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Gigi Cagni, Leonardo Garilli e Gianpiero Marchetti (foto Prospero Cravedi)

Gigi Cagni, Leonardo Garilli e Gianpiero Marchetti (foto Prospero Cravedi)

Dal destro di Simonini alla “Cletomania”, l’epopea del Piace che sbarca nella serie A più forte

“Ritratti di una maglia”, scritto dal giornalista Giacomo Spotti, raccoglie le riflessioni dei protagonisti del periodo d’oro del calcio biancorosso. La favola del Piacenza tutto italiano che nel 1993 arriva nel campionato più bello del mondo

«Ci siamo abituati troppo bene alla serie A e l’abitudine è una brutta bestia». “Ritratti di una maglia – Da Cosenza alla prima seria A, dialoghi con gli eroi della rivoluzione biancorossa” è il piacevole libro dato alle stampe dal giornalista Giacomo Spotti. Edito da “Officine Gutenberg” (lo si può trovare in tutte le librerie piacentine e anche in diverse edicole) vede pure lo zampino di Andrea Dossena e Marcello Astorri. Il libro è frutto del 2020, l’anno del Covid, nel quale uno come Spotti, a digiuno di calcio giocato, si è trovato per forza di cose ad aprire il cassetto dei ricordi, in particolare del biennio 1992-1993 e 1993-1994 - dal sinistro fulminante di Carannante al destro “promozione” di Simonini a Cosenza passando per la “Cletomania” - cercando di andare a recuperare, uno per uno, i più grandiRomanzo Piacenza Ritratti di una maglia-2 protagonisti della prima promozione in serie A. 

SportPiacenza ci ha tenuto compagnia prima e lo fa ancora meglio adesso: mentre sulla testata in cui leggete in questo momento eravamo costretti a parlare di Covid, Spotti, Dossena e Astorri hanno dato voce alle leggende biancorosse.

Leggendo “Ritratti di una maglia” i binari sono due. Le interviste vengono divorate, ma ogni tanto occorre fermarsi. I ricordi personali vengono a galla: si pensa inevitabilmente agli amici, ai parenti e a chi c’era sui quei gradoni in quelle domeniche a vedere con noi i biancorossi. Ci si ricorda di quel gol, rifilato o preso, senza il bisogno di cercare su Youtube. O di un’esultanza. O di un episodio che ci è capitato mentre il Piace stava vincendo o perdendo quella partita.

Quella compagine ha fissato un decennio intero di vacche grasse: per il nostro calcio, per l’Italia, per Piacenza, isola felice (e le classifiche sulla qualità della vita lo testimoniavano pure). Nel calcio dei più forti il Piace c’era e non sfigurava, anzi, si era ritagliato il suo spazio di squadra autarchica, autentica, a cui quasi tutti (a Cremona e Reggio Emilia sicuramente no) guardavano con simpatia, con un mix di bresciani, friulani, campani in cui la città si rispecchiava per la serietà e per l’impegno. Tutti, scorrendo le pagine, considerano Piacenza la loro seconda casa, qua sono nati i loro figli, alcuni (Maccoppi, Moretti, Lucci) si sono fermati qui a vivere, altri passano spesso per trovare gli amici.

Una squadra guidata in campo da mister Cagni e fuori dal rettangolo da un presidente – Leonardo Garilli - mai sopra le righe, a capo di una società seria. Il trait d’union che univa questa generazione di calciatori italiani? Tutti cresciuti a pane e calcio per strada, dalle 2 del pomeriggio alle 8 di sera («la palla non ha cervello, non va dove vuole lei» dice Giorgio Papais, bisogna saperla addomesticare). Tutti reduci da esperienze non pienamente soddisfacenti, desiderosi di rivalsa. Tutti scelti dal mitico ds Gianpietro Marchetti.

Cosenza-2

Certo, la delusione di Milan-Reggiana (ahi! ancora fa discutere) sulla bilancia quasi pareggia la gioia di Cosenza. Il dialogo con i calciatori però mette in luce, senza scomodare l’Al Pacino del noto film, che in una serie A di leggende, il Piace si è salvato più di una volta, dopo quel maledetto 1 maggio 1994, per il gruppo di uomini che era.

Come dice Pasquale Suppa «i giocatori rispecchiavano l’allenatore e la società». Una fusione d’intenti che è diventata una “squadra-famiglia”, in cui erano decisivi anche i non protagonisti, come il vice di Cagni, Nicola Pinotti, o i massaggiatori e i magazzinieri. «Non eravamo nient’altro che quello che la società ci chiedeva di essere. La nostra serietà era input loro», dice il bomber Totò De Vitis. «Quella del Piacenza è stata una favola», aggiunge Francesco Turrini.

E' tutto troppo mitizzato? No. Poi, certo, l’“Amarcord” funziona sempre, soprattutto pensando al Piace attuale (che gioca purtroppo in C con porte esageratamente girevoli per affezionarsi a qualcuno). Perfetta, poi, l’analisi di Cagni sul perché il calcio di oggi non scalda più i cuori come un tempo.

E così, leggendo “Ritratti di una maglia”, sembra di essere ancora là, alla Galleana, nel dopo pranzo di una domenica di metà e fine anni '90, ad attendere l’arrivo dei pullman di Juve, Milan e Inter. Di Baggio, Batistuta, Del Piero e Ronaldo. Con l’amico, il fratello o il cugino da parte, a indicare con il dito i campionissimi che gli altri potevano disporre contro il nostro Piace. «Sì, ok, Ronaldo il fenomeno è troppo forte. Ma Cleto Polonia dove me lo metti?».

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