Alessandrini: «Che noia, ancora fuoriusciti dal Pd»

L'intervento

Giorgio Alessandrini

«Ve li immaginate Enrico Berlinguer, Aldo Moro, Bettino Craxi e Giorgio Almirante lasciare i loro partiti per fondare il Partito della Pagnotta? Ce li vedete andare in televisione come se niente fosse, mantenendo il loro seggio da parlamentare, a raccontarci che loro sono nel giusto e i milioni di persone che li hanno votati nel partito di cui facevano parte hanno tutti torto e possono attaccarsi al tram?

La prima Repubblica aveva mille difetti, ma l'unica scissione di cui ho memoria è quella di Palazzo Barberini del 1947 con la quale Saragat si separò dal PSI di Nenni, per dar vita al PSDI. Non si trattava né di una grande forza popolare, né di un partito di governo, né di un ex segretario di partito che cambiava casacca.

Come abbiamo fatto ad arrivare fino allo squallore odierno senza ribellarci? La differenza la vedete o no? Siamo talmente assuefatti all'andazzo generale, da considerare normale non solo che un eletto cambi partito senza sentire il bisogno di dimettersi dalla carica elettiva, ma che lo possa fare anche uno che era il segretario del partito. Una cosa da non crederci. Ma il segretario di un partito (anche se ex) è un simbolo, accidenti! Ha riassunto in sé - tra l'altro attraverso il voto popolare delle primarie - il sentire ed i valori un popolo di milioni di persone.

Come si può pensare di ridare credibilità alla politica, come si può tornare a credere che la politica possa fare gli interessi del popolo, se accettiamo supinamente l'idea che un simbolo possa essere calpestato e lasciato lacero in un angolo da colui che ha avuto l'onere e l'onore di esserne l'alfiere?

E non è tutto. Assistiamo anche alla beffa delle auto giustificazioni, che ovviamente si riassumono nella granitica riaffermazione della propria fedeltà ai valori originari, dando la colpa di essersene allontanati al partito che si abbandona. Sarebbe già da sola una cosa ridicola da sola, ma basterebbe fare una piccola domandina al voltagabbana di turno: se nelle sue nuove idee non è disposto a crederci lui, sottolineandone la purezza e la forza attraverso una onorevole rinuncia alla carica elettiva ottenuta col partito che lascia, perché mai dovremmo crederci noi? Lo dico ora e poi mi siedo a guardare. Alle prossime elezioni, di qualunque livello siano, la prima cosa che il Partito Democratico deve garantire è quella di candidare persone che abbiano la dignità di restare nel partito che li ha fatti eleggere. E se proprio non ce la fanno, di dimettersi a favore del primo dei non eletti. Non ci vuole una grande statura morale per adempiere a questo dovere. Basta guardarsi allo specchio la mattina».

 Giorgio Alessandrini, Partito Democratico di Piacenza

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