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«Lasciate quei malati ai medici di famiglia, non portateli in ospedale»

Interrogazione della deputata Murelli (Lega) su una nota dell’Aifa sulla terapia per le bronconeuropatie. «E’ assurdo, 2,5 milioni di malati finirebbero per intasare le corsie in questo momento critico. E’ in contraddizione con i 235 milioni stanziati per le attrezzature da dare ai medici di medicina generale»

«Sarebbe assurdo che, in un periodo critico come questo, i pazienti affetti da broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco) invece di essere curati dai medici di medicina generale finissero in ospedale. Si tratta di due milioni di persone che andrebbero a intasare gli ospedali proprio in un momento di grande sforzo delle strutture sanitarie per contrastare il Covid. E’ l’ennesima prova che la confusione regna sovrana nel Governo».

Lo afferma Elena Murelli, deputata della Lega, che ha presentato una interrogazione al ministro della Salute, Roberto Speranza, su una nota trasmessa dall’Agenzia del farmaco. Secondo Murelli, inoltre, «l’approvazione della nota in commento risulterebbe contraddittoria anche rispetto alle misure approvate nell’ultima legge di Bilancio, il cui articolo 1, comma 449, ha stanziato oltre 235 milioni di euro allo scopo di “fare fronte al fabbisogno di apparecchiature sanitarie finalizzate a garantire l'espletamento delle prestazioni di competenza dei medici di medicina generale”».

Il riferimento è alla proposta elaborata dall’Agenzia del farmaco (Aifa) di una nuova nota terapeutica per la prescrizione della terapia inalatoria in chi è affetto da Bpco. Questi criteri «darebbero luogo a gravi criticità, sia per i pazienti affetti da Bpco, sia per i medici che si occupano della gestione degli stessi» scrive la deputata leghista.

Secondo l’Aifa, il trattamento di mantenimento e la rivalutazione del paziente dovrebbero essere affidate agli pneumologi. E i soldi stanziati per la medicina generale «si andrebbero inevitabilmente a disperdere, giacché si trasferirebbe nuovamente la governance delle patologie respiratorie in capo agli ospedali, anziché in capo ai medici di famiglia».

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