Teatro Filodrammatici, “MOUN - portata dalla schiuma e dalle onde”

È l’ora del debutto per la nuova produzione di Teatro Gioco Vita “Moun” - Portata dalla schiuma e dalle onde, dall’omonimo libro di Rascal ill,ustrato da Sophie e pubblicato in Francia da l’Ecole des loisirs, con la regia e le scene di Fabrizio Montecchi, e le sagome di Nicoletta Garioni.

Una storia che nonostante tratti temi forti come l’abbandono, l’adozione, la nostalgia e la costruzione di sé, trasmette un senso di grande serenità: la sua forza consiste proprio nel contrasto tra la gravità dei temi trattati e la grande leggerezza in cui sono enunciati.

Lo spettacolo, rivolto a un pubblico dai 5 ai 10 anni, sarà rappresentato in anteprima per le scuole martedì 26 e mercoledì 27 aprile alle ore 10 nell’ambito della Rassegna “Salt’in Banco”. Il debutto ufficiale è previsto sabato 30 aprile alle ore 20.30 sempre al Teatro Comunale Filodrammatici.

Sono attesi per la serata, inserita fuori rassegna nel cartellone di “A teatro con mamma e papà” - Stagione di Teatro per le Famiglie, diversi ospiti anche stranieri, tra cui i francesi Philippe Sidre del Théâtre Gérard Philipe di Frouard, Didier Plassard dell’Université Montpellier III Paul Valéry, il polacco Marek Waszkiel, direttore del Teatr Animacji di Poznan, il britannico Matthew Cohen, del Royal Holloway and Bedford New College, e Cristina Grazioli dell’Università degli Studi di Padova (tutti a Piacenza, tra l’altro, per un incontro con Teatro Gioco Vita su un progetto comune sul teatro d’ombre contemporaneo).

In scena Deniz Azhar Azari, che sul palcoscenico si confronta con molteplici linguaggi: teatro d’attore, d’ombre e danza. Le musiche sono di Paolo Codognola, le coreografie di Valerio Longo e i costumi di Tania Fedeli. Lavorano al progetto produttivo - realizzato in collaborazione con  Emilia Romagna Teatro Fondazione - Anna Adorno (luci), Federica Ferrari, Agnese Meroni e Francesca Donati, assistente (che con Nicoletta Garioni si occupano della realizzazione sagome), Sergio Bernasani (realizzazione scene), Helixe Charier (assistente alla regia).

Ai genitori di Moun il loro paese, in preda alla follia della guerra, sembra ormai non offrire nessun futuro. Con un atto disperato, decidono di abbandonare al mare l’unica figlia nella speranza che, lontano dalla guerra, avrà una vita migliore, una possibilità di salvezza. Moun attraversa così il vasto oceano dentro una scatola di bambù e, dopo un avventuroso viaggio, arriva “al di là” del mare, dove su una spiaggia un’altra coppia la trova, la porta in salvo e l’adotta. Moun cresce in una famiglia che la ama, circondata da fratelli e sorelle sempre più numerosi.Arriva però il giorno in cui a Moun, ormai bambina, sono rivelate le sue origini; e da quel momento non può non fare i conti con la propria storia, con le proprie origini. Dopo tanto soffrire finalmente Moun capisce che “anche dall’altro lato dell’oceano l’amavano” e per regolare i conti con il suo passato decide di compiere un simbolico ritorno al paese natale. Affida al mare quello che di quel luogo possiede, la scatola di bambù, ma arricchita di tutto quello che lei ha amato nei suoi anni d’infanzia, un concentrato di ricordi di un “tempo dell’innocenza” dove lei ignorava le sue radici. La scatola di bambù, che i genitori di Moun stringevano “contro il cuore” all’inizio del suo lungo viaggio, farà così ritorno a casa, dopo che Moun l’avrà anche lei stretta per l’ultima volta “contro il suo cuore”.

La leggerezza poetica, indubbia qualità di questa storia, è resa sulla scena da immagini d’ombra dai toni pastello, acquerellati, e da ritmi calmi e distesi, che donano un’atmosfera di pace che informa tutta l’azione scenica e anche la recitazione. Il fatto poi che i personaggi abbiano tratti felini e che più che uomini sembrino gatti, favorisce quella “giusta distanza” dello spettatore dalla storia e nello stesso tempo crea un coinvolgimento emotivo senza il quale sarebbe impossibile condividere il percorso esperienziale di Moun. In scena è una sola attrice che ci racconta la storia di Moun e il pensiero che attraversa lo spettatore, è che sia lei stessa la protagonista. Questo non è mai esplicitato ma affiora dalla sua profonda partecipazione al racconto. L’attrice evoca la storia di Moun facendo uso di un linguaggio teatrale che fonde la narrazione e la danza con tutto il repertorio di tecniche d’ombra proprie di Teatro Gioco Vita.

«“Moun” - spiega il regista Fabrizio Montecchi, che cura anche la drammaturgia -  nasce da uno di quei piccoli libri dal titolo strano, che s’inizia a sfogliare distrattamente, senza nessun particolare motivo d’interesse ma che, fin dalle prime pagine, catturano inesorabilmente. Bastano solo poche frasi perché l’impreparato lettore si senta invaso da immagini potenti che, come un’eco, incominciano a risuonare dentro di lui. E quel piccolo libro, cui non si dava molta importanza, assume di colpo una dimensione altra, che lo rende preziosissimo. Tre anni fa, alla prima lettura di “Moun”, il libro illustrato di Rascal e Sophie, mi è successo esattamente questo: fin dalle prime pagine sono rimasto folgorato da quella storia semplice ma profondissima e ho subito capito che, prima o poi, l’avrei messa in scena».

Essere costretti a lasciare il proprio paese in preda alla violenza, affidare al mare le proprie speranze, arrivare in un paese sconosciuto portati “dalla schiuma e dalle onde”: impossibile non pensare all’emergenza migranti con cui la cronaca ci mette a confronto ormai quotidianamente.

«L’esodo in massa di migranti di questi ultimi mesi - prosegue il regista Montecchi - ha reso drammaticamente “politica” la storia che è raccontata in “Moun”, ma non è questo ciò che mi aveva colpito allora del libro, anche perché non amo particolarmente trattare, nei miei spettacoli, temi legati all’attualità. Ciò che mi aveva colpito era piuttosto quel guardare dentro una tragedia umanitaria per scorgervi una delle tante piccole tragedie umane, come a volerci dire che queste (le tragedie) non sconvolgono masse indistinte e senza volto ma i singoli individui e le “esistenze” che le compongono. Ma ciò che mi aveva ancora di più colpito era il contrasto tra quell’inizio dai toni quasi biblici e quel finale intimo e poetico, come a volerci dire che alle bruttezze e storture del mondo si può rispondere anche con la forza di un piccolo gesto d’amore e di come le piccole storie possono essere anche più forti della grande Storia».

Dopo Piacenza, la nuova produzione di Teatro Gioco Vita sarà presentata tra l’altro all’inizio di maggio a Milano al Festival “Segnali” e debutterà nella versione francese a Le Grand-Bornand in occasione del 25° Festival internazionale di teatro per le giovani generazioni “Au Bonheur des Mômes”  in programma dal 21 al 26 agosto.

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