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Il costituzionalista Pertici per il No: «La riforma? Goffa opera di creatività istituzionale»

Fresco autore de “La costituzione spezzata”, Andrea Pertici, professore di diritto costituzionale all’università di Pisa, è intervenuto ieri a Piacenza nella suggestiva cornice del palazzo Ghizzoni Nasalli in via Roma

Fresco autore de “La costituzione spezzata”, Andrea Pertici, professore di diritto costituzionale all’università di Pisa, è intervenuto ieri a Piacenza nella suggestiva cornice del palazzo Ghizzoni Nasalli in via Roma, per esporre le ragioni della scelta di votare no al prossimo referendum costituzionale. Un intervento pacato, privo di fronzoli, battute e facili allarmismi come spesso è capitato di seguire in queste fasi concitate di una campagna sempre più politica, perché, come sostenuto dal professore, “basterebbe spiegare questa riforma per convincere i cittadini a votare no. Senza aggiungere aggettivi”. 

E il problema fondamentale, aldilà delle argomentazioni estremiste del si e del no, delle sbandierate derive autoritarie e di inesistenti pericoli per la democrazia, resta secondo il professore, quello del funzionamento della nuova costituzione che – “riducendo gli spazi di partecipazione e creando forti contenziosi tra Stato e Regioni – andrà ad inficiare la possibilità stessa di prendere decisioni rapide ed efficaci. L’esatto contrario di quanto si va invece affermando“

Insomma una “goffa opera di creatività istituzionale e perdipiù pericolosa in quanto imbarazzante nella stesura e dunque di difficile applicazione”. Con il rischio concreto che la nuova costituzione diventi troppo “flessibile”, con norme cosi approssimative da renderne l’esito incerto e dunque soggetto a discrezionalità, “mentre compito della costituzione dovrebbe proprio essere quello di porre dei paletti al potere”.    

Doveroso il richiamo al contestatissimo nuovo articolo 70 il cui fine – nel parere del costituzionalista – non è quello di risolvere i problemi del bicameralismo, né di consentire un’approvazione più veloce delle leggi, bensi “di concentrare il potere legislativo nelle mani del governo che avrebbe cosi la sua camera. Le leggi che il governo vuole applicare (Lodo Alfano, Buona scuola ecc…) vanno velocissime, senza bisogno di cambiare la costituzione. Mentre invece leggi come quella sulla concorrenza, sull’omofobia o sulla riduzione delle indennità parlamentari rimangono al palo perché non fanno gli interessi delle conventicole”.

Una riforma dunque che ha lo scopo precipuo di rafforzare il ruolo del governo e di cui non si contesta la legittimità quanto piuttosto l’opportunità: “Se la proposta viene dal governo è una proposta di parte, destinata a spaccare il parlamento. E la maggioranza in parlamento, che ha beneficiato di un premio di maggioranza poi dichiarato incostituzionale dalla corte costituzionale, non rispecchia la maggioranza degli elettori, come confermano i risultati elettorali. Perciò l’esito della riforma sarà altamente divisivo, con il rischio di ridursi a un referendum sul governo. C'è ormai inscindibilità tra governo e riforma costituzionale. Ed è un errore perché la costituzione dura più di qualunque governo e il voto al referendum dovrebbe essere scisso dal giudizio su di esso”.

Problemi di interpretazione restano poi riguardo al disegno del Nuovo Senato e della distribuzione dei seggi: “sindaci e consiglieri regionali saranno eletti dai consigli regionali e non dai cittadini in proporzione alla consistenza dei partiti nel consiglio regionale. Perciò la rappresentanza sarà ancora politica e a eleggerla dovrebbero essere i cittadini, non i consiglieri. Senza contare poi i senatori nominati direttamente dal Presidente della Repubblica che potrà così contare su un proprio partito (del 5,5% circa, considerato il numero totale dei senatori). Il presidente della Repubblica potrà dunque, in caso di maggioranza risicata al senato, condizionarne fortemente le decisioni, con il suo consistente drappello di fedelissimi”.

 In conclusione, secondo il professore, le principali criticità della riforma sono legate non al rischio di una deriva autoritaria, quanto piuttosto a problemi di cattivo funzionamento dovuti alla mala stesura del testo, al tentativo pasticciato di porre fine al bicameralismo creando invece nuovi contenziosi apparentemente insolubili e alla consistente riduzione degli spazi di partecipazione per i cittadini. In una parola, “lo slogan dei sostenitori della riforma e' indicativo: ai cittadini si chiede solo di votare il pacchetto a scatola chiusa, mentre le decisioni vengono prese negli uffici del governo. Il libro che ho scritto è dedicato a tutti coloro ai quali non basta un sì”.


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