Arte e Musica alla Galleria Alberoni

Dopo il grande successo della visita guidata speciale e del concerto tenutosi domenica scorsa, 22 marzo 2015, domenica 29 marzo 2015, Domenica delle Palme, la Galleria Alberoni propone al pubblico un altro interessante appuntamento costituito da una visita guidata (ingresso ridotto €. 4,50) seguita da un concerto intitolato Bach e la musica del Settecento (ingresso gratuito).

LA VISITA GUIDATA, con partenza alle ore 16 dalla Galleria Alberoni e con ingresso ridotto (€. 4,50), nello spirito del periodo quaresimale e in apertura della Settimana Santa, prevede un percorso ordinario di visita, che dedicherà però particolare attenzione a due opere legate al tema della Passione: il capolavoro di Antonello da Messina raffigurante l’Ecce Homo, custodito nell’appartamento del Cardinale e il Cristo sulla croce, capolavoro in ceramica di Lucio Fontana, facente parte della Collezione Mazzolini ed esposto ancora per una domenica nella Sala dedicata a questa raccolta d’arte contemporanea.

BACH E LA MUSICA DEL SETTECENTO

Galleria Alberoni, Sala degli Arazzi, ore 17,15

INGRESSO GRATUITO

Serafino Tedesi, violino

Luigi Accardo, clavicembalo

Alle ore 17.15, al termine della visita, prenderà avvio, nella Sala degli Arazzi, un breve, ma intenso momento musicale intitolato Bach e la musica del Settecento.

Si tratta di un percorso musicale attraverso i componimenti di Johann Sebastian Bach (Eisenach 1685Lipsia, 1750), ma che toccherà altri importanti compositori del XVIII secolo, affidato a due musicisti di rilievo: Serafino Tedesi al violino e Luigi Accardo al clavicembalo.

Un momento musicale per riflettere e richiamare le suggestioni offerte dai capolavori delle collezioni alberoniane e, soprattutto, dalla visione di due opere di grande impatto estetico e spirituale quale sono i capolavori di Antonello da Messina e Lucio Fontana.

Serafino Tedesi collabora con numerose orchestre e gruppi cameristici tra i quali: A. Toscanini, Carlo Felice, Pomeriggi Musicali, I nuovi Cameristi Italiani, O. Guido Cantelli, in qualità di primo violino di spalla con: Orchestra Filarmonica Italiana, Orchestra classica di Alessandria e Brixia Symphony Orchestra. Nel 1998 è entrato a far parte dell’Orchestra Ritmico leggera della RAI, mentre nel 2001 fonda il quartetto d’archi “ Archimia” di cui è il primo violino arrangiatore e compositore. Attraverso questa ensemble, molto eclettica, intrattiene collaborazioni artistiche decisamente importanti sia nel teatro, con la regista/attrice Teresa Pomodoro e il grande artista Sud Africano William Kentridge, che nella musica jazz e in quella leggera; in quest’ultima collabora con numerosi artisti tra i quali: Barry White, Solomon Burke, Andrea Bocelli, Lucio Dalla, Zucchero, Ron, Stadio, Luca Carboni, Roberto Vecchioni, Gianluca Grignani, La Crus, Francesco Renga, Enzo Jannacci, Enrico Ruggeri, Malika Ayanne, Mario Biondi, i Pooh, Red e Chiara Canzian, Niccolò Fabi.

Luigi Accardo è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Giovanni Pierluigi da Palestrina di Cagliari e in clavicembalo presso il Conservatorio Giuseppe Nicolini di Piacenza.

Si è esibito come pianista e clavicembalista – sia da solista che come continuista – in numerose città italiane. Nel 2013 ha fondato, insieme al musicista veronese Enrico Bissolo, il “Daccapo – Italian Harpsichord Duo”, ensemble musicale impegnato nella realizzazione del repertorio originale per due clavicembali; Si occupa di tastiere elettroniche e synth a tastiera.

L’Ecce Homo di Antonello da Messina (1430 – 1479 ca)

Il quadro di Antonello (olio su tavola, cm 48.5 x 38) fu quasi sicuramente acquisito dal cardinale a Roma intorno al 1725, insieme agli arredi di Palazzo Lana-Buratti: in un inventario del Palazzo risalente al 1588 è infatti già ricordato “un quadretto piccolo Ecce Homo”, che potrebbe essere proprio la tavola oggi a Piacenza. Una volta entrato in possesso dell’Alberoni, si possono seguire con precisione le vicende del dipinto: è registrato per la prima volta nell’inventario del palazzo risalente al 1735 come “opera dell’antico Antonelli”, e poi ancora in quello del 1753, steso un anno dopo la morte del cardinale. Nel 1760, nella prospettiva d’una vendita, venne stimato appena sei scudi dal pittore e Accademico di San Luca Stefano Pozzi, allievo di Carlo Maratta. Poco dopo quest’ultima data, nel 1761, l’opera venne trasferita a Piacenza dove, da allora, è sempre stata conservata. Quasi dimenticato nelle stanze del Collegio, il quadro fu ‘riscoperto’ all’inizio del Novecento e sottoposto all’attenzione degli studiosi da Giulio Ferrari (1901): esposto per la prima volta alla Mostra d’arte sacra di Piacenza del 1902, da allora è sempre stato giustamente considerato come uno dei più alti capolavori del grande pittore messinese.

Sul caratteristico cartiglio posto sul parapetto - un evidente omaggio agli ammirati modelli fiamminghi - il quadro reca la firma e la data d’esecuzione: “1473 [?][1475 secondo alcuni] Antonellus Messaneus me pinxit”. Il sottile e ricercato effetto illusivo, con l’icona che si mostra al di là della mensola, doveva essere accresciuto in origine dalla semplice “cornice liscia, gialla e oro”, oggi perduta, ma ricordata negli antichi inventari. Il soggetto, un’originalissima sintesi del tema dell’Ecce Homo con quello del Cristo alla colonna, è caratterizzato da una ripresa ravvicinata, che conferisce alla rappresentazione una forte carica drammatica e patetica.

Antonello si rivela uno degli esponenti di punta di quel rinnovamento dell’immagine per la devozione privata - indirizzato alla sperimentazione di formule iconografiche più icastiche e comunicative - che si sviluppa in Italia nel tardo Quattrocento, in un fecondo scambio di esperienze con la coeva pittura di Fiandra. La composizione, come è noto, è stata più volte replicata dal maestro messinese (un’ulteriore riprova del suo successo presso i devoti): rispetto a quelle di Genova (Palazzo Spinola) e di New York (Collezione privata e Metropolitan Museum of Art), la versione di Piacenza è senza dubbio la più risolta, per la matura sicurezza dell’impostazione spaziale e la sapiente gradazione degli effetti luminosi. Antonello sembra aver definitivamente conquistato in questo dipinto, e nella versione successiva e variata oggi conservata al Louvre, quella stupefacente sintesi tra realismo lenticolare di ascendenza fiamminga e visione plastico-prospettica tipica della civiltà figurativa italiana. Anche la tecnica impiegata dall’artista appare assai sofisticata. Il supporto è composto da una tavoletta molto sottile, circa 5-6 mm di spessore, probabilmente in legno di rovere, con la fibra disposta in senso verticale. Lo strato di preparazione, una mestica composta da gesso, colla e medium oleoso, è sottilissimo e di colore ocra molto chiaro; è stato applicato direttamente sul supporto, interponendo, forse, solo una leggera mano di colla, secondo una consuetudine dell’epoca. La pellicola pittorica, realizzata ad olio, è sottilissima, e l’esecuzione è di un’estrema finezza tecnica, a velature di colore trasparenti, senza che sulla superficie si legga alcuna traccia della pennellata. L’effetto complessivo è quello di una miracolosa verità ottica e luminosa. Giorgio Vasari nel Cinquecento volle addirittura accreditare ad Antonello il merito di aver importato nella penisola la nuova tecnica ad olio (in sostituzione della tradizionale tempera), dopo averla appresa nelle Fiandre alla scuola del grande Jan van Eyck. Anche se il racconto vasariano va preso con beneficio d’inventario, è indubbio che Antonello fu – con Piero della Francesca e Giovanni Bellini – tra i primi artisti in Italia a far un uso maturo e raffinato delle possibilità offerte dall’olio impiegato come legante dei colori.

Le condizioni conservative della fragilissima tavola piacentina appaiono molto buone grazie ad una eccezionale conservazione della pellicola pittorica e soprattutto delle delicatissime velature e a una cura attentissima e quotidiana che ne controlla le più piccole variazioni microclimatiche.

Siamo così ancora in grado di apprezzare appieno, come di rado avviene in altre opere di Antonello la raffinata resa di particolari quali i peli della barba, le lacrime, le stille di sangue, che contribuiscono in maniera decisiva all’effetto potentemente drammatico e realistico che promana da questo doloroso volto di Cristo.

IL CRISTO IN CROCE DI LUCIO FONTANA

Figlio di uno scultore, Lucio Fontana inizia la propria attività artistica nella bottega del padre e si perfeziona all'Accademia di Brera. La ceramica è uno dei materiali preferiti, che gli consente di sperimentare la sua arte con un abbandono quasi barocco che non gli è concesso da altri materiali. Già dalla metà degli anni Trenta lavora come ceramista ad Albissola nella Manifattura Mazzotti realizzando sculture anche di grandi dimensioni e successivamente alle Manifatture di Sèvres.

Il Cristo della Collezione Mazzolini appartiene alla produzione della seconda fase, che prende avvio nel dopoguerra, dopo un lungo soggiorno in Argentina, dove si mantiene proprio grazie all'attività di ceramista. Una produzione fortunata che gli guadagna, rispetto alle opere spazialiste, l'apprezzamento di un pubblico più ampio. Nel 1950, invitato a partecipare al concorso indetto dalla Veneranda Fabbrica per la quinta porta del Duomo, comincia ad affrontare la tematica religiosa anche nella produzione in ceramica colorata. Non manca una riflessione sul dramma della guerra; tramite Deposizioni e Crocifissioni, Fontana riesce ad esprimere la tragedia dell'uomo, il suo dramma esistenziale, i suoi dolori. La figura del Cristo è come contorta, macerata, per rendere meglio la sofferenza estrema riduce il colore a poche macchie che spezzano le forme.

Lo smalto bianco del Cristo risalta, quasi innaturale, contro una colata rosso sangue, modellata sommariamente in modo da rendere evidente la manipolazione della materia da parte dello scultore.

In queste opere Fontana è scultore e pittore insieme, la scultura è un insieme di forma e colore che irrompe nello spazio, modificandolo.

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