Decreto Salvini, il consigliere Giardino: «Illogiche alcune norme sull’immigrazione»

«Incomprensibili le disposizioni in materia di abolizione della protezione umanitaria, di restrizione del sistema di accoglienza, di esclusione dal registro anagrafico dei richiedenti asilo e di revoca della cittadinanza»

Michele Giardino

«Sono di cultura socratica e quindi rispettoso delle leggi, anche se non condivise o non condivise completamente. È questo il caso del decreto Salvini, un testo che si occupa di immigrazione, oltre che di pubblica sicurezza e mafia. Premetto che si tratta di un testo di quaranta articoli tutt’altro che facilmente comprensibile (a dispetto di chi invita a leggerlo prima di giudicarlo!): ogni articolo modifica, abroga, sostituisce o integra una pluralità di altri articoli sparsa in una miriade di altrettanti leggi vigenti», dice il consigliere comunale del Gruppo Misto Michele Giardino. 

«Detto questo, alcune norme – non tutte – di tale decreto appaiono anche a me illogiche e incomprensibili. Si tratta delle disposizioni in materia di abolizione della protezione umanitaria, di restrizione del sistema di accoglienza, di esclusione dal registro anagrafico dei richiedenti asilo e di revoca della cittadinanza. Vado in ordine, cercando di essere sintetico e, se possibile, chiaro. Una volta arrivato in Italia, un migrante, dopo aver effettuato domanda di protezione internazionale ed essere ritenuto idoneo, potrà da oggi accedere a due forme di protezione: rifugiato politico (per timore di persecuzioni) e protezione sussidiaria (per rischio di danno grave nel Paese di origine). La terza forma di protezione, quella umanitaria - introdotta in Italia nel 1998 - è stata abolita dal decreto Salvini, che ha introdotto, invece, un permesso di soggiorno “speciale” della durata massima di un anno».

«Trovo che questa restrizione sia ingiustificata. In primo luogo perché, in caso di rimpatrio – immediato o dopo un anno – il richiedente non accolto per ragioni umanitarie rischia trattamenti disumani e degradanti ovvero semplicemente non potrà esercitare le libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana o i diritti umani garantiti a livello internazionale. E ciò contrasta con l’articolo 10 della nostra Costituzione. In secondo luogo, per una ragione strettamente numerica: delle circa 81 mila richieste esaminate in Italia nel 2017, l’8,4% dei richiedenti asilo ha ottenuto lo status di rifugiato, un altro 8,4% ha ricevuto la protezione sussidiaria e il 24,7% di richiedenti ha ottenuto la protezione umanitaria (20mila persone). Nel primo semestre 2018 sono state esaminate 48 mila domande di asilo: 3.300 (il 6,9%) hanno ottenuto lo status di rifugiato, circa 2.000 (4,1%) la protezione sussidiaria, 13.500 (28%) la protezione umanitaria. Non si tratta di cifre eccezionali», continua.

«Il Sistema per l’accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati (Sprar), gestito in via ordinaria dai comuni italiani che vi hanno aderito, sarà limitato solo a chi è già titolare di protezione internazionale (rifugiato o sussidiaria), ai nuovi titolari dei permessi di soggiorno “speciali” (per un anno), ai minori stranieri non accompagnati. Saranno quindi esclusi tutti i nuovi richiedenti asilo, cioè coloro che hanno presentato una domanda e sono in attesa di un responso o che la presenteranno in futuro: costoro resteranno definitivamente in quelli che fino a ieri erano i centri di prima accoglienza, ovvero i Cas (Centri Accoglienza Straordinari) e i Cara (Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo). Io avrei gradito, al contrario, un rafforzamento della rete Sprar e un obbligo per tutti i comuni di aderirvi, in ragione dei suoi più elevati standard e della maggiore efficacia dimostrata nei processi di integrazione con le comunità locali. Il processo di inclusione sociale dovrebbe essere, infatti, elemento portante di una strategia di integrazione che vada a vantaggio sia dei rifugiati che delle comunità ospitanti. In questo modo, invece, si crea un esercito di irregolari e sfaccendati che aggraverà la condizione di insicurezza delle nostre città (è appena il caso di ricordare che la promessa di rimpatriare tutti non potrà restare che lettera morta, essendo impraticabile sia per la mancanza di intese con gli Stati di provenienza, sia per la mancanza di fondi: con quelli stanziati nel prossimo triennio, si prevede potranno essere rimpatriati non più di un migliaio di clandestini). Il decreto prevede poi che i richiedenti asilo non possano iscriversi all’anagrafe e quindi conseguire una residenza. Ma se si nega l’iscrizione all’anagrafe, si crea anzitutto un problema di sicurezza: si mette a rischio l’accesso alle prestazioni sanitarie delle Asl e ai centri per l’impiego, e si danneggia la programmazione dei servizi sociali nei Comuni, perché non si sa quanta gente avrà bisogno di tali servizi. Senza considerare che in questo modo si precarizzano - al compimento della maggiore età - anche i minori stranieri non accompagnati, vanificando così i percorsi educativi e formativi avviati (e offrendo alla criminalità organizzata, su un piatto d’argento, nuove leve da arruolare agevolmente)».

«Per finire, c’è la possibilità di revocare la cittadinanza allo straniero che l’abbia acquisita (dopo dieci anni di residenza in Italia, apolide che ha acquisito la cittadinanza dopo cinque anni di residenza in Italia, figlio di stranieri nato in Italia che ha acquisito la cittadinanza dopo i 18 anni, coniuge di cittadino italiano, straniero maggiorenne adottato da italiano), nel caso di commissione di alcuni reati connessi al terrorismo. Misura che pur avendo una logica chiara, rischia di venire travolta dalla Corte costituzionale per questioni strettamente giuridiche connesse al particolare legame che viene a crearsi tra Stato e cittadino col vincolo della cittadinanza (tra le altre cose, questa norma favorisce la creazione di apolidi in contrasto con il divieto previsto dall’articolo 8 della Convenzione sulla riduzione dell’apolidia adottata il 30 agosto del 1961, a cui l’Italia ha aderito nel 2015). Il resto del decreto presenta una sua organicità, ma su questi aspetti credo sia opportuno, anzi inevitabile intervenire con una correzione di rotta. Altrimenti, i ricorsi che le regioni stanno presentando alla Corte costituzionale finiranno per produrre drastiche sforbiciate», conclude.

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