Rancan: «I tirocini ai richiedenti asilo tolgono opportunità ai nostri giovani»

Il consigliere regionale della Lega, Matteo Rancan, relatore di minoranza del Progetto di legge “Disposizioni in materia di tirocini”

Matteo Rancan

«I tirocini sono uno strumento importante per la promozione dell'occupazione giovanile, e vien da sé che sia fondamentale arriva a una legge capace di disciplinare lo strumento in modo da stopparne le possibilità di abuso da parte delle aziende. Ma proprio perché che i tirocini sono fondamentali per la promozione dell'occupazione giovanile, della qualità, sicurezza e regolarità del lavoro, ritengo che debbano essere riservati a i nostri giovani e non più aperti a quei “sedicenti” profughi che, come dimostrano le statistiche, nel 90% dei casi non ottengono tale status». Così il consigliere regionale della Lega, Matteo Rancan, relatore di minoranza del Progetto di legge di iniziativa della Giunta recante “Disposizioni in materia di tirocini. Modifiche alla Legge regionale 1 agosto 2005, n. 17 (Norme per la promozione dell'occupazione, della qualità, sicurezza e regolarità del lavoro)” è intervenuto questa mattina nel corso dell'assise dell'Assemblea legislativa. «I tirocini sono strumenti fondamentali per promuovere l'occupazione dei nostri giovani, pertanto ritengo “inqualificabile” la volontà di estendere questi percorsi di avvio al lavoro a persone che, nel 90% dei casi, non otterranno lo status di profugo in quanto non in possesso dei requisiti, pertanto voteremo contro a questo progetto di legge» - ha sottolineato il consigliere leghista.

TAGLIAFERRI (FRATELLI D’ITALIA): "UNA LEGGE PATERACCHIO. TIROCINI PER STRANIERI SENZA STATUS: COME SI GIUSTIFICANO?"

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“Sarebbe davvero il caso di dire che la montagna ha partorito il topolino, dove il topolino è la legge appena approvata in Assemblea, con il mio voto contrario, che recepisce le ‘Linee guida in materia di tirocini’, adottate dalla legge 92/2012 e aggiornate dall’intesa Stato-Regioni il 25 maggio 2017. L’iter del provvedimento è stato lunghissimo, in ritardo rispetto alla road map prefissata. Ma è comprensibile. Arrivare a un punto di equilibrio, per altro precario, tra maggioranza e portatori d’interessi non è stata cosa semplice. E ne è uscito un vero pateracchio. Il tirocinio non è un rapporto di lavoro ma è propedeutico ad esso. Da questo punto di vista è significativo che oltre il 60% dei tirocini avviati si trasformi in un contratto di lavoro. Ma c’è chi ci mette lo zampino. I distinguo del sindacalesimo d’antan, e in particolare della Cgil, profusi durante l’iter del provvedimento, mostrano l’abisso che esiste fra chi fa impresa e crea posti di lavoro e chi, al contrario, non ne ha mai creato uno investendo del proprio. E’ evidente comunque che il testo presenta troppi passaggi farraginosi e molte incongruenze. Ma la parte assolutamente non condivisibile è quella che prevede percorsi formativi a immigrati che non hanno le caratteristiche per rimanere regolarmente nel paese. Secondo i dati forniti dal Viminale, nel corso dell'ultimo quinquennio solo il 22 per cento di chi è entrato illegalmente in Italia è rientrato nelle casistiche di accoglienza garantite da tutti gli stati europei (7% con status di rifugiato, 15% protezione sussidiaria). Di conseguenza, solo un richiedente protezione internazionale su 5 la ottiene. Improponibile, quindi, buttare al vento preziose risorse pubbliche per sostenere la formazione di chi non può rimanere in Italia. Meglio concentrare le risorse su chi ha prospettive concrete di rimanere e di doversi integrare. In secondo luogo, a fronte del ridimensionamento del concetto di protezione umanitaria operato dal decreto sicurezza, è anacronistico includerlo nei percorsi delle politiche attive. A meno che il presidente Stefano Bonaccini non voglia utilizzare strumentalmente anche i testi di legge come ‘manifesti’ ideologici. E’ indubbio, infatti, che questa misura, retaggio della Turco-Napolitano, esistente soltanto in Italia e considerata a suo tempo residuale, ha invece ricompreso il maggior numero di beneficiari nel sistema di accoglienza. Oggi fortunatamente questa anomalia è stata sanata e le uniche due forme di protezione internazionale riconosciute, come del resto d’Europa, sono lo status di rifugiato e la protezione sussidiaria. La Giunta ci ha raccontato che nel 2018 sono stati autorizzati 1.700 tirocini a richiedenti protezione internazionale o umanitaria e titolari dello status di rifugiati o di protezione sussidiaria e che 260 di questi sono stati pagati con fondi regionali. Ci sarebbe piaciuto sapere anche quanti dei beneficiari non sono più in Italia o non hanno diritto a rimanervi. Qui infatti non si parlerebbe più di ‘solidarietà’, ma di qualcosa che si avvicina al ‘danno erariale’”.

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