Il tarlo scemo

Il tarlo scemo

Burocrazia senza "pace"

Che io soffra di una grave forma di tatofilìa è cosa risaputa (ero in cura, ma chi mi seguiva è poi deceduto, e ogni tanto vado a trovarlo); quindi, oggi per necessità fisica, durante la pausa pranzo, sono stato costretto a farmi un giretto rigenerante nel nostro cimitero comunale.

Che io soffra di una grave forma di tatofilìa è cosa risaputa (ero in cura, ma chi mi seguiva è poi deceduto, e ogni tanto vado a trovarlo); quindi, oggi per necessità fisica, durante la pausa pranzo, sono stato costretto a farmi un giretto rigenerante nel nostro cimitero comunale. Se avessi avuto più tempo, mi sarei recato in qualche campo santo della provincia, ormai in questo di città i “ragazzi” mi conoscono tutti e mi accettano volentieri, ma vedere facce nuove fa sempre piacere. Mentre percorrevo gli ormai ben noti vicoli ghiaiosi e i corridoi con gente in fila lungo i lati, pensavo a quante cose interessanti hanno sempre da dire i morti; forse perché spesso nella nostra mente ascoltiamo la loro voce più di quando erano in vita. 
Quand’ecco imbattermi in questo cartello, che chiaramente ho subito fotografato.

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Ora, che un campo potesse scadere io non lo sapevo. Sapevo che una concessione potesse farlo, un permesso, una rata, ma non un campo. Un campo si ara, ci si può correre, può sparire se si parla di cellulari, ma non scadere. E poi solitamente i cartelli vengono messi per gli abitanti del luogo. Avete presente quelli condominiali che avvisano: “Ascensore fuori servizio”, “Prossima settimana disinfestazione”. Oppure cartelli di tutti i giorni: “Pavimento scivoloso”, “Vietato calpestare le aiuole”, tutti diretti a chi passa di lì.

Davvero difficile stare in “pace”, sia prima, sia dopo. Così, mi sovviene una bella e breve poesia della compianta Wislawa Szymborska, poetessa polacca insignita del Nobel per la letteratura nel 1996, che dall’alto della sua grandiosa intelligenza e rara ironia, compose il proprio epitaffio:

Qui giace come virgola antiquata
l’autrice di qualche poesia. La terra l’ha degnata
dell’eterno riposo, sebbene la defunta
dai gruppi letterari stesse ben distante.
E anche sulla tomba di meglio non c’è niente
di queste poche rime, d’un gufo e la bardana.
Estrai dalla borsa il tuo personal, passante,
e sulla sorte di Szymborska medita un istante.

Ora, tralasciamo il tentativo di interpretare il passo “Estrai dalla borsa il tuo personal…” da anni oggetto di interessanti e controverse conversazioni con studiosi e amanti dell’autrice, ma il cartello sul Campo scaduto, avrebbe di certo fatto a pugni con: “E anche sulla tomba di meglio non c’è niente di queste poche rime…”

Il tarlo scemo

Nereo Trabacchi nasce a Piacenza nel '74, città dove tutt'ora vive e lavora. La sua principale attività è nell'azienda di famiglia, ma da qualche anno, la sua passione prima per la lettura e poi per la scrittura, gli hanno permesso di pubblicare sette romanzi. Alcuni titoli come Brindo e me ne vado e Il re della città, hanno conosciuto fortuna su tutto il territorio nazionale. Le sue principali passioni sono il cibo, il vino, la fotografia e gli scacchi

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Commenti (4)

  • Più che un racconto mi sembra un reportage come sempre interessante... Se passando da quelle parti vedi mio zio Oreste martinetti, chiedigli dove ha messo le chiavi dell'Alfa che a cambiar tutto mi costa l'occhio che non ho! Grande Trabacchi! ;-)

  • È comunque, un cartello con scritto "tempo scaduto" sarebbe stato più consono...

    • :-) questa è carina....

  • E meno male che c'è lei, la grande poetessa da Nobel...che non "scade" mai, così come i tuoi scritti non sono mai scadenti, caro Nereo...

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