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Riordino delle province, in consiglio passa la delibera che chiede il referendum

Dopo ore di consiglio la delibera è stata approvata e chiede l'indizione del referendum che chiederà ai cittadini se vogliono che la provincia di Piacenza si stacchi dall'Emilia Romagna per passare in Lombardia

Il voto della maggioranza

«Volete voi separare la provincia di Piacenza dall’Emilia Romagna e passare in Lombardia?». Parola più, parola meno, è questo il quesito che i piacentini potrebbero trovarsi a dover votare se dovesse essere accolto il referendum - deliberato oggi 24 settembre - proposto dalla maggioranza in Consiglio provinciale. La decisione di fare il primo passo verso il referendum è passata con 16 sì e 4 no. Oltre alla delibera, il Consiglio ha votato anche un ordine del giorno che ha fatto storcere il naso a più di qualcuno in maggioranza: si tratta del mandato al presidente Trespidi, nelle sedi opportune, di “perseguire un’organizzazione del nuovo Ente (la Provincia con Parma, ndr) il più possibile vicino al territorio e alla comunità piacentini, in un’ottica di equa distribuzione dei centri funzionali e decisionali”. Un passaggio obbligato, ha spiegato il centrodestra, perché il 2 ottobre si dovrà dare un parere al Cal (Consiglio delle autonomie locali) il quale lo trasmetterà alla Regione, che il 24 ottobre lo invierà poi al Governo. L’ordine è stato firmato da Pdl, Lega, Udc e dal Pd.

«Un provvedimento - ha sottolineato il presidente Massimo Trespidi - preso per l’immediatezza di decisioni che saranno prese in altre sedi». Infine, è stato anche votato un ordine del giorno dell’Idv. I dipietristi propongono un riordino locale, creando quattro Unioni di Comuni nelle vallate a cui attribuire funzioni, servizi e infrastrutture oggi gestite da Provincia e Comunità montane. Soddisfatto il presidente Massimo Trespidi: «La decisione è frutto di un lungo lavoro di una maggioranza responsabile. Il referendum raccoglie le diverse sensibilità riscontrate nella comunità, nelle associazioni, nell’opinione pubblica. I piacentini hanno espresso posizioni variegate e trasversali agli schieramenti politici. Questa decisione è destinata ad aprire altre strade, tanto che il presidente della Provincia di Novara ha detto che seguirà il nostro esempio, così come quello della Provincia di Cusio-Ossola-Verbano. La società piacentina deve essere protagonista. Auspico ora un grande movimento che dia voce a questa possibilità».

REFERENDUM. A volte aspro, il dibattito, si è svolto sempre sul piano della correttezza. Mentre i partiti della maggioranza, Pdl, Lega e Udc hanno più volte sottolineato i rischi di spoliazione che si avrebbero finendo accorpati a Parma contro i tanti benefici, soprattutto economici, che si avrebbero diventando Lombardi, il Pd, con il capogruppo Marco Bergonzi, ha detto che «il referendum è un inganno per i cittadini. Dovete spiegare l’iter del referendum, i costi e quali siano le possibilità per un esito vincolante. Siete consapevoli che l’esito non si raggiungerà mai, perché significa vincere con 120mila sì, cioè il 50 per cento più uno degli iscritti alle liste elettorali della provincia, che sono oltre 290mila abitanti». Poi, la provocazione. Bergonzi ha consegnato al segretario della Provincia un documento in cui si impegna a dimettersi se il referendum avrà successo. Invitando, però, i consiglieri di maggioranza a fare altrettanto se il referendum non avrà successo». Il consigliere Udc Luigi Francesconi ha raccolto la sfida: «Non devo temere le mie scelte». A stretto giro di posta gli ha risposto il capogruppo Pdl, Filippo Bertolini. «Porto la mia solidarietà - ha detto con ironia - a Bergonzi, perché questa scelta è stata firmata da 46 sindaci su 48 e perché i tre deputati locali del Pd, in Parlamento hanno votato a favore del taglio della Provincia di Piacenza. Noi ci mettiamo la faccia, ci presentiamo ai cittadini con una proposta, non con le dimissioni».

A favore, naturalmente, la Lega Nord. Il capogruppo Thomas Pagani Lambri ha parlato di «giornata storica. Per noi, il referendum è la via maestra. I piacentini potranno esprimersi, come previsto dall’articolo 132 della Costituzione. Il referendum non parte dai partiti, ma dalla società civile, dalle associazioni imprenditoriali che vedono nella Lombardia una possibilità di sviluppo, dai sondaggi sulla stampa e dai sindaci. I piacentini potranno decidere del loro futuro». Dalla maggioranza, sì di Paolo Maloberti (Lega) secondo il quale «Bergonzi è stato bravo negli equilibrismi, trovando una motivazione per attaccare i buoi dove vuole Bologna. Ci accusano sulla sanità, ma la mobilità passiva c’è già e la Regione paga 40 milioni per far curare gli emiliani in Lombardia. L’agricoltura, poi, avrebbe molti benefici con Milano. Da noi gli agricoltori hanno grossi guai perché non hanno ancora visto i soldi della Pac, mentre oltre il Po è già stato versato il 50 per cento». Magnaschi (Pdl) ha ricordato «che non prendiamo in giro nessuno. Se il referendum non sarà accolto si starà con Parma un territori che per sopravvivere deve “assorbire” gli altri».

Per Antonino Coppolino (Liberali) «il referendum è uno strumento di alta democrazia. L’Emilia Romagna ha la più alta burocrazia d’Italia. Per il piano casa, la Lombardia ha varato una norma, mentre l’Emilia un libro». In precedenza, Coppolino aveva detto che «l’opzione Parma è una decisione inchiodata dalla legge, ma i piacentini l’hanno capito. Nei sondaggi fatti dai media piacentini Parma è all’ultimo posto. Nessuna illusione: se andremo con Parma sarà un destino amaro. L’ordine del giorno (quello del mandato a Trespidi, ndr) è il male minore. Da noi hanno già chiuso 200 imprese artigiane, perché Cariparma ha dirottato i finanziamenti altrove».

Contrari, oltre allo scatenato Bergonzi, anche Luigi Gazzola (Idv): «Noi siamo sempre stati a favore dei referendum, ma questo è una follia. Prima firmiamo un ordine del giorno con il mandato a Trespidi per trattare condizioni migliori, poi con il referendum andiamo dall’altra parte lasciando così il presidente senza le truppe che lo seguono. Con il referendum si alimenta la tensione e si mette il cittadino l’uno contro l’altro». A parte il fatto che questo avviene per ogni consultazione referendaria, a dargli man forte era intervenuto Enzo Varani (Gruppo misto) per il quale «il quorum non si raggiungerà mai. Inoltre, il supporto giuridico al referendum è di sole otto pagine. Non ci sono studi sul passaggio in Lombardia, né sui vantaggi né sui costi». Bergonzi, replicando a Bertolini che motivava i banchi vuoti del Pd con il dissenso interno, ha replicato che «il mio ordine del giorno è stato votato dai 44 circoli del Pd. Ribadisco che il presidente prima del referendum rappresenta 290mila abitanti, dopo il voto ne rappresenterà la metà». Poi, battaglia con Bertolini sul quorum: per Bergonzi è tra 85 e 90 per cento, per il Pdl è del 75. 

IL MANDATO A TRESPIDI. Prima del punto più atteso, il referendum, si era svolta una lunga discussione sul mandato a Trespidi per ottenere le migliori condizioni e non far sparire da Piacenza centri decisionali, competenze, uffici. Oggi, Trespidi incontrerà il presidente del Cal Emilia Romagna, Marcella Zappaterra e poi incontrerà i dipendenti dell’amministrazione provinciale. Il Cal è stato poi convocato il primo ottobre «anche se non c’è mai stata prima alcuna riunione». Trespidi ha ricordato tutti gli incontri avuti, smentendo chi aveva detto che “di là non ci vogliono. Formigoni ha detto che invece c’è la disponibilità ad accoglierci”. Accesa la discussione. L’ex presidente della Provincia, Gianluigi Boiardi ha sostenuto la necessità di «un’azione forte per far sentire i peso del territorio. Andare in Lombardia non serve a niente». Pragmatico Gazzola (Idv) che ha fatto anche una previsione: «Alla fine il riordino delle province salterà e non se ne farà niente. Noi eravamo per la soppressione di tutte le province. Credo che del riordino non se ne farà nulla. Il decreto legge va approvato dalle due Camere entro la fine della legislatura. Non crediamo ci riusciranno».

Bergonzi, invece, aveva accusato Trespidi di essere ondivago e «di essere in ritardo perché Reggio Emilia aveva già fatto un delibera il 30 luglio. Certo, Piacenza deve puntare a un’equa distribuzione degli uffici altrimenti sarà in posizione di debolezza». Il presidente, al termine, ha replicato di non essere affatto in ritardo, perché gli altri avevano già posizioni definite, coma l Romagna ad esempio, senza contare lo scontro tra il Pd di Modena e Reggio per la supremazia. Un po’ tutta la maggioranza ha giustificato l’ordine del giorno sul mandato a Trespidi con il fatto di avere una posizione alternativa davanti al Cal. Distinta la posizione di Maloberti che lo ha ritenuto «inutile. Non è né un piano B né un piano Z. Esiste solo la possibilità democratica del referendum. Questo ordine del giorno crea solo confusione nei cittadini».

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