«Piacenza non solo in Lombardia, ma anche nella macroregione alpina»

Guido Guidesi (Lega), ai vertici della Regione Lombardia, invita i piacentini a scegliere. "Referendum, meglio votare con le politiche". Ed elenca cosa ne guadagnerebbero, in termini economici, il territorio e i suoi abitanti

Guido Guidesi

«Piacenza è naturalmente più vicino alla Lombardia e il referendum sarebbe meglio accorparlo alle politiche». E ancora, barra verso la macroregione e trattenimento sul territorio del 75% delle tasse pagate dai lombardi, con un invito: «Piacenza deve esserci». Guido Guidesi, 34 anni a gennaio («si ma scriva 33!»), segretario provinciale della Lega Nord di Lodi da sei anni, sanrocchino doc, ha studiato al Romagnosi di Piacenza, appassionato di calcio dilettantistico («appena avrò un po’ di tempo libero, quando a maggio finirò il mio ultimo mandato da segretario provinciale, tornerò sui campi di calcio dilettanti»). Fa parte del direttivo nazionale della Lega Lombarda, dal 2006 e dal 2010 accompagna, come capo della segreteria, il lavoro di Andrea Gibelli, vicegovernatore e capodelegazione della Lega Nord in regione Lombardia.

Guidesi, lei ha molti contatti con la nostra città, cosa ne pensa di un possibile ingresso di Piacenza in Lombardia?  Il ministero degli Interni ha fissato la data del voto il 10 o 11 febbraio, periodo, legato a neve e maltempo, che ha scatenato le ire del centrodestra, perché si limiterebbe l'affluenza.
«L’idea del referendum è la scelta migliore e io sono per Piacenza in Lombardia: ora spetta ai piacentini dirlo. Il sistema regionale dell’Emilia è molto distante dalla vostra provincia e tanti si sono da sempre sentiti più lombardi. La proposta di referendum va sostenuta da tutti, le scelte sono dei piacentini ed essi si devono esprimere, mi auguro che non ci sia mai qualcuno che per mero interesse “partitico” smussi la democrazia. Del resto poi i dati dell’economia piacentina collegata alla Lombardia, i dati del pendolarismo verso Milano, l’identità culturale e della morfologia territoriale comune: sono aspetti che da sempre rendono più vicina Piacenza alla Lombardia che all’Emilia. In ogni caso per questioni di razionalizzazione dei costi il referendum va accorpato con le elezioni politiche, se no ci prendiamo in giro».

Lei, sul sito della segreteria provinciale dice di amare la famiglia, gli amici e il Po. Ecco, a partire dal Grande fiume quali potrebbero essere i primi punti di contatto fra la nostra provincia e la sua regione? «Serve riaprire insieme il dibattito sul futuro del Grande fiume: non deve essere visto solo come un pericolo nei periodi di piena; dobbiamo sfruttarlo nelle potenzialità che ci offre. In provincia di Lodi in questi ultimi due anni abbiamo lavorato molto sulla vivibilità della golena e degli argini del fiume. Occorre però ragionare sulle vie d’acqua nel settori trasporto ed energia, tutelando e salvaguardando il grande fiume ma utilizzando tutte le potenzialità che offre. Le esperienze all’interno dell'UE su altri grandi fiumi ci possono insegnare tanto. Occorre riflettere sulle normative attuali, discutere sulla pulizia di fondali ed alveo, sulle potenzialità turistiche». 

Però ci sono troppo amministrazioni che vogliono occuparsi  del  Po: come fare? «Non possiamo pensare che continuino ad esistere così tanti enti che si occupano del fiume, in questo dobbiamo sfruttare anche esperienza e testimonianze di chi il fiume lo vive quotidianamente, sembra un discorso da sognatore o romantico ma negli altri paesi queste cose le hanno fatte da decenni, volontà coraggio e attaccamento al territorio. Il parco del Po può essere utile, ma il discorso deve essere molto più ampio e lungimirante, ci vuole un piano per i prossimi vent’anni, sia la politica responsabile ad iniziare questa discussione con coraggio, io ci sono».

Entrando nello specifico, lei in Regione Lombardia si occupa da vicino soprattutto del settore dello Sviluppo economico. Quali sono, in concreto, i vantaggi che Piacenza, e soprattutto le sue aziende e l’occupazione, potrebbero ottenere dal cambio di regione? «Ecco alcuni  esempi concreti: la creazione di reti d’impresa ha consentito di internazionalizzare alcune reti e di potenziare le singole imprese che fanno parte della rete stessa, l’immissione di liquidità/capitale circolante per le aziende con “credito adesso” dove la BEI (Banca europea degli investimenti, ndr) ha trattato la Lombardia come se fosse uno Stato nazionale, La legge sugli appalti a chilometro zero, la contrattazione di secondo livello, la legge sulla sicurezza urbana; l’elenco è lunghissimo».

Nonostante questo anche la Lombardia sente la crisi. «Certo paghiamo la crisi, la paghiamo perché siamo impossibilitati nel concorrere con altre regioni a statuto speciale che godono di risorse che noi non abbiamo. Pensi che di 100 euro pagati di imposte da un lombardo, in Lombardia ne rimangono circa 33... 70 dove vanno a finire? Tappiamo i buchi delle altre regioni. Per cancellare questa situazione ci presentiamo alle elezioni regionali del prossimo anno con un primo  punto del programma: il 75% delle tasse pagate dai lombardi deve rimanere in Lombardia. Quando Maroni sarà governatore lo faremo perché non possiamo continuare così».

E il progetto della Macroregione? «Stiamo costruendo la macroregione alpina europea che raccoglie le 49 regioni più produttive d’Europa, il motore dell’Europa. Non solo per quanto c’è in Lombardia, ma anche per le sfide nuove Piacenza deve esserci». 

Monti ha fatto scoppiare il caso “sanità” per i suoi alti costi. Ma la Lombardia, da anni, accoglie pazienti da tutta Italia e ha una sanità invidiata, anche se l’opposizione mette in evidenza gli scandali avvenuti in questo settore. Lei è preoccupato o ritiene che il modello lombardo, un mix di pubblico e privato, sia da prendere a esempio? «Monti non ha fatto scoppiare il caso sanità, Monti ha fatto scoppiare il Paese. In un anno ha aumentato tasse, disoccupazione, spesa pubblica e debito pubblico, un recordman. Detto questo io credo che la sanità lombarda abbia delle eccellenze vere, centri specializzati che raggiungono livelli altissimi ma ciò con toglie che è arrivato il momento di aggiornare il sistema, di fare una nuova riforma che consenta un vero e proprio mix tra pubblico e privato. Possiamo migliorare tanto e ancora, dopo 15 anni è ora di rivedere e ripartire da un’attenta analisi dei dati e degli indici. La sanità lombarda ha 15 anni, in questi anni le esigenze ed i bisogni sono cambiati, la sfida sarà penso quella di complementare sanitario e sociale, oggi forse ancora troppi distanti tra loro».

Si sta già preparando alla prossima campagna elettorale per il voto in Lombardia? Se sì, mi indichi due o tre temi che lei ritiene strategici. «Punto primo: il  75% delle imposte pagate dai lombardi deve rimanere in Lombardia, che vuol dire anche creare lavoro. Punto secondo: la sicurezza urbana e l’impegno massimo contro la criminalità organizzata. Poi, riforma sanitaria, macroregione alpina e un grande piano sul trasporto pubblico locale (rete ferroviaria su tutto), tutela dei nostri allevatori e agricoltori che sono tartassati dalle direttive della UE. ma prima di tutto il lavoro».

Archiviato il brutto caso Belsito, la Lega si è rinnovata e sta tornando a crescere come dimostrano anche i sondaggi. Rimarrà un Carroccio arroccato sulle proprie posizioni o pensa di aprirsi ad altre istanze ed esperienze, come più volte sottolineato di recente anche dai suoi vertici? «Noi abbiamo basi solidissime perché siamo un gruppo di persone numerosissimo che fa politica in ruoli marginali od importanti con lo stesso fine ed obiettivo, noi abbiamo gli stessi obiettivi, ma cambiamo strada per raggiungerli poiché la strada di prima aveva troppi tornanti. Ora puntiamo a diventare il partito egemone del Nord, ma lo facciamo ripartendo dai territori, dalle regioni, per questo il direttivo federale ha chiesto al nostro segretario federale di candidarsi alla presidenza della Regione Lombardia».

In Spagna, la Catalogna è pronta al referendum per l’indipendenza. Lì, però, al contrario dell’Italia parlare di federalismo non è tabù, né scatena le reazioni della sinistra. Rimane un sogno che anche in Italia, una o più regioni possano trattenere la maggior parte delle tasse da reinvestire sui territori e autogovernarsi? «La Catologna è culturalmente autonomista, un po’ come i veneti, noi lombardi invece abbiamo bisogno di scuoterci con esempi di vicinato, per questo ho citato il Veneto, ma io credo che la contingenza economica e la perdita di posti di lavoro porti la gente del nord a chiedersi dove vanno a finire i soldi delle tasse che pagano, quando vedono i numeri, qualsiasi partito votino, rimangono allibiti».

Ultima cosa: i giovani e la politica: solo rottamatori? «Dire che i giovani che fanno politica sono per forza rottamatori è squalificare la passione che i giovani, pochi o tanti che siano, ci mettono. Il giovane è colui che con passione rinnova, anima e sacrifica il tempo libero per ideali, valori ed obiettivi comuni, lo riesce a fare solo se ha l’umiltà di apprendere sempre, soprattutto dalle esperienze che i più anziani ci riportano. L’auspicio è quello di avere giovani impegnati in politica, che credono di poter cambiare le cose, che vogliono costruire il futuro del loro territorio. A me la Lega ha dato una grandissima possibilità, credo sia la massima espressività quella di poter dire e conseguentemente poter fare, concretizzare ciò che si pensa. La Lega è l’esempio dello “spazio ai giovani” con il supporto dei più “anziani” di militanza! Sarebbe bello fare un dibattito tra giovani impegnati in politica, ognuno per la propria parte. Il confronto aiuta sempre tutti a crescere». 

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