In Emilia Romagna 3.600 donne lasciano il lavoro, il 37% per accudire i figli

Accordo in sette articoli per gestire le potenziali discriminazioni nelle aziende. Mori (commissione Parità): «L'autonomia economica è fondamentale e come istituzione dobbiamo garantirla»

La firma del protocollo

Sette articoli per contrastare le discriminazioni di genere nei luoghi di lavoro e tutelare le madri e i padri lavoratori. Promuovere una cultura della reciprocità, del rispetto, della valorizzazione della genitorialità anche in azienda. Questi gli obiettivi del protocollo d’intesa sottoscritto il 14 dicembre in Assemblea legislativa tra il consigliere di parità Sonia Alvisi, nuova figura di garanzia regionale dell'Assemblea legislativa e Stefano Marconi, responsabile dell'Ispettorato del lavoro interregionale di Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna e Marche, in collaborazione con le associazioni sindacali. Non è un caso che questo protocollo - il cui scopo è quello di contrastare e governare le dimissioni premature dal lavoro legate all'accudimento dei figli- sia una delle prime azioni messe in campo da Alvisi, la cui funzione, prima in capo all'assessorato al lavoro, è ora collocata nell'area dei diritti del parlamento regionale: le consigliere e i consiglieri di parità, organizzati su base territoriale provinciale, si occupano di promozione delle pari opportunità, di vigilanza e rilevazione di situazioni di discriminazione di genere nel mondo del lavoro.

Parlando di numeri, la Regione Emilia Romagna registra un tasso di occupazione femminile del 63%, superiore di 5 punti alla media nazionale, ma i problemi di accesso delle donne al mondo del lavoro permangono. Il problema principale resta quello delle dimissioni volontarie. «Nel nord Italia - ha spiegato Marconi - sono una cifra molto più alta rispetto al resto del Paese: si parla, infatti, di 21.926 dimissioni presentate (mentre in centro Italia sono 8.652 e al sud Italia sono 4.515). Guardando la nostra regione, nel 2016 (dato rilevato l'anno scorso dall'Ispettorato) in Emilia Romagna sono state 3.609 (terza dopo Lombardia e Veneto, il 53% di queste nelle Pmi sotto i 15 dipendenti). Per quanto riguarda le fasce dì età tra le donne, il 58% ha dai 26 ai 35 anni, il 34% tra i 36 e i 45 e solo l'1% sopra i 45 anni. Per quanto riguarda gli uomini: il 71 per cento ha tra i 26 e i 35 anni, il 19% tra i 36 e i 45 anni e il 4% ha oltre i 45 anni. "Un dato importante - secondo Alvisi - nonostante la nostra sia una regione all'avanguardia. Dunque, questa che partirà oggi è una collaborazione importante perché nel momento in cui l’ispettore segnala problematiche, la consigliera di parità esaminerà il caso per capire i motivi che portano alle dimissioni».

Sono diverse, però, le motivazioni che spingono gli uomini e le donne a presentare le dimissioni. Gli uomini, tendenzialmente, rinunciano al loro lavoro per altre prospettive occupazionali (il 72%, infatti, rinuncia per altro mestiere). Solo il 2% rinuncia per occuparsi del neonato. Percentuali, ovviamente, molto diverse se si guardano i dati femminili: il 37% delle donne, infatti, rinuncia a fare il proprio lavoro per occuparsi del bambino (vuoi per assenza di parenti che possono aiutare o per i costi troppo elevati dei nidi o perché il bambino non è stato accolto all'asilo). Solo il 27% si dimette per scegliere un altro lavoro. Per quanto riguarda le violazioni, in Emilia Romagna nel 2017 gli ispettorati hanno riscontrato 52 violazioni (in cinque casi le domande di dimissione anticipata sono state annullate dall'organo ispettivo ministeriale) che riguardano le lavoratrici madri, riconducibili alla mancata fruizione di congedi, riposi, permessi legati alla gestazione o alla cura dei figli: 14 nell'ambito industriale, 4 nell'edilizia, 34 nel terziario. Per quanto riguarda le singole province, si contano 7 violazioni a Bologna, 4 a Ferrara, 3 a Forlì-Cesena, 16 a Modena, 9 a Parma, 11 a Piacenza, 2 a Ravenna e nessuna a Rimini e Reggio Emilia. Soddisfatta della firma anche la presidente della commissione di Parità Roberta Mori: «Questo protocollo ci doterà di dati sempre più precisi per capire quanto pesino le discriminazioni di genere nel lavoro. L’autonomia economica è fondamentale - spiega - e permettere alle donne e agli uomini di mantenere il proprio lavoro è una grande responsabilità che come sistema e come istituzione vogliamo e dobbiamo promuovere».

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