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Martedì, 18 Gennaio 2022
Politica

Alessandrini (Pd): «Sul fisco le misure del Governo sono inique»

La riforma fiscale del governo Draghi e l’equità. L’analisi delle entrate tributarie di Giorgio Alessandrini (Partito Democratico)

Riceviamo e pubblichiamo l'analisi sul Fisco sviluppata da Giorgio Alessandrini, esponente del Partito Democratico di Piacenza. 

Il MEF, Ministero dell’Economia e delle Finanze, pubblica periodicamente dati sulle entrate tributarie e sulle dichiarazioni annuali per le diverse categorie di imposta. Con fogli excel e un po’ di pazienza ho analizzato gli andamenti delle entrate tributarie degli ultimi vent’anni e le dichiarazioni dei redditi ai fini Irpef degli ultimi dieci. Ne scaturisce un quadro di estrema iniquità e pessima distribuzione del carico fiscale che, anziché avere effetti correttivi, produce un allargamento della forbice delle disuguaglianze economiche e sociali.

La reale distinzione tra contribuenti è questa: da una parte chi non può sfuggire alle maglie del fisco perché subisce il prelievo tramite ritenuta alla fonte, e cioè i dipendenti e pensionati; dall’altra tutti quelli che dichiarano quanto percepiscono in un sistema incapace di controllo. Lo Stato, incapace di effettuare accertamenti che possano ristabilire un accettabile equilibrio del carico tra le diverse tipologie di provenienza, ha lasciato aumentare negli ultimi vent’anni le entrate da IRPEF a carico dei ceti medi e medio alti da lavoro dipendente e da pensione, confidando nella scarsa reattività degli stessi, assuefatti dalla ritenuta alla fonte a ragionare sullo stipendio netto e alle spese che si possono permettere in base a questo.

Mentre dipendenti e pensionati non hanno vie di fuga, un intero universo di lavoratori autonomi, imprenditori e imprese usufruisce di agevolazioni, regimi forfetari, bilanci addomesticati e dell’incapacità di accertamento dello Stato per pagare con aliquote più basse dei primi o addirittura per eludere o evadere.

I lavoratori autonomi in regime forfetario (ad oggi, quelli con ricavi fino a 65 mila euro) abbattono il reddito imponibile attraverso costi presunti, calcolati con coefficienti di redditività stabiliti dallo Stato in base al tipo di attività. Dalla cifra ottenuta sottraggono i contributi obbligatori e sul rimanente pagano il 15% di imposta.

I lavoratori dipendenti e pensionati, invece, si arrangino. La ritenuta sulla busta paga viene calcolata sul lordo e l’anno dopo, detratte spese mediche e qualche altra voce, conguagliano in eccesso o in difetto. Tutte le altre spese sono e restano a completo carico loro.

Risultato: con un reddito imponibile di 25 mila euro il lavoratore dipendente paga 6.150 euro di Irpef (aliquota 27%, percentuale reale 25%). Il lavoratore autonomo, ipotizziamo pure che non abbia dedotto i contributi, paga 3.750 euro (il 15%). Sono 2.400 euro in meno. Mentre su un reddito imponibile di 55 mila euro il lavoratore dipendente paga 17.220 euro di Irpef (aliquota 38%, percentuale reale 31%), il lavoratore autonomo 8.250 euro (sempre il 15%).  Quasi 9.000 euro in meno. Qualcuno vuole alzarsi a spiegare perché?

Peraltro, c’è da chiedersi come facciano 22 milioni di lavoratori dipendenti e 15 milioni di pensionati ad accettare una simile iniquità e disparità di trattamento, e perché mai non scendano in piazza a protestare energicamente contro una truffa che sottrae loro ingenti risorse a inspiegabile vantaggio di altri abituati invece a lagnarsi senza motivo, spalleggiati da politici incompetenti e senza scrupoli.

Eppure, i conti fanno venire i brividi: il 79,3% dell’imposta netta IRPEF 2020 proviene dai redditi da lavoro dipendente e da pensione. Le imposte da redditi da lavoro autonomo e di spettanza dell’imprenditore sono solo del 4,8% e del 3,8%.

Lo sapevamo. Ma vedere tali differenze suscita sconcerto e rabbia. Si certificano da una parte l’incapacità politica di chi dovrebbe operare per eliminare sfacciate disuguaglianze; dall’altra la connivenza tra minoranze che godono i frutti di una politica fiscale miope ed i loro padrini che ne fanno un meschino vessillo politico.

È un sistema fiscale che genera stagnazione e depressione economica, perché depaupera la capacità di spesa delle masse provocando la contrazione della domanda interna di beni e servizi, che rimane residuale per i soli contribuenti con redditi più elevati. Ed è un sistema miope perché non sfrutta, attraverso la detraibilità delle spese digitali, la possibilità di liberare risorse per la ripresa dei consumi, incassando alla fine più di quanto si perderebbe.

Effettuare una riforma fiscale basandosi sullo slogan della semplificazione delle aliquote e sventolando risparmi fiscali ridicoli e offensivi sotto il naso dei contribuenti, ormai considerati - in certi casi a ragione - incapaci di comprendere di più, sarà sicuramente facile da far votare ad un parlamento composto da eletti così poco qualificati da non saper fare i conti. Ma si occulterà la completa inutilità di una tale modifica. Basti considerare che per 25 milioni di persone il risparmio ottenuto non sarà sufficiente neanche a pagare una bolletta del gas.

Contrariamente al progetto di riforma in esame in parlamento, il numero delle aliquote IRPEF non va ridotto, bensì maggiormente diversificato.

Concedendo la detraibilità fiscale dei pagamenti elettronici, il contribuente verrebbe stimolato ad effettuare spese certificate che gli facciano abbassare anche solo leggermente il reddito imponibile, permettendogli di raggiungere un’aliquota più bassa che gli consenta un risparmio di imposta.

La perdita di gettito IRPEF sarebbe compensata da vari elementi:

  1. uno certo, dato dal 22% di incasso IVA (che verrebbe girata direttamente all’Erario dall’operazione POS, lasciando al fornitore solo l’incasso netto) su spese che altrimenti non sarebbero state effettuate;
  2. L’altro plausibile, ovvero la ineludibilità dell’incasso del netto da parte del fornitore; incasso che concorrerebbe a formare il reddito di quest’ultimo e a recuperare gettito IRPEF da dove abbiamo visto che non arriva;
  3. Il conseguente aumento generale dei consumi supporterebbe l’economia e l’occupazione, con evidenti benefici in termini di sostenibilità dei conti pubblici.

Naturalmente, per massimizzare la resa in termini di gettito alternativo, le spese di cui consentire la detraibilità sono quelle a maggior tasso di evasioneMa non solo. Si potrebbe ragionare su detraibilità limitate anche per generi e servizi di largo consumo, allo scopo di stimolarne la domanda.

Lo Stato dovrebbe organizzarsi per offrire in tempo reale al contribuente il proprio «Estratto Conto» fiscale, un vero e proprio bilancio di esercizio che evidenzi il reddito imponibile maturato e l’elenco di tutte le spese detraibili fino a quel momento sostenute, evidenziando l’eventuale passaggio a scaglioni con aliquote inferiori e il relativo risparmio di imposta.

Indipendentemente dalla ripresa economica in corso, drogata dai finanziamenti europei per far fronte alla crisi profonda provocata dalla pandemia, una riforma fiscale che contrasti la stagnazione dei consumi si può basare solo sulla possibilità per ogni contribuente di barattare l’acquisto di beni e servizi con un risparmio di imposta raggiungibile. Le nuove aliquote, quindi, non devono solo abbassare le tasse ai redditi medio bassi e alzarle a quelli altissimi, ma devono consentire al contribuente di pianificare le sue spese annuali per raggiungere un’aliquota inferiore.

Se col sistema delle detrazioni si recuperasse anche solo il 70% del totale evaso, sarebbero comunque 91 miliardi di euro utili a ridurre il debito pubblico e a un’adeguata politica di investimenti infrastrutturali. E si farebbe una gigantesca operazione di redistribuzione dei redditi e di equità fiscale, oltre che di forte sostegno alla domanda interna. Mentre la Finanza potrebbe dedicarsi all’emersione del nero.

Se il Partito Democratico non si mostrerà in grado di prendere decisamente posizione contro questa situazione insostenibile, dimostrerà di non essere utile alla difesa dell’equità e della giustizia e si condannerà a battaglie di posizione che ne decreteranno la definitiva marginalità.

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