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«Ha ucciso il padre depistando le indagini, non merita le attenuanti»

Venticinque anni di reclusione per Adriano Casella, e un anno e quattro mesi per la sorella Isabella. E' la richiesta che la pubblica accusa (i pm Ornella Chicca e Antonio Colonna) ha formulato, al termine di una lunga requisitoria, nella fase ormai terminale del processo per l'omicidio di Francesco Casella

A sinistra Adriano Casella. A destra il padre ucciso

I pm non hanno concesso sconti ad Adriano Casella, accusato di omicidio nei confronti del padre Francesco, e per lui hanno chiesto 25 anni di carcere, senza la concessione di attenuanti proprio a causa del suo comportamento fatto di menzogne e depistaggi. Per la sorella Isabella, invece, la pubblica accusa ha chiesto la condanna a un anno e 4 mesi di reclusione per occultamento di cadavere e l’assoluzione dal reato di falso (la donna aveva fatto la denuncia, il 9 luglio 2013, di scomparsa del padre, sapendo che era già morto). Per lei, però, i pm Antonio Colonna e Ornella Chiesto hanno riconosciuto le attenuanti perché in cuor suo era davvero convinta che il padre fosse stato ucciso dalla mafia, come le aveva detto il fratello. Anche per lei, però, l’accusa ha sottolineato l’atteggiamento menzognero perché a un amico del padre aveva suggerito di dire ai carabinieri di averlo visto vivo alcuni giorni prima della scomparsa.

Dalle 9 alle 17 di oggi 24 novembre, i due pm hanno ricostruito quella che, secondo le indagini, appare come una storia di degrado morale, di persone semplici soggiogate, ma anche di un modus operandi basato sulla menzogna e sulla manipolazione da parte di tutti gli attori di questa triste vicenda. Il figlio che uccide il padre perché innamorato di una donna con la quale già programmava di costruire una famiglia. Una donna che poi si rivelerà solo una scaltra manipolatrice che mirava solo al denaro. Difficile calcolare quanto lei si sia fatto consegnare, con la scusa di dover pagare gli sfruttatori per affrancarsi dalla prostituzione. “Spillato” è termine usato da una prostituta sentita come testimone, la quale ha detto che Suada Zylyfi - la donna albanese di cui Adriano si era invaghito e che è in carcere condannata per circonvenzione di incapace - le riferì che era riuscita a intascare 109mila euro. Cioè tutti i risparmi di Adriano e dei suoi familiari, compresi i 3mila euro della nipotina di 8 anni. Da maggio a luglio 2013, i 37 anni di vita di Adriano sono stati bruciati a velocità stratosferica. Una vita vissuta fino ad allora soltanto a Sariano di Gropparello, l’ha descritta Chicca, lavorando in campagna, con un padre severo ma che gli voleva bene, senza alcuna distrazione. E con l’unica ragazza trovata fino ad allora, grazie a un’agenzia matrimoniale, respinta dalla famiglia perché non considerata una lavoratrice.

«Adriano ha ucciso il padre perché si era innamorato di Suada. Il papà era un ostacolo che si era frapposto fra lui e la ragazza albanese e lo ha ucciso. Ma ha scelto lui di ucciderlo. Il padre era un fastidio, ha detto il pm Chicca, così come lo erano gli interrogatori dei carabinieri. E’ vero, era pressato da Suada e, secondo lo psichiatra, la sua capacità di volere era venuta meno. Ma non quella di intendere» ha chiosato Chicca.

A iniziare la lunga maratona davanti alla corte di Assise, presieduta da Italo Ghitti con Maurizio Boselli e i giudici popolari, è stato il pm Colonna. La vicenda è stata ripercorsa nei particolari, dal giorno della denuncia di scomparsa del 78enne Francesco. Anche Colonna ha più volte puntato il dito contro la capacità manipolatoria di Adriano, in grado di cambiare versione, di dire e non dire, di soggiogare la sorella. Di denunciare fatti mai accertati, come la violenza sessuale in carcere, le minacce della “mafia” e di due stranieri che gli avevano fatto sparare un colpo in aria con la pistola abbattibuoi, per fargli lasciare le impronte. Di dire a una amico del padre - che poi acquistò i mezzi agricoli - che Francesco non c’era perché era ricoverato in ospedale a Parma. Adriano il mentitore che procede diritto per arrivare a Suada. Si era accordato anche con la sorella per dare una versione univoca dei fatti mentre stavano andando a essere interrogati dai carabinieri, Adriano che mente al padre e alla madre per farsi dare 15mila euro: «Mi devo operare al ginocchio». Il denaro, però, finì a Suada e agli albanesi, perché lui era convinto di strapparla alla gang e alla strada.

Colonna ha identificato tre episodi in cui Adriano - a sua insaputa intercettato sia al telefono sia in auto - ha confessato. Il 17 luglio Adriano alla sorella: l’ho ucciso io, sanno tutto, ora devo dire tutto la magistrato. La sorella, incredula, risponde se fosse stato proprio lui e non la mafia. La seconda volta poche ore dopo, ancora l telefono. Adriano dice alla sorella, passando sulla strada già fatta per andare a nascondere il cadavere in un bosco, «qui siamo già passati». Isabella: «Io non ho fatto nulla…». E lui: «Voi non c’eravate». La terza ammissione. Adriano è in carcere. E’ il 22 luglio. L’autopsia aveva rinvenuti quelli che sembravano tre fori sul cranio, in realtà il foro fatto dalla pistola abbattibuoi era uno solo, gli altri erano malformazioni della teca cranica. Ma Adriano non poteva saperlo: «Io ho sparato solo una volta…ma c’erano tre buchi». La madre: «C’è stato un altro…». Adriano: «Magari era ancora vivo, con un colpo solo..magari possono ancora assolvermi».

Ma le indagini dei carabinieri hanno lasciato poco spazio. Le tracce di sangue vicino al foro nel cranio riportavano al Dna di Francesco. La traccia di sangue sullo stipite della porta della cucina era di Francesco ucciso in casa (poi ripulita con cura da Adriano) così come la traccia trovata sul bordo del portafogli dell’auto usata per spostare il cadavere e gettare nel dirupo vicino a Carignone, dove è stato ritrovato il 19. E a farlo ritrovare è stato lo stesso Adriano, che la notte del 18 torchiato dai carabinieri aveva detto «vi porto io dove c’è il cadavere».

E il pm ha ripercorso il rapporto malato con Suada, di cui era diventato schiavo. Salvo poi ripudiarla e cercare di coinvolgerla nell’omicidio quando scoprì che la prostituta albanese era già sposata e lo aveva raggirato solo per i soldi. Una donna che, però, ha avuto un ruolo importante sull’equilibrio di Adriano. Da numerose telefonate, quasi una al minuto, è emersa la pressione a cui il 37enne era sottoposto. Una pressione cominciata quasi subito dopo il loro primo rapporto lungo la Caorsana. La prostituta chiedeva 30 euro, lui ne pagò 100. E lei - il pm Chicca l’ha definita astuta» - capì subito di poter sfruttare quel ragazzo, inventandosi malattie e poi lo sfruttamento da parte degli albanesi.

Il primo dicembre sarà la volta dei difensori di Adriano e Isabella, rispettivamente gli avvocati Francesca Cotani e Andrea Bazzani, e della parte civile che assiste la madre Maria Russo.

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