Gestione pubblica dell’acqua, «È un business che farebbe enormi profitti»

"Acqua Bene Comune" interviene in un'audizione in commissione per discutere del futuro di una eventuale società mista. Corrado Oddi: «Disatteso il Referendum del 2011». Paolo Lega: «Vogliamo uno studio di fattibilità anche sulla società in house»

Michele Bricchi, Corrado Oddi e Paolo Lega

Da tempo il comitato “Acqua Bene Comune” aspettava l’audizione di Corrado Oddi – del Forum nazionale “Movimenti per l’acqua” – in commissione consiliare 2, per parlare di acqua pubblica e società in house, di fronte alla volontà – sempre più dichiarata – dell’Amministrazione comunale di pensare a una futura società mista pubblico-privato per il servizio idrico, oltre che per i rifiuti.

«Siamo qui – ha esordito Paolo Lega delll’associazione “Acqua Bene Comune” - perché c’è stato un referendum nel 2011 e la maggioranza assoluta dell’elettorato italiano ha votato per l’affidamento in house del servizio idrico locale. Il servizio idrico integrato deve essere affidato a una società consorziale senza scopi di lucro. La decisione finale per l’affidamento alla società mista non è stata ancora presa dal consiglio locale di Atersir, dipende tutto dal progetto di affidabilità. Finchè quest’ultimo non viene ritenuto congruo, è ancora possibile fare un passo indietro e pensare a una società in house o destinarlo al pubblico. Noi preferiamo la società in house, perché porta vantaggi».

«A tre anni di distanza  - ha spiegato nella sua relazione Corrado Oddi - ci tocca constatare che l’esito del referendum è disatteso in molti casi. Se la scelta dovesse essere questa, si tratterebbe di una scelta verso il privato. Difficilmente si può dire che quello predisposto è un piano di fattibilità. I cittadini devono impiegare risorse per una scelta che va totalmente a favore dei privati. Il pubblico deve costruire nuovi meccanismi: una società per azione non può contemplare elementi partecipativi. A Reggio Emilia stanno costruendo una gestione pubblica del servizio idrico. Ci vogliono studi e approfondimenti, ci vuole un vero piano di fattibilità che coinvolga gli enti locali.

Il sistema tariffario deve consentire alla società di fare investimenti. Ci sono esperienze concrete di proprietà completamente pubbliche che hanno tariffazioni che rendono consentibile questa scelta. La società mista – ha proseguito Oddi - è una scelta precisa di privatizzazione, io spero che ci sia una volontà politica di voler costruire un analogo piano di fattibilità per una scelta che guarda invece alla società in house. Non condividiamo l’idea della società mista, ma se non ci fosse neanche un approfondimento sul nostro pensiero, saremmo arrivati a dover pensare che siamo di fronte a una scelta pregiudiziale. Questo è un passaggio rilevante: significherebbe che si ignorerebbe completamente ciò che ha detto la maggioranza degli italiani nel Referendum del 2011».

«Che tempi e costi può avere – ha prontamente chiesto Mirta Quagliaroli, capogruppo del Movimento 5 Stelle - su uno studio sulla società in house?». «Bisogna mettere a disposizione – ha risposto Oddi - le medesime risorse messe in campo per lo studio sulla società mista. A Reggio Emilia i 44 comuni dentro Atersir hanno trovato le risorse per commissionare ciò. Si può fare anche velocemente, anche se avere a che fare con Iren non è mai semplice: ci deve essere una volontà politica di voler discutere, altrimenti è difficile. Purtroppo paghiamo questa mancanza di legislazione nazionale, ci sono esempi in Europa che andrebbero seguiti, analizzati e copiati. A Parigi si è deciso nel 2011 per una publicizzazione dell’acqua, nonostante due multinazionali presenti in città. A Grenoble si è fatta ai primi anni del duemila, con una consulta di rappresentanti dell’acqua che affianca coloro che gestiscono l’azienda e interviene su investimenti, tariffe. Dopo dieci anni possono vantare di aver lasciato le tariffe invariate e moltiplicato gli investimenti».

Paolo Garetti (Lista Sveglia) ha chiesto quali possono essere i piani aziendali e se ci sono esempi di vere partecipazioni pubbliche nella gestione di questo servizio.  «Prendiamo l’esempio di Iren – ha replicato Lega -: ha 40 milioni di fatturato, costi operativi per 21-22 milioni, il costo del personale a 7 milioni, e risultato d’esercizio (utile netto annuale) tra i 4 e i 6,5 milioni. Il conto economico di Iren – fatto da Atersir - prevede un ricavo utile netto, di 4-6 milioni. È un quadro di un’azienda più che prospera, non c’è alcun deficit nella gestione dell’acqua. È una piccola azienda che produce molto utili in un piccolo territorio. Mettiamo che per costruire una società speciale occorrano 100 milioni di euro: con queste cifre in 25 anni riusciremmo a coprire il debito che servirebbe per avviare un’azienda pubblica».

«Bisogna prendere atto – evidenzia ancora Lega - che la gestione pubblica dell’acqua è diffusa nel Paese: ci sono un centinaio di società totalmente pubbliche (tutte diventate “Spa” pubbliche in seguito alla legge Bassanini) che hanno il 90% di bilanci continuamente in attivo. Il business dell’acqua fa utili, ricavi. C’è un profitto alto, non bisogna avere il pensiero che la società pubblica, proprio perché pubblica, sia in passivo. Ci sono società attive ovunque. Il problema di Piacenza sarebbe solo nel versare l’indenizzo verso il gestore uscente, Iren, che porterebbe a ripercussioni sul bilancio iniziale della nuova società. Ci sono tutti i presupposti positivi per una gestione pubblica, perché regalare le nostre tariffe al privato e dargli questa occasione? Specifichiamo una cosa  – ha concludo Lega -, non è stato mai fatto uno studio di fattibilità per la società mista: non è corretto parlare di studio. È stata fatta solo una stima di quanto bisognerebbe versare come indenizzo a Iren per farla subentrare da un altro tipo di società. Non si è mai parlato di alcun piano industriale, di investimenti, di un piano debitoriale, va richiesto ad Atersir un vero e proprio studio di fattibilittà che per ora non si è visto. Devono essere calcolati tutti gli aspetti economici, non c’è già mai stato uno studio da integrare, è proprio da fare».

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L’assessore all’ambiente Luigi Rabuffi ha promesso all’associazione di  farsi carico della richiesta emersa in commissione. «Mi prenderò l’impegno – ha dichiarato – di esporre la vostra richiesta al sindaco Dosi e chiedere perciò uno studio anche sulla società in house. La decisione comunque non deve essere assunta solo da noi, ci vuole anche l’approvazione degli altri 47 comuni che fanno parte di Atersir».  

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