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Lo smart working fa bene, non solo ai tempi del Coronavirus

Si tratta di una modalità lavorativa da remoto che permette flessibilità e un welfare migliore per il lavoratore, assicurando performance migliori per l'azienda. Ecco come si fa e perché conviene

A causa dei sempre maggiori contagi causati dal Coronavirus, nelle ultime settimane molte persone sono state costrette a vivere in isolamento in casa, per cercare di limitare le possibilità di contrarre l’infezione. Ma siccome il mondo dell’economia non si può fermare, ecco che si è iniziato a parlare di Smart Working. Di che cosa si tratta?

Innanzitutto, bisogna sapere per le aziende che il 23 febbraio 2020 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto per facilitare l’avvio di questa modalità lavorativa da subito, senza vincoli di accordi aziendali o pratiche burocratiche che avrebbero rallentato troppo l’operatività.

Lo Smart Working è previsto per legge, la Legge n.81 del 22 maggio 2017, che lo definisce in tutti suoi aspetti giuridici: diritti dello smart worker e controllo da parte del datore di lavoro, strumenti tecnologici e modalità con cui viene eseguita l'attività da remoto.

Una definizione e come funziona

In generale, lo Smart Working è un modello organizzativo in grado di portare notevoli vantaggi alle organizzazioni che lo adottano: in termini di produttività, di raggiungimento degli obiettivi, ma anche in termini di welfare e qualità della vita del lavoratore. Si tratta, in sintesi, di un accordo tra lavoratore e organizzazione all’interno del rapporto di lavoro subordinato. Nello Smart Working luoghi e orari di lavoro sono scelti liberamente dal lavoratore, in modo flessibile e autonomo. In molti casi, il dipendente opererà da remoto con device propri o forniti dall’azienda, come pc, tablet, smartphone e attraverso piattaforme di condivisione dei dati come G Suite. 

Ma quanti sono oggi coloro che, prima dell’emergenza Coronavirus, avevano ricorso a questa forma professionale innovativa? Secondo l’Osservatorio sullo Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano – nel 2019 gli smart worker sono stati circa 570mila, in crescita del 20% rispetto al 2018, con un grado di soddisfazione e coinvolgimento nel proprio lavoro molto più elevato di coloro che lavorano in modalità tradizionale: il 76% si è detto soddisfatto della sua professione; uno su tre pienamente coinvolto nella realtà in cui opera e in valori, obiettivi e priorità.

Secondo le organizzazioni, l’adozione dello Smart Working comporta il miglioramento dell’equilibrio fra vita professionale e privata (46%) e la crescita della motivazione e del coinvolgimento dei dipendenti (35%). Ma la gestione degli smart worker presenta secondo i manager anche alcune criticità, in particolare le difficoltà nel gestire le urgenze (per il 34% dei responsabili), nell’utilizzare le tecnologie (32%) e nel pianificare le attività (26%), anche se il 46% dei manager dichiara di non aver riscontrato alcuna criticità. Se si interrogano gli smart worker, invece, la prima difficoltà che emerge è la percezione di isolamento (35%), poi le distrazioni esterne (21%), i problemi di comunicazione e collaborazione virtuale (11%) e la barriera tecnologica (11%).

«Per praticare davvero lo Smart Working occorre superare l’idea che sia solo lavoro da remoto, ma interpretarlo come un percorso di trasformazione dell’organizzazione e della modalità di vivere il lavoro da parte delle persone» - aggiunge Fiorella Crespi, direttore dell’Osservatorio Smart Working. «Sono ancora poche le organizzazioni che lo interpretano come una progettualità completa, che passa anche dal ripensamento degli spazi e da un nuovo modo di lavorare basato sulla fiducia e la collaborazione. Agire sulla flessibilità, responsabilizzazione e autonomia delle persone significa trasformare i lavoratori da ‘dipendenti’ orientati e valutati in base al tempo di lavoro svolto, a ‘professionisti responsabili’ focalizzati e valutati in base ai risultati ottenuti. Fare Smart Working a un livello più profondo significa fare un ulteriore passo oltre, lavorando sull’attitudine e i comportamenti delle persone promuovendo un pieno engagement per far sì che i lavoratori diventino veri e propri ‘imprenditori’ con un’attitudine all’innovazione e alla creatività».

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