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I grandi momenti del Tour

Bartali vince il suo secondo Tour in un clima di tensione per l’attentato a Togliatti

La corsa gialla in Italia omaggerà nella prima tappa anche il grande Ginettaccio, vincitore di due edizioni, a distanza di dieci anni una dall’altra. Un corridore anche campione d’altruismo e “giusto tra le nazioni”

Piacenza si prepara al Tour de France riscoprendo le pagine più significative della grande storia della corsa gialla. La terza puntata è dedicata al Tour del 1948 vinto, in un clima di tensione, da Gino Bartali. Le precedenti puntate sono state dedicate a Marco Pantani e Vincenzo Nibali. 

La sua seconda vittoria al Tour de France è stata una pagina di storia che ha valicato i confini della cronaca sportiva. Il preludio al trionfo è una telefonata di Alcide De Gasperi, il primo presidente del Consiglio. Dall’altro capo della cornetta, lui, Gino Bartali, il grande vecchio del ciclismo italiano, l’inossidabile che non si vuole arrendere al tempo che passa.

La circostanza del dialogo è tra le più drammatiche. Bartali è abbastanza fuori classifica in un Tour che non lo vede più tra i papabili vincitori. Ma in quel momento l’Italia è sull’orlo di una guerra civile. Il 14 luglio 1948 a Roma un ragazzo siciliano, Antonio Pallante, spara a Palmiro Togliatti, il leader del Partito Comunista Italiano. Migliaia di persone sarebbero pronte ad imbracciare le tante armi, rimaste in circolazione all’indomani della fine del conflitto. Per farsi giustizia.  

La tensione è alta, il Governo (democristiano) si prepara al peggio, allertando tutte le forze dell’ordine a disposizione. De Gasperi, il giorno stesso dell’attentato, trova il modo per contattare Bartali, alla partenza di tappa in Costa Azzurra.

I due si conoscono, “Ginettaccio” è sempre stato un simbolo per i cattolici ed è uno degli atleti italiani più importanti di quello scorcio di secolo, insieme ai colleghi Fausto Coppi, Alfredo Binda e Costante Girardengo, o al pugile Primo Carnera. Nel palmares del corridore toscano, così come in quello del piemontese Coppi, c’è un enorme “buco” rappresentato dalla guerra, che ha impedito di correre e di ottenere molti più successi di quelli che ci si poteva attendere.

De Gasperi gli chiede di dare il massimo. C’è la tappa regina, con arrivò a Briancon, dopo aver scalato l’Izoard. Gino sarebbe ormai fuori dal novero dei vincitori, un po’ per sfortuna, un po’ perché i giovani francesi vanno davvero forte, però potrebbe mettersi in gioco per la patria. D’altronde le tappe dell’epoca, che potevano durare anche oltre le dieci ore, presentano ogni giorno incredibili colpi di scena.  

E Bartali come risponde? Fa l’impresa della vita, in una giornata da tregenda. I principali indiziati della vittoria finale, Luison Bobet e Jean Robic, vanno alla deriva e affondano. Lui dà tutto, poi gli mancano le forze sul più bello, dirà in seguito. Ma qualcuno tra la folla riesce ad allungargli tre banane a qualche decina di chilometri dalla fine, che vengono ingurgitate. Ecco la benzina sufficiente per farcela.

Recupera 18 dei 21 minuti di distacco da Bobet, la maglia gialla. E vincerà anche le due tappe successive. Tre giornate di “fuoco” per un 34enne dell’epoca. Niente male. «È la più bella avventura della mia vita»¸ spiegherà emozionato, una volta arrivato a Parigi da trionfatore. Togliatti, colpito da quattro rivoltellate, sopravvive e invita il popolo comunista alla calma. L’Italia evita una nuova guerra civile, quando ancora sta pagando il prezzo umano ed economico di quella precedente.  

A distanza di anni, forse, il gesto atletico di Bartali è stato un po’ ingigantito. Se Bartali non avesse corso in quella maniera, non è detto che il Paese sarebbe stato conquistato dai comunisti con la forza. D’altronde Togliatti non è morto, ma ha continuato a fare politica (e a tenere il Pci il più lontano possibile dalla “rivoluzione”). Sicuramente, però, il ciclista ha “distratto” e unito milioni d’appassionati. Nessun veicolo di condivisione, in Italia, è efficace come lo sport. Il giorno dopo la conquista dei Mondiali di calcio, lo sappiamo, juventini, milanisti e interisti vanno d’amore e d’accordo. E all’epoca il ciclismo era lo sport più popolare.  

Ma non solo. La vittoria del fiorentino ha infuso coraggio agli italiani, reduci dalla sconfitta della guerra, dal dramma dei bombardamenti e dei morti, alle prese con una delicata fase di ricostruzione. Il fatto che un 34enne come Bartali, dopo gli anni di pausa, e dopo un tempo così lungo, vincesse alla Grande Boucle, diede speranza. Mai nessuno, infatti, ha più vinto un Tour a distanza di dieci anni.

Bartali se ne è andato nel 2000, all’età di 86 anni. Nell’immaginario collettivo forse ha pagato pegno alla tragica fine del suo amico-rivale. Fausto Coppi se ne è andato troppo presto, ucciso dalla malaria, ed è entrato subito nel mito. Per molti decenni i “coppiani” sono sembrati più numerosi e affezionati al proprio campione, rispetto ai “bartaliani”.

Del Bartali corridore tutti sapevano. Dell’uomo, si conosceva il carattere: tutto d’un pezzo, “hombre vertical”, carismatico, burbero ma onesto, limpido. Evidentemente non si sapeva proprio tutto. Si è venuti a conoscenza soltanto dopo la sua morte del fatto che, durante la guerra, usasse gli allenamenti come copertura.

Bartali nel 1943, su richiesta del cardinale Elia Dalla Costa, percorse migliaia di chilometri tra Firenze, Luca, Assisi, Genova e Roma trasportando, nascosti nel telaio della sua bici, carte d’identità contraffatte e altri documenti che dovevano rimanere segreti. I suoi sforzi contribuirono a salvare centinaia di ebrei in fuga da altre nazioni europee. Aveva la giustificazione pronta per tutti quegli intensi sforzi: prima o poi la guerra sarebbe finita, lui era un campione e doveva mantenersi in allenamento.

Non si tirò indietro, nemmeno quando, durante la Resistenza, nascose una famiglia nella sua cantina, fino alla Liberazione di Firenze. Per il suo contributo, nel 2013, l’organizzazione “Yad Vashem” ha assegnato a Gino Bartali il titolo di “giusto fra le nazioni”.

«Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all'anima, non alla giacca», disse una volta lo stesso ciclista. Infatti non ne fece mai parola con nessuno del suo impegno a favore degli ebrei. Insomma, «un cuore in fuga, che custodiva un grande segreto»¸ come ricordò il giornalista Oliviero Beha, presentando anni fa nella nostra provincia un suo libro dedicato al corridore toscano. Che altro aggiungere su questo campione, se non che il Tour de France 2024 gli tributerà un doveroso omaggio nella prima tappa, dedicata proprio al grande Ginettaccio.

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