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Quando i colli piacentini ricordavano la Toscana: «Piante secolari da cui si sta ricostituendo una nuova olivicoltura»

Un passato di colture e di varietà di frutti locali da riscoprire anche per guardare al futuro, raccontati dall'agronomo ed esperto di biodiversità vegetale Mauro Carboni: «Oggi bellissimi esempi di produzione in Val Tidone e a Gropparello»

Lezione e degustazione di frutti antichi domenica 24 ottobre negli orti di Santa Maria di Campagna, con l'esperto di biodiversità vegetale Mauro Carboni. Un laboratorio per raccontare ai cittadini le tante varietà "storiche" di mele, pere e frutti minori tipici piacentini, parte delle ricerche sulle "cultivar autoctone" delle province emiliane.

Studi dedicati alle coltivazioni locali del passato che ritraggono un territorio inedito. «Piacenza era una realtà olivicola - spiega nell'intervista - produceva olive e olio nella zona collinare dell’appennino. Perché? Perché un tempo acquistare olio dalle altre regioni significava farlo da altri stati e quindi pagare dazio».

Un elemento prezioso e necessario soprattutto al funzionamento dell’illuminazione, da qui la necessità di garantirsi una certa autonomia. «Il primo editto che promuove la coltivazione dell’olivicoltura nella zona parmense e piacentina risale al 1258. Le nostre colline probabilmente dovevano sembrare quello che oggi ci appare la Toscana; purtroppo, questo paesaggio un po' se n’è andato, ma è rimasta qualche pianta che ha diversi secoli di vita, da cui si sta piano piano ricostituendo una nuova olivicoltura con ottimi risultati, tra l’altro; ci sono dei bellissimi esempi sia nella zona della Val Tidone che di Gropparello, dove gli olivi prosperano vigorosi».

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