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«Il referendum ha senso solo se chiede di andare in Lombardia»

Abolizione provincia, Foti (Pdl) vede pochi margini di manovra dopo la proposta di Trespidi di chiedere la deroga dai due criteri fissati dal Governo. «Pochi parlano di ciò che succederà se verremo accorpati a Parma e che cosa perderemo»

Da sinistra, Bertolini, Foti e Magnaschi

«La legge è purtroppo chiara e io in Parlamento ho votato contro. I criteri minimi non lasciano spazio. Certo se ne possono aggiungere altri, non sostituirli, e noi non abbiamo uno dei due criteri: il numero di abitanti». E’ chiara la posizione di Tommaso Foti, deputato del Pdl, sul futuro della Provincia, dopo che il presidente Massimo Trespidi ha annunciato la possibilità, tutta teorica per ora, di introdurre delle deroghe a questi criteri (350mila abitanti ed estensione di 2.500 chilometri quadrati). L’idea è nata dopo la posizione dell’Unione delle province, che in Lombardia ha avanzato l’ipotesi di derogare, per salvaguardare i territori. Tecnicamente, inoltre, per il parlamentare piacentino il referendum è ancora possibile entro il 29 settembre, anche se non ci crede molto. Un referendum che avrebbe un’unica strada: chiedere ai piacentini se vogliono andare in Lombardia o restare in Emilia Romagna. «Diversamente, il referendum, non serve a niente, perché se restiamo in Emilia non ce n’è bisogno» ha chiosato.

Sul piano politico, invece, Foti ha detto che «se si chiede a Cal e poi alla Regione di derogare sui due  criteri ecco che il referendum non è più sul tavolo. Tra l’altro - ha spiegato Foti - né l’Emilia Romagna, né altri Enti Locali hanno proposto un ricorso alla Corte costituzionale, come ha fatto la Lombardia. Per cui, la nostra proposta, qualora fosse approvata, a partire dall’Ordine del giorno in Provincia, passando per il Cal (Consiglio per le autonomie locali) e la Regione e arrivando a Roma, il Governo deciderebbe ugualmente per l’accorpamento». Per Foti, però, non è di questo che si dovrebbe parlare, ma della fine che farebbe Piacenza a tutto vantaggio del futuro capoluogo di Provincia. «A Parma - ha esemplificato - esistono 21 partecipate. Il trasporto pubblico è di Tep, metà del Comune e metà della Provincia. Chi credete gestirà i trasporti. E il polo logistico? Sarà valorizzato quello parmigiano o il nostro, dopo che dalla città spariranno Agenzia delle Entrate, prefettura, questura, carabinieri, finanzieri, Camera di commercio e altri enti?».

E ancora: «Qui l’università è arrivata da Milano, con la Cattolica e il Politecnico. Nella futura provincia chi conterà di più? E lo stesso vale per la mobilità sanitaria o la scuola. E anche l’informazione potrebbe perdere peso, basti pensare a dove finiranno gli investimenti pubblicitari degli imprenditori». Ma di questo non si parla. Le forze politiche non sembrano accorgersi di che cosa stia per accadere a poca distanza dal loro naso. «Tutte le ide - ha detto il deputato pidiellino - per salvare il territorio sono le benvenute. Le proposte riordino che arrivano da Cal e Regione vengono vagliate dal Governo, il quale decide sui due requisiti minimi fissati dalla legge. Non si sfugge. Il Governo ha previsto tutto».

Trespidi aveva chiesto alla stampa di sondare il “sentiment” dei cittadini su questa questione. Ma, al di là della complessità dei passaggi normativi, ce n’è anche una di ordine geografico e politico. Diverse le proposte in campo per il riordino del nostro territorio. Reggio Emilia chiede la Grande Emilia, con l’unione di Modena-Reggio-Parma e Piacenza, ma Modena non ci sta. Potrebbe nascere  una maxi provincia a tre, senza Modena, ma ne potrebbero nascere altre due: Modena-Reggio (ma qui dipende dal Pd, se troverà un accordo per la spartizione dei posti) e Parma-Piacenza. Insomma, al momento non è semplice far districare i cittadini su queste possibilità, che presuppongono la conoscenza di tanti fattori.

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