sala degli Arazzi, all’inizio del percorso guidato che sarà poi condotto da Claudia Marchionni, avrà infatti inizio un’introduzione interamente dedicata all’Ecce Homo o Cristo alla colonna di Antonello da Messina. Interverranno Ilaria Sgaravatto e Francesca De Vita.

La prima ha condotto uno studio dedicato al dipinto custodito al Collegio quale tesi di laurea triennale nel Corso di Scienze dei Beni Culturali all’Università Statale di Milano, studio condotto sotto la guida della docente di Letteratura Artistica Prof.ssa Rossana Sacchi, a riprova della riconosciuta importanza della versione alberoniana dell’Ecce homo.

La seconda, restauratrice di notevolissima esperienza e importante curriculum di interventi, segue costantemente, da molti anni, la preziosa e delicata tavola alberoniana, che presenta ancora eccezionali condizioni di conservazione, che permettono un’ottima leggibilità del dipinto, suscitando emozione nei visitatori, ma richiede, in ragione della sua grande fragilità, una cura continua e condizioni microclimatiche estremamente stabili ottenute anche con l’uso di macchine e tecnologia avanzata che domenica verrà descritta ai visitatori.   

Ilaria Sgaravatto, che sta attualmente terminando gli studi magistrali in Storia e Critica d’Arte sempre presso il medesimo ateneo milanese, condurrà i visitatori - anche con l’ausilio di immagini - alla scoperta della tavola di Antonello da Messina in un breve percorso che prevede l’illustrazione della biografia dell’artista, le opere principali e la tecnica pittorica, la presentazione della serie degli Ecce Homo da lui realizzati, la descrizione della versione piacentina con il racconto delle questioni cronologiche ancora aperte e delle vicende collezionistiche.

Restano infatti alcuni interrogativi insoluti relativamente al capolavoro del Collegio Alberoni, quali la data di esecuzione riportata nel cartiglio dipinto sul parapetto, evidente omaggio di Antonello ai maestri fiamminghi, letta da alcuni specialisti in 1473 e da altri in 1475, con il mistero della scrittura dell’ultima cifra. Non è neppure certo come e quando e da chi il cardinale Alberoni abbia acquistato il prezioso dipinto.

Francesca De Vita racconterà invece le vicende conservative della tavoletta con i tre restauri subiti nel secolo scorso e la costruzione dell’armatura posteriore al dipinto.

La restauratrice svelerà ai visitatori anche la complessa opera di osservazione, monitoraggio e mantenimento di condizioni microclimatiche estremamente stabili, e studiate specificamente per la delicata tavola, che vengono condotte oggi e che permettono una buona conservazione del dipinto.

Il pubblico potrà così scoprire la delicatezza delle opere dipinte su tavola, i rischi, ignoti ai più, derivanti dal loro trasferimento, motivi che rendono rarissime le concessioni di prestito e severo il criterio di valutazione delle richieste.

L’Ecce Homo di Antonello da Messina e la mostra RELIGO

Il capolavoro di Antonello da Messina è connesso alla mostra RELIGO, attualmente in corso, poiché Giancarlo Bargoni, si confronta anche con la tavola dell’Ecce Homo.
Nella saletta che la custodisce è stata infatti allestita anche la piccola tavoletta con l’Ecce Homo di Giancarlo Bargoni così da consentire al pubblico un confronto ravvicinato tra antico e moderno.
Si tratta di una delle due opere realizzate da Bargoni per la mostra tenutasi lo scorso anno e che vedeva 22 artisti confrontarsi con il capolavoro del Collegio Alberoni.
Relativamente agli Ecce Homo di Bargoni il critico Claudio Cerritelli scriveva così: l’identità del corpo diventa per Giancarlo Bargoni luogo per fissare le vibrazioni del colore, il tormento della materia, il fremito delle stratificazioni, la vertigine dell’impronta che lascia apparire gli umori interni della pittura.
Sempre nell’appartamento del cardinale i visitatori troveranno un secondo confronto di Bargoni con la pittura antica: il Bicchiere di fiori in una nicchia di Jan Provost è affiancato da Euterpe fiore dipinto da Giancarlo Bargoni.

La visita guidata, condotta da Claudia Marchionni, prevede la visione del patrimonio artistico del Collegio Alberoni e delle quattro sezioni della mostra Religo.

Ecce Homo

Olio su tavola, cm 48.5 x 38

1. La vicenda storica

La preziosissima tavola fa parte del lascito del cardinale Giulio Alberoni (1664-1752) al Collegio da lui fondato a Piacenza nel 1752. Di origini modeste, il prelato piacentino percorse una brillante carriera, distinguendosi per le sue doti di abile politico e diplomatico, che mise soprattutto al servizio del duca di Parma Francesco Farnese, del re di Spagna Filippo V di Borbone e della Curia romana: i brillanti successi conseguiti gli valsero la porpora nel 1717.

L’Alberoni cominciò a formare le sue collezioni fin dagli anni giovanili a Piacenza, arricchendole poi durante il lungo soggiorno in Spagna e soprattutto a Roma a partire dagli anni Venti. Una ricchissima biblioteca, dipinti del Cinque e Seicento - con una predilezione per le nature morte e i quadri di genere - una spettacolare serie di diciotto arazzi, sculture e oggetti d’arte costituiscono il nucleo principale della raccolta da lui lasciata in eredità al Collegio.

Il quadro di Antonello fu quasi sicuramente acquisito dal cardinale a Roma intorno al 1725, insieme agli arredi di Palazzo Lana Buratti, situato nel Rione Trevi, presso la chiesa degli Angeli Custodi: in un inventario del 1588 è infatti già ricordato «un quadretto piccolo Ecce Homo», che potrebbe essere proprio la tavola oggi a Piacenza. Una volta entrato in possesso dell’Alberoni, si possono seguire con precisione le vicende del dipinto: è registrato in un inventario del palazzo risalente al 1735 come «opera dell’antico Antonelli», e poi ancora in quello del 1753, steso un anno dopo la morte del cardinale. Nel 1760, nella prospettiva d’una vendita, venne stimato sei scudi dal pittore e Accademico di San Luca Stefano Pozzi, allievo di Carlo Maratta: una cifra irrisoria, se pensiamo che il Cristo scaccia i mercanti dal Tempio di Giovanni Paolo Panini (1691-1765), pittore piacentino alla moda protetto dal cardinale, venne valutato in quella stessa occasione ben duecento scudi. Era ancora lontana la stagione che avrebbe visto rinascere l’interesse e l’entusiasmo dei conoscitori per i cosiddetti «primitivi». Poco dopo quest’ultima data, nel 1761, l’opera venne trasferita a Piacenza dove, da allora, è sempre stata conservata. Quasi dimenticato nelle stanze del Collegio, il quadro fu ‘riscoperto’ all’inizio del Novecento e sottoposto all’attenzione degli studiosi da Giulio Ferrari (1901): esposto per la prima volta alla Mostra d’arte sacra di Piacenza del 1902, da allora è sempre stato giustamente considerato come uno dei più alti capolavori del grande pittore messinese.

2. Iconografia, stile, cronologia

Sul caratteristico cartiglio posto sul parapetto - un evidente omaggio agli ammirati modelli fiamminghi - il quadro reca la firma e la data d’esecuzione: «1473 [1475 secondo alcuni] Antonellus Messaneus me pinxit». Il sottile e ricercato effetto illusivo, con l’icona che si mostra al di là della mensola, doveva essere accresciuto in origine dalla semplice «cornice liscia, gialla e oro», oggi perduta, ma ricordata negli antichi inventari. Il soggetto, un’originalissima sintesi del tema dell’Ecce Homo con quello del Cristo alla colonna, è caratterizzato da una ripresa ravvicinata, che conferisce alla rappresentazione una forte carica drammatica e patetica. Antonello si rivela uno degli esponenti di punta di quel rinnovamento dell’immagine per la devozione privata - indirizzato alla sperimentazione di formule iconografiche più icastiche e comunicative - che si sviluppa in Italia nel tardo Quattrocento, in un fecondo scambio di esperienze con la coeva pittura di Fiandra. La composizione, come è noto, è stata più volte replicata dal maestro messinese, un’ulteriore riprova del suo successo presso i devoti: rispetto a quelle di New York (Collezione privata e Metropolitan Museum of Art) e di Genova (Palazzo Spinola), la versione di Piacenza è senza dubbio la più risolta, per la matura sicurezza dell’impostazione spaziale e la sapiente gradazione degli effetti luminosi. Antonello sembra aver definitivamente conquistato in questo dipinto, e nella versione successiva e variata oggi conservata al Louvre, quella stupefacente sintesi tra realismo lenticolare di ascendenza fiamminga e visione plastico-prospettica tipica della civiltà figurativa italiana.

3. La tecnica pittorica e i restauri

Anche la tecnica impiegata dall’artista appare assai sofisticata. Il supporto è composto da una tavoletta molto sottile, circa 5-6 mm di spessore, probabilmente in legno di rovere, con la fibra disposta in senso verticale. Lo strato di preparazione, una mestica composta da gesso, colla e medium oleoso, è sottilissimo e di colore ocra molto chiaro; è stato applicato direttamente sul supporto, interponendo, forse, solo una leggera mano di colla, secondo una consuetudine dell’epoca. La pellicola pittorica, realizzata ad olio, è sottilissima, e l’esecuzione è di un’estrema finezza tecnica, a velature di colore trasparenti, senza che sulla superficie si legga alcuna traccia della pennellata. L’effetto complessivo è quello di una miracolosa verità ottica e luminosa. Giorgio Vasari nel Cinquecento volle addirittura accreditare ad Antonello il merito di aver importato nella penisola la nuova tecnica ad olio (in sostituzione della tradizionale tempera), dopo averla appresa nelle Fiandre alla scuola del grande Jan van Eyck: anche se il racconto vasariano va preso con beneficio d’inventario, è indubbio che Antonello fu – con Piero della Francesca e Giovanni Bellini – tra i primi artisti in Italia a far un uso maturo e raffinato delle possibilità offerte dall’olio impiegato come legante dei colori.

Assai ben documentata è anche la vicenda conservativa del quadro di Piacenza: nel 1903 subì un primo restauro ad opera di Stefano Merlatti, cui seguì un importante intervento nel 1942, per mano di Mauro Pelliccioli, sotto l’egida dell’Istituto Centrale del Restauro, allora diretto da Cesare Brandi. In quell’occasione fu rifatta l’armatura e il dipinto venne liberato da vecchie vernici ingiallite che ne ottundevano quasi completamente la superficie. A causa dei difetti della nuova armatura un ulteriore restauro si rese necessario nel 1962, condotto da Paolo Mora sempre presso lo stesso Istituto Centrale, e in quel frangente si approfondì un poco la pulitura; la tavola venne poi nuovamente riportata a Roma per breve tempo nel 1972, per fissare la pellicola pittorica che si era sollevata in alcuni punti.

Numerosi sono stati i sollevamenti e le conseguenti cadute di preparazione e materia pittorica nel passato, come risulta percepibile ad un esame visivo, anche solo a luce naturale, dei ritocchi diffusi su tutta la superficie. Nel complesso, comunque, le condizioni conservative della tavola piacentina appaiono ottime, grazie ad una eccezionale conservazione della pellicola pittorica e soprattutto delle delicatissime velature: siamo così ancora in grado di apprezzare appieno, come di rado avviene in altre opere di Antonello (a causa di sciagurate puliture eseguite in passato), la raffinata resa di particolari quali i capelli e i peli della barba, le lacrime, le stille di sangue, che contribuiscono in maniera decisiva all’effetto potentemente drammatico e realistico che promana da questo doloroso volto di Cristo.

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