Anticaglie

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Il mito di Faust

La scommessa del dott. Faust la si capisce, nei suoi risvolti più cogenti, quando non si è più giovani. Prima la si considera una splendida novità da parte di uno scrittore, Goethe, che ha inventato una storia, subito diventata, come si dice oggi, virale, per tutta l’umanità. Essere altro da sé, sconfiggere i limiti dell’esistenza, vincere l’umanità con tutti i suoi gravami, per addentrarci in una dimensione diversa dove il piacere del corpo diventa il mezzo ed il fine di ogni esistenza. Tanto che se, questa possibilità, non è più un sogno e diventa un fatto concreto, si trasforma in un evento talmente inverosimile da sconfinare nel non senso, inteso come qualcosa di irraggiungibile. E poiché ogni cosa che non si raggiunge, stimola ogni curiosità, alimenta ogni fantasia e ci consegna ad una dimensione diversa rispetto alla normale condizione umana, ecco nascere il mito. La condizione dove l’uomo diventa dio e non si cura dei problemi di tutti i giorni. A volte troppo lunghi per sopportare i fastidi, a volte troppo corti per giustificare le magre soddisfazioni. Essere uguale a dio, però comporta un contratto da sottoscrivere. Un debito da onorare. E poiché nulla possediamo di immortale nella limitatezza del corpo, urge mettere in gioco quella cosa, cui filosofi e teologi attribuiscono una componente divina. Un soffio vitale infuso dalla nascita, un anemos che al pari di un alito di divina provenienza, ci viene proposto come la parte vitale di ogni essere vivente. Distinto dal corpo fisico e che appunto con giustificazione etimologica chiamiamo anima. Null’altro abbiamo da contrattare. Vogliamo l’eterna giovinezza, desideriamo allungare la vita del corpo rendendolo sano, bello e vitale come quello di un dio, ebbene diamo l’anima in cambio. Nel fatale baratto con l’agente del male, Mefistofele, non si sa alla fine chi possa vincere. Anzi si sa, ma è bella l’ illusione di vincere qui e ora e non preoccuparsi troppo di quello che ci regalerà il futuro. Faust il suo baratto l’ha fatto e il suo autore Goethe l’ha portato a livello di una grande opera d’arte. Tutto questo già lo conosciamo. Ma dicevo all’inizio che la fatale scommessa non si sa apprezzare compiutamente nella fase iniziale della vita. E’ il tempo quello dove in apparenza non si ha bisogno di niente. E’ il tempo dove una scommessa, non ci riguarda perché pensiamo già di essere immortali. L’anima? Non ha senso metterla in gioco e neppure prenderla troppo sul serio. Se c’è, che ci sia, se non c’è, perché preoccuparci. La vita si identifica col solo corpo. E’ lui il centro di ogni interesse. L’origine e causa delle grandi soddisfazioni che la vita ci presenta nella sua dimensione illusoria. Ai dolori non ci si pensa. Sappiamo che ci saranno ma il poi, come futuro, in quel momento non ci interessa. E sembra non ci riguardi. Sappiamo come altri giovani possano ammalare, ma per noi sono solo altri. Rappresentano la quota degli sfortunati che esistono per rimarcare la distanza dai fortunati quali noi ci riteniamo. Tutto questo capita nella prima fase della vita. Poi le cose cambiano. Ognuno ha i propri limiti, le proprie convinzioni, le date importanti della vita . E non nascondo che per me il discrimine fra immortalità e condizione umana è avvenuto attorno ai cinquant’anni. Prima viaggiavo nell’illusione più totale. La perenne vacanza della mente dai dolori e sofferenze varie. E la morte, se esistente, diventava un evento cui era vietato pensare. La primavera della vita diventava l’insieme di infinite primavere dove ogni cosa non comportava il termine fine. Lo studio e poi gli impegni professionali rappresentavano una droga, cui il fisico si sottometteva per raggiungere gli obiettivi desiderati. Raggiunti i quali, altri stimoli si affacciavano per indurre nuovi interessi, nuove conquiste. Le fatiche si trasformavano in soddisfazioni, le gioie supplivano di gran lunga disagi e qualche occasionale tribolazione. Un senso di pienezza, di autostima riempiva la persona e la vita. Tutto sembrava un gioco cui bisognava partecipare, perché alla fine la vittoria era sempre alla nostra portata. Ce ne danno conferma le ingiallite fotografie conservate negli album o anche le gualcite cartoline delle località di vacanza per renderci conto di quanto eravamo felici. Ad ogni scadenza un premio. Ad ogni promozione una gratificazione. Prima la tanto desiderata bici, poi lo scooter, infine la prima cinquecento. I compagni di scuola, divenuti compagni di vita e le compagne poi lasciate per focalizzarci su una sola, diventava la normalità. Quella compagna scelta, che per le sue caratteristiche sembrava provenisse da un altro pianeta. Un essere perfetto, che non aveva nulla in comune con altri mortali. Fra immortali ci si capiva bene e si disegnavano futuri felici. Anzi il dopo non esisteva se non come continuazione di un presente che sembrava eterno. Poi le prime disillusioni. La perdita prima di uno e poi dell’altro genitore. I quali purtroppo non erano riusciti a diventare immortali. E poi le responsabilità sempre più urgenti e impegnative mosse da decisioni non facili da prendere. I primi malanni, le iniziali limitazioni nei progetti da raggiungere. L’oggettiva situazione di vita non più compatibile con il primitivo spirito di potenza che ci rendeva tutti simili a tanti piccoli Nietzsche, per la fiducia riposta in ogni nostra avventura. Intanto nuovi interrogativi emergevano in misura proporzionale alle sopraggiunte esigenze, umane, completamente umane. Ecco allora farsi strada il soffio vitale, per essere riscoperto. L’anima di cui parlavo prima con una nuova consapevolezza. Contrapporsi per il suo stato impalpabile ed eterno al corpo ormai in preda ad una eternità in scadenza. Anima e corpo diventano due elementi contrapposti e fra loro inconciliabili. Più compare il declino dell’uno e più ci appare la saldezza dell’altro. Che nulla chiede anche se tutto pretende. Non c’è scampo per chi osa ancora credere nel mito dell’eterna giovinezza, diventata ormai un ricordo. La proporzione ormai è falsata. Ci sentiamo traditi da un corpo che rivela tutti i suoi limiti in fase di continuo incremento. L’unica possibilità per placare quell’incomprensibile che si ostina a stare dentro di noi, non può essere che l’anima. Difficile accettare la sua vittoria. Affidarsi alla sua supremazia. Per chi l’accetta nuove prospettive si presentano. Ma riguardano una sfera non ancora completamente conosciuta che è quella spirituale. Terreno questo di nuove insospettabili certezze, miste a dubbi in grado spesso di annullare le precedenti sicurezze. Finché una decisione va presa. O di qua o di là. Ma per chi ancora non si rassegna alla legge del corpo, viene in aiuto il cosiddetto mito di Faust. Un Mefistofele si trova sempre e spesso non c’è nemmeno bisogno di cercarlo: E’ lui che ci regala l’ultima illusione che si sovrappone alla precedente illusione. Per alcuni è il brivido di una nuova carica vitale, purché si rispetti il patto: vincere il tempo rinunciando a qualcosa che potrebbe anche non essere. Per chi invece non cede al ricatto illusorio, non rimane che credere nella virtù dell’anima. Ecco perché ho parlato all’inizio del mito di Faust che si apprezza nella fase dell’età adulta. E poiché oggi non è corretto definirla, come un tempo, vecchiaia, al mito si contrappone l’ escamotage del lessico che ha espulso l’età. Così l’illusione continua con Faust o senza Faust. O meglio con l’anima o senza anima.

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