Referendum costituzionale: alla Cgil è scontro tra Danilo Barbi e l’on. Paola De Micheli

Dibattito di alto livello quello andato di scena ieri pomeriggio alla camera del Lavoro dove, ospiti della Cgil, si sono confrontati sulla riforma costituzionale il sottosegretario di Stato al ministero dell’economia Paola de Micheli e Danilo Barbi, membro della segreteria nazionale della Cgil. Un duello serrato, senza esclusioni di colpi, ma estremamente leale e pacato con i due interlocutori che, moderati dal giornalista Mattia Motta, a suon di controargomentazioni avranno certamente dato del filo da torcere agli indecisi. Ad aprire le danze, la parlamentare piacentina in quota Pd, abile a trasformare sin dalle prime battute uno dei nodi più controversi della riforma in un punto di forza: “La ragione per cui dobbiamo affrontare il tema della riforma – spiega rammentando i momenti drammatici che hanno portato alla seconda elezione di Giorgio Napolitano nel 2013 – è che per attuare davvero la costituzione dobbiamo avere il coraggio di cambiarla perché il mondo intorno e' troppo diverso da quello dei padri costituenti. E sul nuovo senato aggiunge: “Non rappresenterà i governi, ma i consigli regionali, così da garantire il rispetto delle minoranze. Ne è dimostrazione il fatto che la rappresentatività delle minoranze potrà dare origine a maggioranze variabili su temi diversi. E questo è un bene e una garanzia di democraticità”.

Di parere opposto Danilo Barbi che, dopo aver ribadito l’indicazione politica di votare no da parte della Cgil, saluta la riforma – o meglio ipotesi revisione per usare il lessico proprio del sindacalista – come un tentativo di comporre un equilibrio di poteri infelice e pessimo, che porta a un superamento del bicameralismo di per sé legittimo, ma non in grado di risolvere i problemi: vogliamo davvero avere una sola camera con la fiducia? Ma allora si devono introdurre dei contrappesi perché la doppia fiducia e' un meccanismo di tutela del legislativo e nella revisione i contrappesi non sono stati proposti”. Medesima critica quella che si oppone al nuovo senato, che appare nella lettura di Barbi un organismo ibrido e incompiuto: “Il Senato delle regioni non dovrebbe avere grandi poteri legislativi, perché o è del popolo - e deve quindi essere eletto direttamente da tutti - o è delle autonomie. Nel primo caso, i senatori dovrebbero essere direttamente eletti da tutti e avere l'immunità parlamentare; nel caso di un senato delle autonomie, avere potere di voto sulle leggi di bilancio. Questo nuovo Senato resta a metà strada e così non è né un contrappeso alla camera né al potere dell'esecutivo”.

Pronta la replica della De Micheli che difende il decentramento insito nel progetto della nuova composizione del Senato e precisa: “Credo che l'equilibrio che si verrà a generare con i territori sarà uno degli aspetti migliori della riforma. Con la modifica del titolo V assieme alla riforma del Senato si consentirà di abolire le province e introdurre una serie di novità che permetteranno di avvicinare il centro decisionale romano con quello che accade sui territori. Se da una parte ci saranno tre modalità di legiferare, dall’altro è giusto sottolineare che una di queste modalità prevede ancora il bicameralismo perfetto nel recepimento dei trattati con l'Unione europea perché si ritiene che serva coinvolgimento diretto degli enti locali in questo ambito fondamentale”.

Altro terreno di scontro, il ruolo del presidente della Repubblica e le nuove modalità con cui verrà eletto: per Barbi, la regola dell’elezione a maggioranza dei tre quinti dei presenti in Senato dalla settima votazione in poi appare un meccanismo inedito in Europa, vulnerabile alla possibilità che “in caso di uscita delle opposizioni al momento dello scrutinio - situazione tutt’altro che inconcepibile – la sola maggioranza sia messa nelle condizioni di poter eleggere il proprio presidente”.  

Situazione contro natura, ribatte la De Micheli: “Se l’opposizione dovesse uscire al momento del voto, sceglierebbe deliberatamente di non fare il mestiere per il quale ha preso i voti. E, per quanto riguarda il presidente della Repubblica, promette che “continuerà ad avere  tutti i poteri di controllo e anche senza la doppia fiducia alla Camera e al Senato in merito ai contrappesi non cambierà nulla. Basti pensare al governo Berlusconi, caduto nonostante una maggioranza bulgara al Senato e alla Camera”.

Duro il confronto anche sul possibile conflitto di competenza tra Stato e Regioni in alcune materie, dove il giudizio dei due contendenti appare agli antipodi anche in riferimento alla presunta finalità della riforma: Per Barbi, si va nella direzione di un inequivocabile accentramento dei poteri nelle mani dello Stato: “Non condividiamo le modifiche invece di  ridurre le materie concorrenti tra Stato e regioni, si aboliscono del tutto e sui pochi poteri che rimangono alle regioni, si introduce una nuova facoltà del governo, quella delle disposizioni generali e comuni. Che fine fanno la gestione della sanità e degli altri servizi, come le opere locali? La costituzione non difenderà più i poteri locali. E questa è una centralizzazione dei poteri, non un decentramento. Ma le cose migliori dal punto di vista sociale si sono sempre fatte dal basso verso l'alto, dai comuni alle regioni e dalle regioni verso lo Stato, non viceversa”.

Di parere opposto il sottosegretario all’economia per cui “lo Stato andrà a sostituirsi alla regioni solo qualora non vengano rispettati livelli essenziali di assistenza o in caso dissesto finanziario. I casi previsti sono ben precisi ed è dovere dello Stato intervenire affinché i disagi di alcuni non ricadano su chi è stato virtuoso”.

In conclusione, l’ultimo appello al voto per il si o il no, si traduce al cospetto dei contendenti nella valutazione della legittimità storica e politica della riforma hic et nunc: “Se l’ipotesi di revisione verrà approvata – sostiene Barbi – ci troveremo di fronte a una costituzione di  parte. E sarà un disastro perché dietro alla riforma esiste un processo di concentrazioni delle decisioni che sacrifica la rappresentatività alla governabilità e sposta il potere dalle regioni allo Stato e dal parlamento al governo. Bisognava piuttosto partire dalla crisi, dalla disaffezione dei cittadini alla politica, per recuperare spazi di rappresentatività e partecipazione a tutti i livelli”.

Per la De Micheli, invece, il governo ha voluto assumersi la responsabilità storica di affrontare una riforma ormai ineludibile per evitare che anche i governi che si succederanno in futuro possano evitare il pantano del bicameralismo perfetto e valuta positivamente – a differenza dell’avversario i nuovi incentivi alla governabilità come leva per recuperare la fiducia da parte dell’elettore nelle istituzioni e nei propri rappresentanti politici: “La governabilità sarà un vantaggio perché permetterà di capire più facilmente di chi è la responsabilità nei diversi ambiti dell'attività politica nel normale legiferare. In questo modo i rapporto di fiducia che si instaurerà tra eletto ed elettore non avrà più i filtri che aveva prima. La responsabilità chiara di chi fa cosa e di chi non fa cosa”.


E interpellata sulla possibilità che la vittoria del No possa aprire le porte a una crisi di governo, conclude diplomaticamente: “Importante e' capire che non si va a votare per Renzi o contro Renzi. A maggioranza il Pd ha deciso di supportare il Si ed è riduttivo pensare che il voto contrario al referendum da parte dei cittadini possa essere visto come un modo di dare un segnale al governo, perché il governo questi segnali li riceve tutti i giorni. Non finirà la democrazia né in un caso né nell'altro, ma si perderà un'occasione storica irripetibile di modificare questa costituzione e riequilibrare i poteri”.

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