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Venerdì, 20 Maggio 2022
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Cosa ci rende tristi o felici a lavoro? Ecco l'indagine che lo spiega

InfoJobs ha indagato l’impatto del “lunedì” sull’umore dei professionisti con la survey "Felicità e Tristezza nel mondo del lavoro". I dati emersi tra i lavoratori italiani

Da sempre il lunedì è considerato il giorno peggiore della settimana, quello che da inizio a tutti i nostri malumori - sopratutto lavorativi - tra riunioni, progetti e magari anche quelle attività che si è cercato in ogni modo di rimandare.

Ma per capire quale sia la vera incidenza del “lunedì” sull'umore dei lavoratori e quali siano gli elementi che concorrono a felicità e tristezza al lavoro, InfoJobs, la piattaforma leader in Italia per la ricerca di lavoro online, ha realizzato un’indagine ad hoc svolta fra dicembre 2021 e gennaio 2022 su un campione di 1.301 candidati, in tutta Italia, dai 18 anni in su.

Non è questione di lunedì

Il primo elemento sorprendente che emerge dall’Indagine InfoJobs "Felicità e Tristezza al lavoro" è che secondo la maggioranza degli intervistati (74,7%) il lunedì, in quanto lunedì, non è il giorno peggiore della settimana. Di questi, il 39,7% dichiara che ogni giorno ha le proprie peculiarità e quindi non è necessariamente il primo della settimana ad essere il peggiore; addirittura, il 16,1% ama questa giornata perché può contare ancora sulla carica del weekend. C’è poi chi non sa scegliere il giorno meno bello, perché lavorando su turni il lunedì è solo uno fra tanti (9,9%); altri ancora sentono il proprio umore cambiare intorno a metà settimana, quando il weekend passato è ormai lontano e quello che deve arrivare è ancora troppo distante (5,5%). Solo il restante 25,3% del campione considera il lunedì il giorno peggiore, perché vede in esso l’inizio della settimana lavorativa e le responsabilità ad esso collegate.

Cosa ci rende tristi al lavoro?

Secondo quanto rilevato da InfoJobs, nella top 5 degli elementi sinonimo di tristezza al lavoro ci sono: al primo posto (per il 44,1%) le tensioni con capo e con colleghi, al secondo posto (37,5%) l’essere impiegati in un lavoro lontano da quello dei propri sogni e che viene svolto per esigenza economica. Al terzo posto c’è proprio la retribuzione, che se non adeguata e commisurata a impegno profuso ed esperienza è per il 26% un elemento che allontana il buonumore. Al quarto posto si posiziona (21%) l’impossibilità di bilanciare esigenze lavorative e personali. In chiusura – è il caso di dirlo – della triste classifica, con il 14,1%, ci sono gli orari di lavoro con permessi e ferie non sempre rispettati. 

Un caso particolare è quello dei lavoratori in smart working: per la maggior parte di loro (30%) è il mancato distacco fra lavoro e vita privata il responsabile di un umore a terra. Segue l’idea di non sapere a quando ci sarà il vero ritorno alla “normalità” (25%) e la mancanza di convivialità con i colleghi (20%), come ad esempio la famosa pausa caffè alla macchinetta. Infine la difficoltà nel dover gestire progetti e lavori a distanza (15%) provoca un senso di tristezza dovuto alla mancata possibilità di potersi riunire e lavorare realmente in gruppo, l’11% poi soffre in particolar modo la lontananza dai colleghi, probabilmente collegata all’idea di lavoro nel senso più tradizionale.

Cosa ci rende felici al lavoro?

Il lavoro è dovere, ma la vera conquista è quella di trovare la felicità anche nelle attività professionali, in considerazione del fatto che esse occupano la maggior parte delle nostre giornate. A determinare il buonumore al lavoro è, secondo quanto analizzato da InfoJobs, in primo luogo  un ambiente favorevole e disteso con colleghi e capi, e questo fa superare anche la sensazione di non svolgere propriamente il lavoro dei propri sogni (36%). Segue a breve distanza la possibilità di svolgere una mansione che consenta un giusto equilibrio fra gli impegni lavorativi e quelli privati (34%); infine, ma non meno importanti, ci sono i tanto attesi risultati e riconoscimenti da parte dell’azienda, da sempre premianti sia in termini di umore del lavoratore che in termini di produttività (18,4%),

Gli smartworkers, o chi ha provato il lavoro agile anche per un breve periodo, trovano soddisfazione e felicità soprattutto nell’evitare il commuting (32,4%), potendo fare a meno dell’uso di mezzi per gli spostamenti casa-lavoro. Al secondo posto (31,7%) fra le motivazioni di felicità c’è il poter gestire in autonomia i tempi da dedicare alle attività professionali e quelli per sé e per i propri affetti. Al terzo posto (27,6%) troviamo il poter beneficiare di pranzi e colazioni più distese e non con la solita fretta di un tempo, fra brioche infilate nel pc mentre si chiama l’ascensore e si pianificano meeting.

Le soluzioni al malumore e il work family balance

Negli ultimi due anni, complice la delicata situazione del contesto pandemico in cui viviamo, la vita personale e quella professionale hanno visto per molti un netto cambiamento e una profonda osmosi a causa della limitata separazione dei due piani. Nonostante questo, per il 51% degli intervistati, i turbamenti rimangono confinati nella loro origine: un problema personale non intacca le attività professionali e viceversa. Per il 42,7% è complesso, ma un taglio netto è fondamentale, mentre solo il 6,5% non riesce a staccare i due aspetti.

In concreto, quando il buonumore manca, i lavoratori reagiscono una sorta di “chiodo schiaccia chiodo”, perché se è nel business la fonte di afflizione, allora è lì che si trova uno sfogo: quando sono tristi, le persone si buttano a capofitto nel lavoro per cercare di mantenere la mente occupata (37,3%). I più estremi si rinchiudono in se stessi per non portare malumore fra i colleghi (29,4%), mentre altri ancora si affidano proprio al supporto di colleghi (20%), oramai diventati amici per superare i momenti difficili. Una piccola parte, infine, (13,9%) si muove attivamente per organizzare un’attività extra lavorativa e avere un pensiero felice per affrontare con grinta la giornata lavorativa.

Se la tristezza domina la nostra giornata lavorativa, dobbiamo però cercare di essere costruttivi e cambiare la situazione: potendo scegliere, quali sarebbero i migliori rimedi secondo i professionisti? Da quanto emerso dall’indagine InfoJobs, per il 34% del campione, la formazione riveste un ruolo fondamentale per combattere la tristezza al lavoro: largo quindi ai corsi promossi dall’azienda, per imparare cose nuove e per confrontarsi con i colleghi. Le condizioni lavorative e il rispetto delle stesse sono una fonte di benessere (32,4%), così come (27,4%) un ambiente più rilassato e meno gerarchico, cui fa seguito un percorso di carriera chiaro o una promozione (23%). Fra le curiosità? Beh… un nuovo capo sarebbe fonte di felicità per un limitato – seppur deciso – 5,1%.

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