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Nelle foto alcuni momenti della serata

Nelle foto alcuni momenti della serata

«L’accoglienza vera è un gesto naturale, come quando si saluta un amico con la mano»

Il noto marciatore italo-congolese John Mpaliza ha fatto tappa a Fiorenzuola, accolto dal collettivo di associazioni "Io non ho paura". Quattro testimonianze per scoprire il volto dell'accoglienza e dell'integrazione

«Fiorenzuola è un paese che accoglie ma la gente potrebbe impegnarsi molto di più». Per farlo occorre «cambiare il modo di parlare con le persone, trovare sistemi buoni per rispondere alla paura e all’odio». È la “ricetta” del noto italo-congolese John Mpaliza, dal 20 giugno in cammino lungo le strade italiane marciando al motto “Restiamo umani”. Ha fatto tappa mercoledì sera a Fiorenzuola e in questi giorni sta proseguendo il suo percorso che lo porterà a Roma a metà ottobre. «È una marcia di protesta non violenta contro il clima di odio che stiamo vivendo adesso. Se rispondiamo alla stessa maniera all’odio che si sta respirando in giro siamo dei perdenti», ha voluto spiegare a chi è intervenuto per accoglierlo in piazza Molinari, nel corso di una serata organizzata dal collettivo di associazioni locali “Io non ho paura”. Prima del suo intervento si sono susseguite quattro testimonianze (intervallate dalle musiche di Vincenzo Torricella alla chitarra e Francesco Bonomini alla fisarmonica) curate da altrettanti uomini e donne che conoscono bene il volto dell’accoglienza e dell’integrazione a Fiorenzuola: Giovanni Taverna, Guebre Bintou, Natalina Troglio e Sara Vivona.

Per Taverna - ipovedente e presidente provinciale dell’Unione Italiana Ciechi, già autore di un libro dedicato, come dice il titolo, “Al mio paese” - «tra gli anni Ottanta e Novante una caratteristica di Fiorenzuola era quella di accogliere tutti senza farsi problemi nei confronti di nessuno, accogliere le persone tenendo conto delle loro caratteristiche senza fargliele pesare. Fiorenzuola è sempre stato un paese di carrettieri con gente che si muoveva e aveva a che fare con gente e mentalità diverse, persone con le quali si doveva lavorare. Questo ha determinato i caratteri forti della città e l’ha aiutata a stare in piedi e a vivere in un determinato modo». Poi rifacendosi ad episodi raccontati nel suo libro si è soffermato sul quello che secondo lui è il significato di “accoglienza”: «L’accoglienza vera è un comportamento normale, è la stessa cosa di quando saluto un amico con la mano. Non deve essere forzata altrimenti perde sapore». «In rapporto a Piacenza  - ha aggiunto - abbiamo più associazioni noi che siamo un paesino di provincia di 15mila anime: la gente si occupa e si preoccupa delle cose che non vanno e si dà da fare. La nostra comunità cristiana ha fatto tanto per mantenere questo spirito. C’è chi ha bazzicato poco nello Stato del Vaticano rappresentato da questo marciapiedi (la canonica e la Collegiata ndr) ma si dà lo stesso da fare perché ha la fede nell’uomo. Altri invece si lasciano guidare dalla fede del Signore che li motiva ogni giorno».

Ci si aiuta l’uno con l’altro, un po’ come è accaduto a Gueebre Bintou nata in Burkina Faso, da ventisei anni in Italia e da ventiquattro a Fiorenzuola. Una volta arrivata qui si è «vista “bussare” cibo e vestiti alla porta». Piccoli gesti che l’hanno aiutata a «non perdere mai speranza». «Grazie a voi italiani e a Fiorenzuola ho aperto l’Associazione “Villaggio della Speranza” che si occupa di aiutare donne e bambini orfani a Niaogho, il mio villaggio di origine. Non mi è mai mancato nulla allora ho pensato perché non aiutare chi come me ha difficoltà? Io da sola non ce l’avrei fatta e nel 2014 ho aperto questa associazione per difendere gli interessi di donne e bambini. Mando vestiti, pasta, quello che ho. Fino ad oggi ho portato letti e attrezzature a sette bambini orfani che sto crescendo in Africa. Sono nel mio cuore ogni giorno e ogni notte».

Un primo passo verso l’accoglienza e «l’inclusione» dei giovani che arrivano in Italia è rappresentato, non solo a Fiorenzuola ma ovunque, dalla scuola. «Parliamo di integrazione tutti i giorni ed è ormai uno stato mentale degli insegnanti – è stato l’intervento di Natalina Troglio, maestra nella scuola elementare -: in un contesto educativo non può che essere così. Nel tempo però questa parola è stata superata dal termine “inclusione”, ovvero inserire un singolo individuo in un contesto, nella comunità scolastica che si compone di 670 bambini, la maggioranza di origine straniera e con difficoltà legate alla lingua e a culture diverse. Altri ancora presentano disagi e disabilità ma le maestre partono dal presupposto che ogni bambino è unico e ha caratteristiche e bisogni differenti. Come diceva don Milani: “Non dare cose uguali a bambini non uguali”. La scuola deve adattarsi ai modi di apprendere dei ragazzi ma il nostro obiettivo è diversificare l’intervento educativo». Proprio per questo motivo nel corso degli anni scolastici nelle classi si predilige il lavoro di gruppo («sono importantissimi per far capire che l’amicizia è una risorsa e non conosce differenze sociali»), laboratori come quello di teatro o di alfabetizzazione. Quest’ultimo curato tra le altre da Sara Vivona, impiegata da anni nella Cooperativa “Mele Verdi” e in particolare nel servizio intercultura. «C’è l’esigenza di integrare l’insegnamento della lingua italiana a coloro che vengono accolti per la prima volta in una comunità. I bambini vengono sempre molto volentieri e hanno l’opportunità di imparare anche divertendosi in queste ore di laboratorio: con la narrazione e il gioco si riesce a superare questo pezzettino di disuguaglianza tra l’uno e l’altro».

«Raccontare solo cose negative ci distrugge»

John Mpaliza-2«Abbiamo ascoltato tante belle storie che arricchiscono ognuno di noi» è intervenuto in seguito Mpaliza. «In televisione vediamo immagini, assistiamo a fatti che fanno perdere la speranza. Quando si parla di migranti si racconta dell’Africa che sta morendo. Occorre cambiare il modo di raccontare le cose: è vero che ci sono difficoltà, la crisi molti Paesi la vivono da secoli. In Africa per quattrocento anni si sono susseguite la tratta degli schiavi, deportazioni, la colonizzazione e i sessant’anni delle multinazionali. Quando sento di parlare di crisi qua in Italia mi viene da ridere. La trovate gente più ricca di certi personaggi di alto livello italiani. Impariamo a raccontare le cose positive che ci sono». In fine ha rivolto un pensiero a Regeni («Da africano vorrei che si scoprisse la verità e che il mio Paese non appaia così agli occhi della gente») e alla Rachete («Non è possibile che chi ha fatto generosità salvando vite venga multato, arrestato»); e ha invitato a «non creare scompiglio ma a portare messaggi di pace e di condivisione per avvicinare le persone senza stabilire muri ma rompendoli. Siamo tutti nella stessa barca, dello stesso creato, siamo tutti uguali».

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