Immigrazione, Giardino: «Fissare quote, soppesando benefici e costi»

L’intervento del consigliere comunale del Gruppo Misto Michele Giardino

Michele Giardino (Misto)

«In una favola di Esopo – interviene nel dibattito sull’immigrazione il consigliere comunale del Gruppo Misto Michele Giardino - le lepri erano terrorizzate dalle altre bestie e appena vedevano un animale avvicinarsi, fuggivano. Un giorno scapparono in direzione di un lago vicino, ma prossime alla riva, avvistarono alcune rane che, terrorizzate a loro volta, si tuffarono nell'acqua. La consapevolezza che c'è sempre qualcuno messo peggio è fonte di soddisfazione per chi pensa di essere il più debole, l’ultimo. Secondo il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman, le lepri sono numerose nella nostra società di umani. Esse vivono nella miseria, nella mortificazione e nell'infamia, di fatto emarginate. Per loro, che sospettano di aver toccato il fondo, la scoperta di un altro livello, più basso, occupato da chi sta peggio, è un evento di salvezza, che riscatta la loro dignità umana e recupera ciò che è rimasto della loro autostima.

È davvero questa la condizione paradossale in cui si trovano i nostri poveri? Di sperare negli immigrati per salvare la propria anima e di ripudiarli per salvare il proprio corpo? “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”. È l’articolo 10 della nostra Costituzione. Per i perseguitati e gli oppressi le porte dell’Italia sono e resteranno sempre aperte.

Poi c’è lo straniero che decide di emigrare alla ricerca di migliori condizioni di vita. È il migrante economico. C’è chi sostiene che anche la miseria metta a repentaglio la vita umana, al pari di un sistema in cui le libertà civili siano soppresse. Considerazione non campata in aria e con elementi di verità, recepita anche nella bozza del Global Compact for Migration che equipara, in termini di diritti, i migranti economici ai rifugiati politici (il Governo italiano ha detto che non sottoscriverà l’accordo internazionale, il prossimo 11 dicembre a Marrakesh, sottoponendolo - a mio avviso, correttamente - al vaglio del Parlamento). Per un atto di realismo politico, però, occorre tener conto delle dimensioni del fenomeno e della impossibilità di gestirlo bene e compiutamente. L’immigrazione di natura economica va analizzata e trattata – purtroppo – sul piano economico, soppesando costi e benefici dell’accoglienza, e congelando ogni valutazione di tipo etico, filosofico e religioso. Accade sciaguratamente che il dibattito sull’immigrazione tenda a fare, invece, di tutta l’erba un fascio. Non usa argomentazioni logiche né a sostegno della posizione favorevole, né a sostegno della posizione contraria. Si affida, in entrambi i casi, a motivazioni irrazionali, sentimentali, ideologiche, morali anziché cimentarsi nell’analisi dei vantaggi oggettivi che un flusso migratorio “ragionevole” può comportare e, vicendevolmente, degli svantaggi che esso implica.

Entro certi limiti, l’immigrazione può apportare benefici: ringiovanisce la popolazione contrastando il declino demografico che affligge i Paesi occidentali, offre personale da adibire a lavori che i nativi rifiutano di esercitare, garantisce il funzionamento del sistema previdenziale a fronte dell’invecchiamento della popolazione residente. Una politica razionale dovrebbe favorire le regolarizzazioni – non senza aver fissato le necessarie quote di accoglienza – e dovrebbe lottare senza esitazioni contro l’immigrazione clandestina, che non restituisce allo Stato, sotto forma di imposte e contributi pensionistici, quanto lo Stato è obbligato a garantire agli ospiti in termini di assistenza medica e ordine pubblico.

L’immigrazione non ha un valore intrinseco, né può essere concepita a tavolino come una modalità idonea a trasformare la nostra, in una civiltà multiculturale e multietnica, a compimento delle ‘magnifiche sorti e progressive’ agognate da certi maître à penser. Un flusso migratorio non eccessivo comporta vantaggi di natura economica e, in subordine, un arricchimento sociale e culturale. Un flusso migratorio incontrollato, viceversa, non può che scatenare reazioni xenofobe e razziste: troppi immigrati minacciano la vita quotidiana sia per la competizione che generano sul piano del lavoro e delle retribuzioni, sia per il mancato rispetto delle leggi e delle norme di civile convivenza originato dalla loro frequente emarginazione sociale, sia per il timore dello snaturamento della nostra identità causato dall’innesto delle varie culture di cui sono portatori.

Una petulante retorica progressista continua a perorare la causa dell’accoglienza degli immigrati, senza se e senza ma. In assoluto, non è negativo combattere e provare a vincere pregiudizi e istinti di rifiuto. Però, non è sempre un genuino spirito di fratellanza a muovere questa precettistica. Motore di essa è spesso un elitario esibizionismo buonista, il più delle volte privo di impegno civile concreto e piuttosto idoneo a rimarcare il solco che divide le classi ricche dalle classi disagiate.

Per contro, pilotare la rabbia del popolo contro gli immigrati e collocare al centro del dibattito politico unicamente la questione migratoria è un modo cinico per distogliere l’attenzione dei cittadini dalle disuguaglianze, dalle ingiustizie economiche e dalla compressione dei diritti sociali, a esclusiva tutela di chi, pur avendo il dovere pubblico di risolvere tali problemi, non riesce o non si adopera per farvi fronte (nel romanzo La piramide, di Ismail Kadaré, è sapientemente descritto il modo in cui il faraone Cheope incanalava il malcontento popolare, per impedire che esso assumesse forme devastanti di contestazione del potere regale).

Accoglienza e umanità – alle condizioni e nei limiti dati – vanno garantite, ma devono andare di pari passo con la doverosa tutela dei diritti e delle esigenze di chi accoglie. Un individuo è pienamente legittimato a cercare di migliorare il proprio benessere materiale, emigrando. Alla libertà di emigrare, però, non possiamo correlare un automatico dovere di accogliere sempre e comunque. E soprattutto, ad accoglienza avvenuta, non dobbiamo permettere che i diritti del cittadino vengano deformati o negati per evitare che confliggano con quelli riconosciuti all’immigrato.

Ha ragione Francesco Magris, in “Libertà totalitaria”, quando sostiene che “per rendere compatibili gli scopi legittimi degli immigrati con quelli altrettanto legittimi dei cittadini dei paesi ospitanti, è necessario che i primi rispettino le regole della convivenza locale, per non rendere tale convivenza insopportabile e alimentare pulsioni xenofobe. Se l’accoglienza, in determinate circostanze, è un dovere per i nativi, pure gli immigrati sono chiamati ad adempiere ad alcuni doveri nei confronti degli ospitanti”. Essere accolti è un dono che deve innescare il meccanismo della reciprocità e nutrire il senso di gratitudine».

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