Giardino (Misto): «La Ricci Oddi dentro la Fondazione Teatri»

La proposta del consigliere comunale: «Un soggetto unico per la gestione e la promozione delle attività culturali della città di Piacenza»

Della conclamata crisi della Galleria Ricci Oddi se ne è discusso a lungo. Ora arriva un’altra proposta per uscire dall’impasse, formulata dal consigliere comunale del Gruppo Misto Michele Giardino. «Lo Statuto della Galleria Ricci Oddi – scrive Giardino - è stato approvato dal Podestà di Piacenza il 30 giugno 1930. Ottantotto anni fa. Gli abitanti in Italia erano quasi quaranta milioni, a Piacenza poco più di sessantamila. Quanto è diversa l’Italia, e quanto gli italiani, rispetto ad allora? Seconda guerra mondiale, liberazione dal nazifascismo, nascita della Repubblica, boom economico, l’uomo sulla Luna, le Brigate rosse, Tangentopoli, le tv private, i telefoni cellulari, internet, Di Maio vicepremier… La Galleria Ricci Oddi è rimasta identica a quando nacque. Oggi è fuori dal tempo. Il nobiluomo Giuseppe Ricci Oddi la fondò e la donò alla Città di Piacenza con una finalità precisa (articolo 2 dello Statuto): “La Galleria è destinata in perpetuo ad uso pubblico ed ha scopi artistici e culturali: è intesa particolarmente a promuovere ed alimentare la cultura e la educazione artistica del popolo”.

Essendo questa la volontà del fondatore, credo non sia irriverente affermare che essa non venga onorata ormai da decenni. Nel 2016 sono stati incassati 17.372 euro dalla vendita di circa 2.000 biglietti di ingresso (una media di neppure 6 biglietti al giorno), nel 2017 incassati 21.643 euro con oltre 2.700 biglietti venduti (grazie alla concomitanza della salita al Guercino). Vedremo i numeri del 2018, ma non c’è da aspettarsi grosse sorprese: saranno in linea col 2017, visto il successo della successiva salita al Pordenone. La Galleria d’Arte Moderna di Milano, nel 2015, ha registrato la presenza di 128.623 visitatori (giusto per fare un raffronto).

Nel bilancio Ricci Oddi 2017, la seconda voce delle entrate è costituta dai 44.590 euro pagati da privati per alcuni prestiti di opere o per taluni eventi organizzati nei locali della Galleria. La posta più significativa delle entrate è determinata dai 170mila euro versati dal Comune di Piacenza. L’articolo 11 dello Statuto, infatti, stabilisce che “sono a carico del Comune di Piacenza le spese ordinarie di bilancio per la gestione amministrativa, per il personale direttivo e di custodia e per la manutenzione della Galleria e aree annesse”. Non solo: il Comune dovrebbe stanziare ogni anno una somma aggiuntiva “adeguata per l’acquisto di nuove opere d’arte ad incremento” della Galleria. Impegno insostenibile.

Sgombro subito il campo da un possibile equivoco. Non intendo addossare la responsabilità della marginalizzazione della Galleria all’attuale presidente o al cda o al direttore o a chi altri prima di loro. Penso che la colpa di questo appassimento, di questo tramonto sia imputabile unicamente all’assetto giuridico della Galleria, anacronistico e inadeguato a combattere le sfide che le più importanti realtà museali italiane affrontano a ben altri livelli. La Galleria è oggi ridotta a una sorta di deposito di opere d’arte moderna. Impensabile lasciare ammuffire un tesoro così.

Oggi essa è amministrata da un Consiglio (articolo 5) composto di sette membri: due nominati dal Comune, un erede del fondatore, uno designato dal Prefetto, uno dall’Associazione Amici dell’Arte, uno dall’Accademia di San Luca e uno dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano. La Galleria può avvalersi, come personale, di un direttore e di due custodi. Oggettivamente si tratta di un assetto fuori dal mondo.

Di recente, prima il sindaco di Piacenza Patrizia Barbieri e poi il critico d’arte Vittorio Sgarbi hanno sostenuto la necessità di trasformare la Galleria in una fondazione a cui partecipino altri soggetti, anche privati. Trovo giusta e di vitale importanza la soluzione prospettata. E siccome lo Statuto assegna al Consiglio di amministrazione (art. 8, punto 6) il potere di deliberare “ogni eventuale modificazione dello Statuto”, penso che il Comune debba far valere il suo peso specifico di “finanziatore unico” della Galleria nell’indirizzare il Consiglio verso la metà indicata e nel più breve tempo possibile.

Dirò di più. Il Comune di Piacenza è già dotato di una Fondazione. Sta svolgendo in maniera egregia il suo compito di produzione Michele Giardino-4operistica, teatrale, concertistica e coreografica. È la Fondazione Teatri di Piacenza. Spettatori in aumento, incremento degli spettacoli in cartellone, ribalta nazionale delle rappresentazioni messe in scena. Unico piccolo neo, bilancio lievemente in passivo: il 2017 si è chiuso con 63mila euro di perdita, fisiologico per il settore se si vuol garantire una offerta culturale democratica.

Ebbene, la Galleria Ricci Oddi potrebbe fondersi per incorporazione nella Fondazione Teatri. In questo modo, si concepirebbe (in senso propriamente genetico) un soggetto unico che inizi a gestire e promuovere le principali offerte culturali della nostra città con approccio manageriale. Ai soci privati già presenti nella Fondazione potrebbero aggiungersene altri e, nel rispetto delle volontà di Giuseppe Ricci Oddi, i membri individuati come componenti di diritto del Consiglio della Galleria potrebbero entrare a far parte del nuovo cda. Ne gioverebbe ancor più il Municipale, sicuramente la Galleria, e anche il centro storico e tutta la città di Piacenza.

Non sarebbe un inedito. La Fondazione Teatri delle Dolomiti di Belluno, giusto per fare un esempio, ha per scopo “la realizzazione e diffusione delle attività artistiche e culturali quali prosa, musica, danza, lirica, attività museali in genere e quant’altro possa rispondere alle istanze culturali delle comunità e del territorio cittadino e provinciale”. In queste parole sento riecheggiare, pareggiata ai tempi, l’aspirazione per cui fu fondata la galleria Ricci Oddi. Quando arriva il momento delle grandi decisioni per il futuro?».

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