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I grandi personaggi del Tour

L’eterno secondo Poulidor, mai un giorno in giallo eppure il più amato

Per i giovani è stato il nonno di Mathieu van der Poel. Per i francesi della sua generazione, un idolo per la caparbietà con la quale lottava e accettava sconfitte dolorose contro Anquetil e Merckx

Piacenza si prepara al Tour de France riscoprendo le pagine e i personaggi più significativi della grande storia della corsa gialla. La nuova puntata della rubrica è dedicata alla tragedia più grande che ha colpito la corsa nell'epoca moderna: la morte dell'italiano Fabio Casartelli in una tappa del 1995. Le precedenti puntate pubblicate erano su Marco PantaniVincenzo NibaliGino BartaliGiancarlo PeriniFausto CoppiLance ArmstrongBernard HinaultGianni MuraMiguel Indurainle fughe bidoneBradley WigginsHenri Desgrange, Tadej Pogacar e Fabio Casartelli.

«Raymond, non ce la farai neanche stavolta. Arriverai secondo». Jacques Anquetil, in punto di morte, parlò così al rivale mai domo. Dall’altra parte della cornetta del telefono c’era lui, l’eterno secondo di Francia, Raymond Poulidor. Il corridore più amato dai transalpini, che si riconoscevano più in “Pou-Pou”, rispetto al pluridecorato connazionale, cinque volte vincitore del Tour de France.

Ci sono delle epoche sbagliate per provare a vincere nello sport. I tennisti nati alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90 si sono visti stritolare da tre miti nati più o meno nella stessa generazione: Roger Federer, Rafa Nadal e e Nole Djokovic. Poulidor ha fatto il professionista per diciotto anni e ha incrociato la sua ruota anteriore con quelle di Anquetil ed Eddy Merckx, ma anche Louison Bobet e Rik Van Looy, o il bergamasco dalla tempra dura Felice Gimondi o il compagno di squadra Joop Zoetemelk. L’uomo giusto nel momento sbagliato.

Il risultato? Per otto edizioni sul podio finale del Tour de France: tre volte secondo e cinque volte terzo. Mai un giorno della sua vita ha indossato la maglia gialla, pur avendo ottenuto sette tappe della Grand Boucle. Una volta, nel 1973, dopo il cronoprologo d’apertura, la sfiorò per otto miseri centesimi. Una beffa. Una delle tante, perché la sua carriera è stata costellata di “se” e di “ma”, di rimpianti e di rimorsi.

E quello del ’64 - a detta di quasi tutti l’edizione più bella e avvincente di sempre - lo perse per 55 secondi. In una tappa si arrivava a Montecarlo, sulla pista di Formula 1: Pou-pou alza il braccio convinto di aver vinto, peccato che mancasse ancora un giro di pista. La tappa la portò a casa l’avversario, insieme ad un minuto di abbuono… Poi più che decisivo.

È il Tour nel quale dopo una indigestione che rischia di compromettere la corsa del supercampione. Ad Anquetil viene dato dello champagne per affrontare al meglio una discesa, poi intrapresa con un coraggio senza precedenti. Poulidor  invece cade in un fosso, durante un assurdo cambio bici mal progettato con il suo meccanico.

Anquetil fu forse il primo prototipo di corridore dominatore del Tour in una certa maniera: una freccia nelle cronometro, in difesa in montagna. Una volta durante una crono riprese il rivale, partito tre minuti prima, al quale gridarono dalla sua ammiraglia: «Raymond, fatevi da parte, sta passando un aereo!». Stava in bici come pochi altri, con una grande eleganza. Anquetil vinceva ma non convinceva. Suscitava più invidia nei connazionali che ammirazione.

Eppure i francesi lo hanno amato come nessun altro. Per le sue origini contadine e la grinta che sprigionava in bici. E per la classe con la quale accettava, senza recriminare, i secondi e i terzi posti. E quando Anquetil non fu più competitivo, ne arrivò uno ancora più feroce: il cannibale Eddie Merckx.

In Italia abbiamo avuto qualcuno di paragonabile a Poulidor, primo soltanto nel cuore della gente? Difficile trovare degli epigoni: gli italiani vanno sempre in soccorso del vincitore, come sentenziò Ennio Flaiano. Abbiamo adorato Alberto Tomba, Valentino Rossi e ora siamo devoti di Jannik Sinner. Ma di chi arriva secondo, giammai! Rivalità accese come quelle tra Anquetil e Poulidor, invece, le abbiamo avute più noi e hanno diviso il Paese: da Coppi e Bartali, fino a Moser e Saronni. Eppure Poulidor, l’Olanda di Cruijff e il pilota Stirling Moss (“il re senza corona”) ci ricordano che certi secondi classificati “segnano” più la vita delle persone rispetto a molti vincitori. 

“Pou-pou” è stato sfortunato anche al Mondiale, dove conta quattro piazzamenti sul podio, senza riuscire a conquistare la maglia con i colori dell’iride. Non è che la sua bacheca fosse ricca di soli piazzamenti. Poulidor ha vinto, oltre alle sette tappe francesi, una Vuelta, una Milano-Sanremo, una Freccia-Vallone, due Parigi-Nizza e due giri del Delfinato. Ma tutti si ricordano i suoi secondi e terzi posti. Se ne è andato nel 2019, a 83 anni, dopo aver raccolto lungo i decenni l’amore della gente, che ad ogni corsa lo strapazzava nelle manifestazioni dimostrandogli il proprio affetto.

La rivalsa per Poulidor? Il destino gli ha riservato un nipote - che corre sotto la bandiera olandese - che del secondo posto non sa proprio cosa farsene. Quel Mathieu van der Poel che, quando è in giornata, saluta la compagnia e s’invola verso il traguardo, aspettando insieme ai giornalisti, ai fotografi e alle televisioni, l’arrivo del secondo. Un altro grande protagonista del ciclismo mondiale che ammireremo da vicino nella nostra Piacenza.

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