Uccise la moglie, chiesto l’ergastolo ma lo sconto fa scendere la pena a 30 anni

L’uomo avrebbe colpito con un coltello la donna durante una lite. La difesa: va assolto dall’accusa di maltrattamenti. Il Comune e tanti familiari della donna albanese si sono costituiti parte civile

Polizia e soccorritori intervenuti in viale Dante

Ergastolo. E’ la pena chiesta dal pm per l’albanese accusato di aver ucciso a coltellate la moglie nella loro casa in viale Dante. Ma per l’imputato, che ha scelto il processo con il rito abbreviato (riduce di un terzo la pena), alla fine la richiesta scende a 30 anni. Si è svolta il 21 febbraio, davanti al giudice per l’udienza preliminare, Gianandrea Bussi, la discussione finale del processo nei confronti di Xhevdet Mehmeti, albanese 57enne, tuttora in carcere, accusato di omicidio volontario aggravato e maltrattamenti in famiglia. Una lunga udienza durata quattro ore, alla presenza dell’imputato, scortato dalla polizia penitenziaria, che ha seguito con attenzione il processo. L’uomo, il 27 maggio del 2018 ha ammazzato la moglie, Elca Tereziu, albanese di 52 anni. E a vedere il corpo della madre a terra nel sangue era stato il figlio allora 17enne della povera donna. Una tragedia nella tragedia, una scena che sarà molto difficile da dimenticare per il ragazzo.

Il pm Antonio Colonna ha chiesto il massimo della pena proprio per la ferocia di quel gesto e anche per la sua futilità. Una rabbia esplosa durante l’ennesima lite tra i coniugi. Urla e tensioni sentite dal vivo dal figlio chiuso in camera. Secondo la pubblica accusa, Mehmeti voleva uccidere. I due erano finiti a terra dopo una furiosa lite, lui avrebbe preso un coltello da cucina ferendo la moglie, ma non in modo mortale. Lei glielo avrebbe strappato dalle mani. Allora l’uomo ne avrebbe afferrato un altro colpendola ancora, fino a ucciderla. In totale risulteranno quattro le ferite sul corpo della donna.

La ricostruzione, però, è stata contestata dalla difesa. L’avvocato Angelo Rovegno, che assiste l’albanese, ha sottolineato le divergenze sulla dinamica dell’omicidio. Il delitto si sarebbe consumato in pochi istanti in un unico contesto. Cioè, la moglie non avrebbe disarmato l’uomo e lui non avrebbe afferrato un altro coltello. L’autopsia, ha detto l’avvocato, smentisce i riscontri oggettivi svolti sulla scena del crimine. Rovegno, per il reato di maltrattamenti, ha chiesto l’assoluzione perché non ci sarebbero mai stati. Nutrita la pattuglia di avvocati che assistono i familiari che si sono costituiti parte civile. Il Comune si è costituito con l’avvocato Elena Vezzulli. I Servizi sociali hanno in carico i due figli e il Comune ha ottenuto un contributo alla Fondazione Emiliano-Romagnola istituita per dare sostegno alle vittime di crimini dolosi.

I due figli, di 18 e 20 anni, sono assistititi dall’avvocato Rexho Bledar (del Foro di Bologna), mentre l’avvocato Manuela Hasa (sempre di Bologna) assiste la mamma di Elca, due  fratelli, una sorella e un nipote. Hasa ha presentato anche la costituzione dell'altra sorella di Elca. Il difensore di Mehmeti, però, si è opposto. Secondo Rovegno al costituzione era tardiva, al di fuori dei termini. Il giudice Bussi gli ha dato ragione e la donna non è stata ammessa come parte civile. La sentenza è attesa per la fine di aprile, dopo le eventuali repliche di accusa e difesa.

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