rotate-mobile
I grandi momenti del Tour

Lo scatto di Pantani da brividi, il Tour del 1998 è suo

Il 27 luglio 1998 il “pirata” romagnolo scattò alle pendici del Galibier sotto la pioggia battente, stravolgendo uno dei Tour più turbolenti di sempre. L’Equipe: «C’est un géant»

Piacenza si prepara al Tour de France riscoprendo le pagine più significative della grande storia della corsa gialla. La prima puntata di questa nuova rubrica non poteva che essere dedicata al penultimo vincitore italiano, Marco Pantani, a vent'anni dalla sua scomparsa. 

«Se sta bene potrebbe partire Pantani. Eccolo, parte Pantani. E non risponde Ullrich». Gongola Davide Cassani, all’epoca spalla tecnica del commento Rai, perché ha indovinato il momento esatto dello scatto che può far saltare la corsa. E Adriano De Zan, storica voce del ciclismo, non si tiene al microfono: «Ullrich aveva già capito che quando scatta Pantani è meglio lasciar perdere…E ha fatto il vuoto!». È il 27 luglio 1998, un lunedì, quindicesima tappa, “Grenoble-Les Deux Alpes”, a cinque chilometri dalla vetta del Galibier (2645 metri d'altitudine). Qui si fa la storia.  

Quello che fu «il giorno più bello della sua vita», parole dette al traguardo dal “Pirata” romagnolo, è stato anche uno dei più epici della storia del ciclismo e dello sport italiano.

Marco Pantani in quella tappa ribalta un Tour già nella cassaforte tedesca di Jan Ullrich, leader della Telekom, vincitore dell’edizione 1997. In un look più adatto alla calura che non ad una bufera in montagna, il  ciclista della “Mercatone Uno” affronta la corsa con bandana  e occhiali da sole. E scatta quando gli avversari sono intirizziti dal freddo, a oltre cinquanta chilometri dal traguardo.

Ullrich va subito alla deriva, in stato confusionale. Il motore della sua locomotiva si ferma, sotto i colpi del romagnolo. L’Italia è con il fiato sospeso. Pantani vuole vincere l’ennesima bella tappa della sua carriera o vuole davvero dare il tutto per tutto per acciuffare il Tour?  

Lui, “Pantadattilo” (come lo chiamava Gianni Mura nelle sue cronache francesi, perché raro e antico come un fossile), era arrivato al Tour quasi per caso. Vinse il Giro d’Italia, finalmente esente da cadute e problemi fisici, dopo aver sconfitto la talpa svizzera, Alex Zulle, e il vincitore ’96, Pavel Tonkov (transitato anche nella piacentina Lpr). Poi pensò di soddisfare gli sponsor e celebrare la sua prima grande vittoria. Ma la morte del patron della Mercatone Uno, Luciano Pezzi, lo motivò a partecipare alla Grande Boucle con qualche ambizione. Però i pochi giorni di preparazione tra i grandi due giri a tappe non gli consentirono di essere al top della condizione per la partenza. Infatti accumulò subito ritardo, a partire dal prologo di Dublino. 

Ma sul Galibier il giro francese viene ribaltato. Mano a mano che Pantani divora i tornanti, De Zan perde l’aplomb davanti a milioni di spettatori: «Grazie Pantani per questo Tour de France, erano anni che non vedevamo un’azione così esaltante e splendida». Gli italiani, in quel momento, sono tutti con lui, con l’elefantino, lo sfortunato protagonista di troppe cadute. Da 33 anni nessun azzurro ha più infilato il suo nome nell’albo d’oro, dopo Felice Gimondi. E solo il grande Fausto Coppi è riuscito a vincere i due grandi giri nello stesso anno. L’impresa si materializza: può davvero farcela.

Il direttore sportivo Orlando Maini fatica a passargli la mantellina. È l’unico momento critico di una tappa epica. Il gelo blocca gli avversari. Il pirata sembra non sentirlo. È in un mondo tutto suo, concentrato nella sua impresa. «Vado così forte in salita per abbreviare la mia agonia», disse una volta, frase che purtroppo lasciava presagire anche altro.

Vinse quella tappa, con quasi due minuti di vantaggio sul secondo, Rodolfo Massi. Il "tedescone" si beccò quasi nove minuti. Il giorno dopo proprio Ullrich, ferito nell'orgoglio, lo attaccò come un bufalo inferocito, ma Pantani era sempre lì alla sua ruota, attaccato come un francobollo.

Vinse quel Tour con quasi 6 minuti su Bobby Julich e Ullrich. L’Equipe gli dedicò una prima pagina memorabile: “C’est un géant”, è un gigante. Perché salvò uno dei Tour più turbolenti di sempre, con lo scandalo “Festina” (un’intera squadra dopata) e anche la possibilità (più vicina che mai) di interrompere la giostra prima della fine.

Tutta l’Italia, come da copione, salì sul suo carro vincente, anche chi non aveva mai visto prima di allora una tappa in vita sua (come succede oggi con le imprese tennistiche di Jannik Sinner, che per fortuna ha le spalle più grosse, metaforicamente).

La doppietta “Giro-Tour”, da allora, non è mai più riuscita. Non solo, nessuno ci è mai andato vicino. Né Alberto Contador, né Chris Froome. Ci proveranno forse Tadej Pogacar (quest’anno) e Jonas Vingegaard (non si sa quando). 

Marco Pantani non c’è più dal 14 febbraio 2004. La sua è stata una vicenda umana dolorosissima. La sua caduta professionale è stata talmente fragorosa da rovinare anche la sua vita privata.

Il Tour - che lo ha sempre un po’ accantonato e dimenticato, sia da vivo che da morto - gli deve molto e quest’anno, finalmente, lo celebrerà nella tappa “Cesenatico-Bologna”. Si partirà da casa sua, ventiquattr’ore prima della partenza dalla nostra Piacenza.

Non so quanti eventi sportivi, rivisti a distanza di anni, conosciuti a memoria, possono ancora mettere i brividi. Ancora oggi, però, viene la pelle d’oca a rivedere quel gesto, lo scatto del Galibier che fa saltare la classifica generale. Avevo otto anni e mezzo quando il Pirata scattò nella nebbia della tappa di Les Deux Alpes e quelle emozioni non le ho mai più vissute. E se il Tour viene, incredibilmente, nella nostra città, non posso che pensare a lui, al Pirata. A Pantadattilo. All'uomo che veniva dal mare e scalava le montagne. A Marco. Che non è più con noi proprio da vent'anni. 

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Lo scatto di Pantani da brividi, il Tour del 1998 è suo

IlPiacenza è in caricamento