Rifondazione: «È una sconfitta, con Reggi erano “botte” ma almeno si ottenevano risultati»

Comunisti Italiani e Rifondazione raccontano alla base la scelta di uscire dalla giunta Dosi. Il retroscena raccontato da Montanari: «Nell'ultimo incontro il sindaco ci sembrava umanamente colpito, poi il segretario del Pd l'ha subito sconfessato. Questi anni sono stati una sconfitta»

Rabuffi, Montanari e Siciliano

“Fuori dal palazzo”. Con una serata informativa Rifondazione e Comunisti Italiani hanno voluto rimarcare il cambiamento di rotta di queste ultime settimane all’interno dell’amministrazione Dosi. In una serata, i vertici dei due partiti hanno incontrato la “base” per spiegare le ragioni di una scelta maturata definitivamente solo negli ultimi giorni ma che ha radici più lontane.

«Quando abbiamo intrapreso l’avventura – ha esordito Domenico Siciliano dei Comunisti italiani - gli scenari erano diversi. Venivamo da 10 anni di amministrazione insieme al Partito Democratico, con difficoltà, ma ottenendo ottimi risultati. Nel 2012 partecipammo alle Primarie con il nostro esponente Luigi Rabuffi, che non riuscì a vincere, ma all’epoca decidemmo comunque di fare parte della coalizione a sostegno di Dosi. Rabuffi ha svolto un lavoro immane si è trovato da solo in quella amministrazione. Ha svolto un bel compito: ha saputo dialogare con i cittadini, che negli ultimi giorni hanno scritto o telefonato per farci capire del valore espresso da lui in giunta. Tutte le associazioni hanno trovato la sua porta aperta. Gli diciamo “un grazie” per quello che ha dato: purtroppo avevamo stilato un programma con le altre forze del centrosinistra che è stato disatteso nei punti più importanti. Non c’erano più le condizioni per continuare quella strada. Sentendo gli iscritti è venuto fuori ciò che è scritto nel comunicato del 15 novembre. Sel ci dice che stiamo sull’Aventino: noi invece vogliamo parlare con la gente ma non possiamo stare indifferenti a quello che succede. Rabuffi sarà comunque il nostro riferimento, anche senza il ruolo di assessore».

Roberto Montanari, rappresentante di Rifondazione Comunista, ha letto una poesia intitolata “Fare” di Nello Vegezzi. «La mettemmo nel 2002 io e Gelmini alla fine del nostro programma per le Comunali. Chiudiamo con questa poesia un ciclo di 12 anni. Ci siamo candidati con il centrosinistra per esprimere un modo diverso di fare politica, distante dal pensiero unico in cui vive la politica, vicina ai banchieri, che mette l’economia davanti ai diritti. Nel 2002 iniziò questa avventura, ci sembrava che un altro mondo fosse possibile: oggi possiamo dire che è stata una sconfitta, la sconfitta di un popolo intero, del mondo. In 12 anni possiamo vantare 2-3 punti positivi, sul resto è stata una vera sconfitta.

La partecipazione era per noi importante. Rifondazione ha avuto dei limiti, ma ha posto questo tema: volevamo una città solidale che partecipasse alle scelte, cedendo un po’ di sovranità e potere ai cittadini.Non volevamo solo far discutere i cittadini, ma anche farli decidere direttamente. Non siamo soddisfatti del percorso a cui siamo arrivati oggi.  Dentro le amministrazioni abbiamo parlato sempre di stato sociale: una giunta di centrosinistra non può non avere attenzione al pubblico, nella gestione degli asili soprattutto. Di questo quantomeno hanno vergogna a tagliare, a negare.

L’elemento in cui abbiamo più polemizzato sono state le politiche ambientali. Abbiamo cercato di darci da fare sulle maggiori “porcate”: abbiamo tentato di arginare le cementificazioni. Non siamo riusciti a difendere il territorio, sulle politiche territoriali ci sono stati troppi condizionamenti dai “poteri forti”. C’è stata una cultura politica dannata: non è giusto far lavorare continuamente le ditte dell’edilizia per far muovere il mercato.

Due anni e mezzo fa, con qualche fatica, abbiamo scritto il programma con il centrosinistra: c’erano accordi precisi. Abbiamo fatto molta fatica a fare una sintesi. Reggi, grande brava persona ma con la testa di un ultras, con cui abbiamo fatto a botte tante volte, ma con cui abbiamo trovato sempre una sintesi. Con quelle formazioni politiche di allora (Ds, Margherita, ecc.) ci si rispettava di più: penso a Palazzo Uffici, la vicenda Acna, aree militari ad esempio. Siamo andati vicini tante volte alla rottura, ma c’era un confronto».

Lo strappo si è consumato su sei temi. Il Referendum sull’acqua che sancisce la gestione pubblica del servizio – «tutto quello che non è edificato resta lì, non si costruire nulla in più di quello che c’è» -, la chiusura dell’inceneritore dal 2020 – «abbiamo un pezzo del Pd che è dentro Iren e altre multiutility che decidono le sorti di acqua e rifiuti»-, e le questioni dei diritti. «Cominciamo da un registro in comune per le coppie di fatto e dal voto ai migranti». Non siamo arrivati alle mani con Reggi, abbiamo trovato la porta sempre chiusa».

«Quando il tempo era scaduto – ricorda Montanari - ci hanno proposto un confronto. Il sindaco si è mostrato disponibile alla mediazione, dal punto di vista umano mi ha colpito, quasi piangeva. Poi è uscito dalla stanza, sono passati 5 minuti, è rientrato e ci ha detto: “Allora faccio una proposta per farvi rimanere” . La proposta che ci aveva fatto era sulle coppie di fatto, poi il segretario del Pd l’ha subito sconfessato dicendo che la “frattura era ormai insanabile” e la cosa è ovviamente finita lì. La scelta di uscire è doppiamente difficile, avevamo un grande rappresentante in giunta, sarà complicato in futuro riproporre una persona come Rabuffi. Non possiamo “governare per governare”, c’è un altro modo di fare a cui ci ispiriamo».

«Questo partito piccolo e sfortunato – ha raccontato l’assessore dimissionario Luigi Rabuffi - è ancora fatto da persone con coerenza, e vive di relazioni e politiche oneste. Alla fine abbiamo deciso di “tirare la riga”: saremo falsi se dicessimo che è andata bene. Ci sono stati sei temi su cui non abbiamo avuto riscontri: sono temi scritti nel programma di Paolo Dosi per il 2012, non campati in aria. Ho conosciuto tante persone eccezionali, mi dispiace lasciare a metà, però facciamo bene ad andarcene. Ce ne andiamo proprio in un momento in cui occorre fare una riflessione: alle Regionali hanno votato solo il 37% degli aventi diritto, e il centrosinistra ha preso dieci punti di distacco dal centrodestra. Noi siamo piccoli, ma abbiamo la nostra dignità e non ce la facciamo togliere da nessuno e perciò usciamo dall’amministrazione».

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