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Grazie al basket Ursulo D'Almeida vuole «costruire il futuro dei bambini»

Il giocatore dell'Assigeco è arrivato in Italia a 14 anni, con i primi stipendi ha aiutato la famiglia e fatto donazioni all'orfanotrofio: adesso vuole ristrutturare totalmente il campo dove giocava

Via da casa, giovanissimo, per cercare nuove opportunità di vita ma soprattutto per inseguire un sogno. Ursulo D'Almeida ha percorso circa 4800 km per arrivare dal Benin a Ragusa, la sua prima tappa italiana. Era il 2015, ha subito vinto il titolo under 17 d'Eccellenza con il Pegaso, battendo in finale la Benetton Treviso, ed è iniziata la caccia ad accaparrarselo. Olimpia Milano (un anno) e Treviglio le sue successive destinazioni, dovendo crescere in fretta seppur adolescente, catapultato dalla sua casa di Adingnigon in appartamenti che fungevano da foresterie condivisi con altri ragazzi. Si è impegnato, Ursulo, per migliorare giorno dopo giorno e non sprecare l'opportunità che ha ricevuto.

«I miei genitori hanno sempre lavorato - ha esordito D'Almeida -, mio padre è una guardia forestale mentre mia madre è una maestra. Sin da piccolo mi sono dovuto trasferire per poter giocare, perché nella mia cittadina non c'era una squadra organizzata per poter fare basket. Mi piaceva il calcio ma a scuola, quando avevo dieci anni, mi hanno insegnato la pallacanestro. Ho anche giocato a pallamano e pallavolo perché in Africa è così, devi fare tutto, e questo vale per ogni bambino. Mi sono così trasferito alla squadra di Assart, che era la formazione più forte della zona. Vivevo con mio padre che però lavorava tutto il giorno e quindi non era quasi mai a casa».

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Terzo di quattro figli, «sono cresciuto con mio fratello più grande, che ha otto anni in più di me. Non avevo difficoltà ad andare a scuola, ci mettevo circa 15 minuti a piedi - ha ricordato D'Almeida -, ma un altro conto era andare a fare allenamento di basket. Dovevo prendere un taxi per arrivare in palestra, e per questo mi acompagnava mio fratello». La vita gli è cambiata con un viaggio in Nigeria. «Ero andato a fare un camp e un agente mi ha notato. Mi ha proposto subito delle destinazioni, tra cui anche un'offerta dagli Stati Uniti, ma i miei genitori non volevano che andassi via. Poi c'è stata la possibilità di arrivare in Italia, a 14 anni, anche perché ho uno zio sacerdote che vive a Roma. Sono ritornato per la prima volta a casa - ha detto il giocatore dell'Assigeco Piacenza - dopo circa due anni. Con i primi soldi che ho guadagnato in serie A2 ho subito voluto fare qualcosa di buono per gli altri. Sono andato in un orfanotrofio ed ho portato cibo, indumenti e materiale igienico. I dirigenti di Treviglio, saputa questa cosa, mi hanno detto che volevano contribuire in qualche maniera. E così l'anno dopo soltanto con il passaparola tra amici ho raccolto tipo 900 euro».

Classe 2001, compirà 23 anni il prossimo primo novembre, ma già si è dato un obiettivo importante fuori dal campo. Ha avviato una vera e propria raccolta fondi con l'obiettivo di contribuire al futuro di tanti ragazzi che evidentemente gli ricordano se stesso. «Quest'anno voglio fare molto di più. Dove ho imparato a giocare a basket il campo è in terra battuta e cemento, inguardabile, e proprio sotto ai canestri ci sono ferri sporgenti per cui se solo fai un semplice appoggio rischi di farti male. Per questo ho intenzione di fare una ristrutturazione totale. Voglio cambiare tutto, dal rifacimento del campo a verniciare le pareti, ed anche fare dei murale, perché i bambini devono sognare - ha sottolineato Ursulo -. Se vedono LeBron James dipinto sul muro vogliono diventare come lui. Dalle mie parti non ci sono tutte queste opportunità, ed io voglio restituire parte dell'occasione che ho ricevuto, facendo sia un camp di pallacanestro dedicato a ragazzi tra i 14 e i 16 anni, sia una donazione al centro orfani».

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Ursulo D'Almeida l'ha provato sulla propria pelle cosa significa dover fare i bagagli e partire per un paese del quale non si conosce praticamente nulla. «Andare via da casa in tenera età è un'esperienza più grande di quella che un bambino può affrontare. In Africa si ha la sensazione che in Europa si faccia proprio una bella vita. Ovviamente quello che si guadagna qui è molto di più di quello che si può guadagnare lì. In Africa non c'è bisogno molto per vivere, è sufficiente il poco che si ha. Ad esempio, quando passavo le giornate a lavorare con mio padre mi dava 8 euro circa, con i quali riuscivo a mangiare due pasti al giorno per una intera settimana. Per questo - ha continuato il lungo dell'Assigeco -, ogni volta che prendo lo stipendio la prima cosa che mi pongo è quello di aiutare i miei genitori, le mie sorelle, le persone che non hanno davvero niente. Ci tengo tanto a questa raccolta fondi, e posso soltanto mandare un grande grazie a chi sosterrà questo progetto».

Sono diversi i cestisti che hanno avviato progetti di solidarietà verso l'Africa. Ad esempio Tommy Marino e Bruno Cerella, con la loro Slums Dunk, hanno fatto diverse attività in Kenya e Zambia. Mentre Pippo Ricci, con un passato proprio all'Assigeco, è attivo con iniziative in Tanzania. Si tratta però di giocatori che utilizzano la propria fama per fare del bene. Mentre per Ursulo è differente, «la loro solidarietà verso l'Africa è una bellissima cosa, stanno provando ad aiutare i bambini e per questo li ringrazio. Da parte mia però, io ho vissuto direttamente cosa vuol dire vivere in quei posti. Sono cresciuto lì e so cosa significa, per questo voglio dare qualcosa indietro. L'ho sempre fatto sin dall'inizio, e continuerò a farlo».

Spinto da questa 'fame', D'Almeida non si risparmia in campo. Anzi, a detta del suo stesso allenatore Stefano Salieri, «rispetto a quando è arrivato ad inizio stagione, è il nostro giocatore che ha avuto i più ampi margini di miglioramento. Quando gioca ci mette sempre grande energia e dà tutto se stesso, che giochi 3 o 20 minuti. Ma soprattutto, il suo è un atteggiamento sempre positivo». Ed è proprio sorridendo alla vita, che Ursulo vuole regalare sorrisi e un futuro migliore ai bambini del Benin.

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