«La riforma fiscale è sulla bocca di tutti, il Pd che posizione prende?»

L'intervento di Giorgio Alessandrini del Partito Democratico di Piacenza

Giorgio Alessandrini

«Tra i primi concetti di macroeconomia, si impara quello della “propensione marginale al consumo”, costituita dal rapporto tra l’incremento del consumo e l’incremento del reddito. In parole semplici essa ci dice che, quando i redditi sono bassi, il loro aumento produce un aumento dei consumi maggiore di quello che si avrebbe aumentando dello stesso importo redditi già alti. Il motivo è facilmente intuibile: alcuni consumi sono costituiti dai bisogni essenziali delle persone e più di tanto non sono comprimibili, se non a costo di enormi sacrifici che possono mettere a repentaglio la salute e la sopravvivenza stessa. Un aumento del reddito per coloro che non riescono ad assicurarsi i bisogni essenziali (cibo, vestiario, ricovero) produce un’immediata soddisfazione di tali bisogni.

In caso di redditi elevati i bisogni essenziali sono invece già soddisfatti e garantiti, e quindi un aumento delle disponibilità economiche produce in prima istanza una scelta di destinazione: risparmio e copertura di debiti pregressi (mutui, investimenti, ecc.) o incremento dei consumi verso beni aggiuntivi e voluttuari? Questo schema, qui necessariamente semplificato ma aderente alle teorie economiche classiche, non è una immutabile nel tempo, ma assume dimensioni e misurabilità diverse a seconda di molti fattori che possono essere così riassunti: la situazione economica generale in un dato momento (recessione, espansione, boom); la situazione economica delle diverse categorie di reddito che compongono la società (reddito medio pro-capite, livello di indebitamento medio, composizione media dei nuclei familiari, rapporto tra popolazione attiva e non attiva, ecc.); la percentuali numeriche delle varie classi di reddito nella società in esame.

La scienza delle finanze e la politica economica studiano questi fattori, il loro andamento nel tempo, il fabbisogno per la copertura della spesa pubblica, l’insieme degli strumenti fiscali e monetari a disposizione per eliminare inefficienze, distorsioni, deviazioni, ingiustizie, e promuovere sviluppo, crescita e benessere.

Compito della politica è quello di manovrare tali strumenti per realizzare:

1) un sistema fiscale equo e ragionevole per la comunità nel suo complesso, in cui tutti contribuiscano in ragione della loro capacità come previsto dalla Costituzione, e sia soddisfatta la necessità di garantire a tutti alcuni diritti essenziali indipendentemente dalla situazione economica, come la salute e l’istruzione;

2) un sistema economico che valorizzi la produzione e la diffusione della ricchezza, del lavoro e della piena occupazione, della cultura, delle opportunità per le future generazioni.

In un sistema democratico, tali obiettivi sono condivisi dalla maggioranza dei cittadini attraverso il voto. Di conseguenza le forze politiche propongono in materia fiscale ed economica diverse gradazioni di rigidità, offrendo un ventaglio di posizioni sulle quali l’elettorato farà la sua scelta, più o meno consapevole.

Naturalmente le scelte non sono neutrali. Anzi, producono effetti estremamente differenti sia nella distribuzione delle ricchezze, sia nelle caratteristiche economiche e produttive del paese che le adotta.

Scegliere la flat tax, oppure una riduzione del numero di aliquote IRPEF – che attualmente sono cinque – avrebbe un effetto favorevole ai redditi medio alti e penalizzante per i redditi bassi e medio bassi. Inoltre, tornando all’esempio iniziale, produrrebbe uno stimolo ai consumi inferiore a quello raggiungibile altrimenti, e orienterebbe l’incremento delle attività produttive verso beni non essenziali o voluttuari.

Viceversa, una maggiore diversificazione delle attuali aliquote IRPEF, oltre a rispondere più adeguatamente al dettato costituzionale e a quelle che dovrebbero essere le aspirazioni redistributive del centrosinistra, garantirebbe maggiori capacità di spesa dei ceti medio bassi, e una più alta propensione al consumo indirizzata verso beni essenziali o durevoli. La maggiore domanda alimenterebbe quindi la catena produttiva di tali beni, offrendo maggiori possibilità occupazionali e aumentando quindi il numero di potenziali consumatori, proseguendo via via verso incrementi produttivi fino al punto di riequilibrio della domanda e dell’offerta.

Effettuare una riforma fiscale basandosi sullo slogan della semplificazione delle aliquote, pensando che sia la cosa più semplice da spiegare agli elettori, ormai considerati - in certi casi a ragione - incapaci di comprendere di più, potrebbe avere effetti devastanti ai fini redistributivi ed esiziali per il centrosinistra, che seppellirebbe definitivamente l’immagine di uno schieramento che si pone a difesa delle classi popolari e del ceto medio, e che lotta per il recupero delle loro posizioni che sono andate perdute negli anni della globalizzazione. Con buona pace dei valori incarnati da Berlinguer e Moro.

Ammesso che sia accettabile che chi guadagna 250mila euro all’anno paghi con la stessa aliquota di chi ne guadagna 75mila (Costituzione e redistribuzione, dove siete?), forse per il centrosinistra è meglio spostare l’attenzione sulla detraibilità delle spese, piuttosto che sulla manovrabilità delle aliquote.

Nell’era digitale, il cittadino deve poter detrarre ciò che acquista, se paga elettronicamente. Consentendo uno sconto all’acquirente, l’IVA pagata potrebbe essere girata direttamente all’erario anziché al fornitore tagliando alla radice il problema del recupero, e l’imponibile della fattura (o dello scontrino) potrebbe essere messo in detrazione, magari con percentuali diverse a seconda delle fasce di reddito e di tipologia di acquisto. Ognuno sarebbe così stimolato a certificare le sue spese attraverso il pagamento digitale al fine di detrarle dal reddito, in modo da raggiungere un imponibile con aliquota inferiore. E’ per questo che le aliquote andrebbero aumentate, e non diminuite: per rendere più facilmente raggiungibile a tutti un risparmio fiscale, anche se modesto.

Se col gioco degli sconti e detrazioni si recuperasse anche solo il 70% del totale evaso, sarebbero comunque 77 miliardi di euro utili a ridurre il debito pubblico e a un’adeguata politica di investimenti infrastrutturali. E si farebbe una gigantesca operazione di redistribuzione dei redditi e di equità fiscale, oltre che di forte sostegno alla domanda interna. Mentre la Finanza potrebbe dedicarsi all’emersione del nero».

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Giorgio Alessandrini, Partito Democratico di Piacenza

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