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Omicidio di Sariano, Adriano Casella condannato a 24 anni per aver ucciso il padre

E' di 24 anni di reclusione la pena che la corte di Assise di Piacenza, presieduta dal giudice Italo Ghitti (Maurizio Boselli a latere), ha stabilito per Adriano Casella, imputato per omicidio volontario aggravato nei confronti del padre Francesco. Un anno e 6 mesi alla sorella

La lettura della sentenza: al centro il giudice Italo Ghitti (Foto Gis)

«Non è stata considerata giustamente l’infermità mentale di Adriano. Su questo non molleremo mai. Leggeremo le motivazioni della sentenza, ma abbiamo già intenzione di ricorrere in Appello». Non sono soddisfatti i difensori di Adriano Casella e della sorella Isabella, rispettivamente gli avvocati Francesca Cotani (Foro di Milano) e Andrea Bazzani, sentiti dalla stampa subito dopo la sentenza che ha condannato i fratelli Casella.

Adriano, accusato di omicidio volontario aggravato e occultamento del cadavere del padre Francesco ucciso il 7 luglio del 2013, è stato condannato a 24 anni di reclusione (uno in meno di quanto chiesto dai due pm Antonio Colonna e Ornella Chicca), allo stesso periodo di interdizione dai pubblici uffici. La sorella Isabella, è stata condannata a un anno e mezzo di reclusione, ma la pena le è stata sospesa, solo per occultamento di cadavere. E’ stata, invece, assolta dal reato di false dichiarazioni a pubblico ufficiale: fu lei a presentare la denuncia di scomparsa del padre Francesco, sapendo che era già morto. La Corte di assise, presieduta da Italo Ghitti, a latere Maurizio Boselli e i giudici popolari, ha anche disposto il risarcimento - da determinarsi nel Tribunale civile - verso la madre dei due e moglie della vittima, Maria Russo, che si era costituita parte civile con l’avvocato Pietro Cabassi del Foro di Parma. Quella presentata dalla madre è una richiesta simbolica di denaro.

La mattinata si è aperta con le arringhe dei due difensori. 

LA SORELLA Breve quella di Bazzani. Mentre si è associato alla richiesta di assoluzione già formulata dai due pm, Bazzani ha chiesto di assolvere Isabella perché non ci sono prove che la donna sia responsabile con il fratello dell’occultamento del cadavere del padre, poi ritrovato il 19 luglio in un bosco vicino a Carignone, sopra Gropparello. Bazzani ha poi chiesto di ritenere inutilizzabili le intercettazioni telefoniche di Isabella, perché dal 16 luglio la donna era indagata e non è stata sentita alla presenza del difensore. Isabella, ha sottolineato Bazzani ricordando anche la perizia dello psichiatra, era confusa e suggestionabile dal fratello. «Lei credeva davvero che dietro ci fosse la mafia albanese. Le minacce per lei erano reali» ha detto il legale.

ADRIANO CASELLA L’avvocato Cotani ha puntato la difesa sull’infermità di mente di Adriano, sulla mancanza di prove e sul fatto che non fosse un manipolatore o che raccontasse menzogne, perché lui minacciato dagli albanesi lo era davvero. Inoltre, la pubblica accusa non ha mai accennato a Suada Zylyfi «la “femme fatale”, la padrona che aveva il controllo di tutto, anche di Adriano infermo di mente». La donna conosciuta sul marciapiede di cui si era innamorato, che lo ha abbindolato con i racconti della prostituta vessata e che gli ha chiesto i soldi per affrancarsi. Un’infermità dalla nascita, ha proseguito l’avvocato, secondo lo psichiatra Filippo Lombardi, non in grado di programmare, con poca capacità di critica e incapace di rispondere agli stress. Adriano, ha affermato il legale milanese, è stato catapultato dal mondo agreste a questa brutta storia.

«L’unica certezza è la morte di Francesco Casella - ha affondato l’avvocato – altro non c’è. Un foro in testa causato dalla pistola abbattibuoi avrebbe provocato, secondo i medici, un’emorragia importante. Ma qui il sangue non c’è. Ci sono solo tracce». 

Gli investigatori dei carabinieri trovarono tre tracce, il cui Dna era riconducibile a Francesco Casella: una sullo stipite della cucina, una sul bordo del portabagagli e una sul punzone della pistola.

«Il cadavere è stato ritrovato grazie ad Adriano – ha chiosato Cotani – ma questo è un indizio e non una prova. Suada, il giorno della morte di Francesco era in casa con Adriano e lei stessa ha detto di non averlo perso di vista, prima che la famiglia andasse al mercato a Carpaneto e che lui riportasse la donna a Piacenza. Quelle dei pm sono solo congetture».

Anche Cotani ha chiesto di ritenere nulle le intercettazioni di tutta la famiglia Casella, perché avvenute anche nel 2014 «un processo nel processo». La procura, oggetto delle critiche dell’avvocato, avrebbe considerato in base alle proprie convenienze l’attendibilità o meno di Adriano. «Adriano è la bestia - ha detto – ma non si parla di Suada che lo schiavizza. Quella Suada che, però, verrà condannata a due anni per circonvenzione di incapace». Suada, all’inizio era indagata anche per l’omicidio, ma poi venne prosciolta dalla procura che non trovò riscontri su di lei.

Chi fosse Suada emerge dal racconto di una testimone, una prostituta campana. La donna si vantò con Suada di «aver spillato 109mila euro ad Adriano. La gallina dalle uova d’oro. E la prostituta ha visto che cosa si era comprata in Albania con quei soldi». Quando cominciano i problemi economici, Suada torna in Albania.

E ancora il teste e amico di famiglia Loredano Rocca è stato sorpravvalutato, secondo Cotani.

Adriano il manipolatore e depistatore non esiste per l’avvocato. E’ un 37enne spaventato che entra in carcere, viene influenzato e manipolato da tutti. E viene minacciato, anche se nessuno gli crede. Il ritardo mentale di Adriano, afferma il legale, emerge anche durante l’udienza dal gip legata alla sentenza dello psichiatra: suggestionabile, incapace di reagire allo stress, senza capacità di progettare e di critica.

Infine, Cotani ha chiesto di concedere le attenuanti, perché la Cassazione dice che si possono dare anche per l’omicidio nel caso di degrado economico, familiare, esistenziale. «Secondo voi – ha concluso rivolta ai giudici popolari – in che condizioni era Adriano in quel periodo?».

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