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Treni alta velocità, Parma vuole la sua fermata e Reggio Emilia insorge

Polemica tra i due territori, dopo che Parma incassa l’ok della Regione e di Salvini per una fermata (anche se in commissione bilancio per ora la proposta non passa). Piacenza: è il momento di spingere per migliorare i collegamenti con la Lombardia e Milano

Treni ad Alta Velocità a Parma, se ne sta parlando. La provincia parmense sta spingendo tutta in un’unica direzione: pareggiare la fermata della vicina Reggio Emilia dei treni ad alta velocità, con una sosta anche nella città ducale, magari nella zona della fiera. D’accordo tutti: Provincia, Comune e, soprattutto, Regione. Tanto che si sta portando avanti un percorso tecnico, analizzando dati e studi di fattibilità.

Tutti remano nella stessa direzione, per rispondere allo smacco di vent’anni fa, quando fu scelta Reggio Emilia. Il sindaco Federico Pizzarotti in primis. Perfino Matteo Salvini benedice la proposta: la fermata la merita Parma, dopo che vent’anni fa la scelta di Reggio – sono parole dell’ex vicepremier leghista - sarebbe stata spinta dal reggiano Romano Prodi.

A Reggio stigmatizzano la proposta, facendo notare come la presenza di una seconda fermata Tav, così poco distante da Reggio, sia sbagliata per il concetto stesso che sta alla base dell’alta velocità, ovvero lunga percorrenza e minor tempo possibile di attesa alle fermate. Tuttavia un emendamento della deputata parmigiana Laura Cavandoli (Lega) alla prossima Legge di Bilancio - che chiedeva 5 milioni di euro per uno studio di fattibilità sulla possibile nuova stazione a Baganzola - è stato bocciato dalla commissione della Camera. 

Piacenza, pur avendo più tratte ferroviarie cruciali rispetto a Parma, non ci ha mai pensato. Il “Sole 24 Ore”, analizzando la questione “alta velocità” in Italia, ha evidenziato come la presenza di una fermata di questo genere in un capoluogo di provincia, porta quella città a una crescita del suo Pil attestata tra l’8 e il 10%. Gli effetti si ripercuoterebbero, ovviamente, anche un po’ sul territorio provinciale circostante.

Una ricerca dell’Università Federico II di Napoli sottolinea infatti come in dieci anni di Tav i treni veloci abbiano fatto crescere quelle città tra l’8 e il 10%. Nelle città senza Tav, il Pil sarebbe cresciuto soltanto tra lo 0,4% e 3%. Le città con i Tav sono solo 12 in Italia, con 20 milioni di abitanti nelle aree metropolitane limitrofe (stiamo parlando di un terzo degli italiani), e crescono di più, rispetto a quelle zone del Paese non collegate.

Piacenza ha perso il treno vent’anni fa e rischia di perdere quello successivo. Parma bussa a tutte le porte e la Regione Emilia-Romagna si rende disponibile a sponsorizzare la sua proposta. Il caso di “Piacenza Nord” – il cartello che ha cambiato nome, nella sorpresa generale delle istituzioni locali, in “Basso Lodigiano” - sta per tornare a galla. In quell’occasione bastò un sottosegretario ai trasporti di San Rocco al Porto - il leghista Guido Guidesi, dopo quel “fattaccio” sparito dai radar piacentini – per lo “scippo” a regola d’arte.

Perché, per una volta, non possiamo essere noi a cogliere l’attimo? Una Tav a Piacenza sembra – allo stato attuale – una cosa irrealizzabile. Tuttavia si provi a mettere veramente mano a un problema atavico del nostro territorio. Il ministro dei trasporti, Paola De Micheli, è di Piacenza. Si parla tanto di «investimenti bazooka per l’economia» (citazione presa da Stefano Bonaccini) e compensazioni per un territorio devastato dal Covid-19 dal punto di vista socio-economico. La missione Tav è oggettivamente quasi impossibile, probabilmente anche per la mai doma Parma. Però è venuto il momento di risolvere – una volta per tutte – il tema del collegamento veloce con Milano e la Lombardia.

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